MEGLIO ANDARE A FONDO..

Tutti gli uomini della Fondazione Leonardo Sistemi d’Arma, Intelligence & C.

di Antonio Mazzeo sito Guerra e pace

 I manager di una delle maggiori produttrici al mondo di armi e sistemi bellici, ex ministri, politici di destra e di centrosinistra, esponenti di punta delle forze armate e dei servizi segreti, accademici e finanche qualche giornalista e conduttore tv. La riedizione italiana di un modello di successo made in Israele, uno degli stati più armati e militarizzati: la condivisione della visione geostrategica e industriale-produttiva da parte delle forze politiche, degli apparati militari e d’intelligence, delle industrie belliche, dei centri di ricerca scientifica e del sistema universitario e scolastico.

Non c’è dubbio: la mission, gli obiettivi, le attività e la composizione stessa della neonata Fondazione Med-Or del gruppo Leonardo S.p.A. (ex Finmeccanica) consolidano lo strapotere del complesso militare-industriale nella definizione dell’agenda di politica estera, difesa, gestione dell’economia e dell’ordine pubblico, cooperazione internazionale e della stessa ricerca scientifica in Italia. Non è certo casuale che per assumere la guida e la promozione dell’immagine di Leonardo Med-Or, l’ex ministro dell’interno Marco Minniti, l’uomo che ha dato un determinante colpo di acceleratore alla militarizzazione dei confini e ai processi di guerra ai migranti e alle migrazioni, si sia dimesso da parlamentare del partito democratico, ruolo ricoperto ininterrottamente per vent’anni.

“La Fondazione nasce per iniziativa di Leonardo S.p.A. nella primavera del 2021 per promuovere attività culturali, di ricerca e formazione scientifica, al fine di rafforzare i legami, gli scambi e i rapporti internazionali tra l’Italia e i Paesi dell’area del Mediterraneo allargato fino al Sahel, Corno d’Africa e Mar Rosso (Med) e del Medio ed Estremo Oriente (Or)”, spiega l’ufficio stampa. “Leonardo Med-Or è nata per unire competenze e capacità dell’industria con il mondo accademico per lo sviluppo del partenariato geo-economico e socio-culturale. Nel suo lavoro coinvolge personalità e professionisti con una lunga esperienza, nazionale e internazionale, nel campo istituzionale, industriale, accademico”.

C’è poi l’ambizioso elenco militar-sicuritario delle attività in cantiere nella fondazione di casa Leonardo: programmi culturali e di formazione nei settori della safety e della security, dell’aerospazio e della difesa; partenariati con le istituzioni accademiche e di ricerca nazionali; iniziative di incontro e collaborazione tra università e centri di ricerca; azioni funzionali all’implementazione della sicurezza sanitaria post-pandemica nonché alla resilienza complessiva dei paesi coinvolti”.

A credere nelle capacità della Fondazione Med-Or di trasformarsi presto in uno dei più autorevoli think tank internazionali sono davvero tanti in Italia e all’estero. Prova generale della fiducia riscossa a livello globale, la cerimonia d’inaugurazione della sfarzosa sede romana della creatura di Leonardo S.p.A., celebrata il 20 luglio scorso. All’evento non hanno fatto mancare presenze, saluti e interventi, ministri e parlamentari della Repubblica, rappresentanti delle cancellerie estere, generali e ammiragli, i vertici dei servizi segreti, alti magistrati e rettori delle più prestigiose università italiane.

La lista resa pubblica dall’ufficio stampa della Fondazione è lunghissima: il ministro degli Affari esteri e della Cooperazione internazionale, Luigi Di Maio; la titolare del Viminale, Luciana Lamorgese; il ministro della Difesa, Lorenzo Guerini; il ministro del Lavoro e delle politiche sociali, Andrea Orlando; la Presidente della Commissione Difesa al Senato ed ex ministra, Roberta Pinotti; il Presidente della Commissione Affari esteri alla Camera, Piero Fassino (già ministro di Grazie a giustizia e del Commercio con l’estero); il Presidente della Regione Lazio, Nicola Zingaretti; l’ex Presidente del Comitato parlamentare per la Sicurezza della Repubblica (Copasir), Raffaele Volpi (sottosegretario leghista alla Difesa nel primo governo Conte); l’ex sottosegretario forzista alla Presidenza del Consiglio, Gianni Letta; il Capo di Stato Maggiore della Difesa, Enzo Vecciarelli  (in quiescenza dal 5 novembre 2021); il direttore del quotidiano La Repubblica, Maurizio Molinari (già alla guida de La Stampa di Torino); l’ambasciatore del Regno di Giordania in Italia, Khouri Fayiz (ex Capo di gabinetto del ministero degli Esteri ad Amman).

Sempre secondo l’ufficio stampa di Leonardo Med-Or alla cerimonia erano presenti anche il neopresidente del Copasir, il sen. Adolfo Urso (Fratelli d’Italia), già viceministro delle Attività produttive, dello Sviluppo economico e del Commercio con l’estero; il presidente della Commissione parlamentare d’inchiesta sulla morte di Giulio Regeni, l’on. Erasmo Palazzotto (Pd, ex Sinistra italiana); la direttrice generale del DIS – Dipartimento Informazioni per la Sicurezza, l’organismo della Presidenza del Consiglio che sovrintende ai servizi segreti, Elisabetta Belloni (già segretaria generale del ministero degli Esteri); il direttore dell’AISI (il servizio di sicurezza interna), il generale dell’Arma dei carabinieri Mario Parente; il direttore dell’AISE (il servizio di  sicurezza esterna), il generale dell’Esercito Giovanni Caravelli; il Capo della Polizia e direttore generale della Pubblica Sicurezza, prefetto Lamberto Giannini; il Comandante Generale dell’Arma dei Carabinieri, gen. Teo Luzi; il Capo di Stato Maggiore dell’Esercito, gen. Pietro Serino; il Capo di Stato Maggiore della Marina militare, ammiraglio Giuseppe Cavo Dragone (dal 6 novembre Capo di Stato Maggiore della Difesa); il Procuratore Generale della Corte di Cassazione, Giovanni Salvi; il Procuratore della Repubblica di Roma, Michele Prestipino. In “rappresentanza del mondo accademico italiano” erano presenti infine i rettori dell’Università degli Studi “Sapienza” di Roma, Antonella Polimeni; della Libera Università LUISS “Guido Carli” di Roma, Andrea Prencipe; dell’Orientale di Napoli, Roberto Tottoli; della Cattolica del Sacro Cuore di Milano, Franco Anelli.

Di rilievo il riconoscimento internazionale all’evento di lancio della Fondazione di Leonardo, Marco Minniti & C., con i videomessaggi di saluto e auguri inviati dall’ex Commissario europeo per le migrazioni, gli affari interni e la cittadinanza, il greco Dimitris Avramopoulos (in carica dal 2014 al 2019, gli anni in cui l’Ue ha sperperato miliardi di euro per potenziare il controllo esterno delle frontiere e i respingimenti manu militari dei flussi migratori); dal vice Primo ministro, nonché titolare del dicastero degli Esteri dell’Emirato del Qatar, Sheikh Mohammed bin Abdulrahman Al-Thani; dal ministro dell’Istruzione del Regno dell’Arabia Saudita, Hamad bin Mohammed Al Sheikh; dal ministro degli Esteri del Regno del Bahrain, Abdullatif bin Rashid Al Zayani; dal vicepresidente del Libyan Presidential Council, il Consiglio presidenziale dello stato libico, Abdullah al Lafi; dal ministro degli Affari esteri della Repubblica Federale di Somalia, Mohamed Abdirizak.

A felicitarsi per l’avvio delle attività della Fondazione anche il potente uomo d’affari israeliano David Meidan, “operativo nell’esportazione di alta tecnologia all’avanguardia prodotta in Israele”, così come è stato presentato all’evento romano. Prima di dedicarsi all’export militare, David Meian ha lavorato dal 1977 al 2011 con il Mossad, l’agenzia d’intelligence e spionaggio d’Israele, e con la super segreta Unit 8200, l’unità dell’esercito che opera in stretto contatto con gli enti spionistici statunitensi come la NSA – National Security Agency. “Uno dei suoi ruoli principali è stato stabilire relazioni non ufficiali con i paesi del Medio Oriente che non hanno relazioni diplomatiche con Israele”, hanno spiegato gli animatori di Leonardo Med-Or. Qualche tempo fa David Meidan è stato inviato in Turchia dalle autorità di Tel Aviv per rafforzare le relazioni diplomatiche con il presidente Erdogan. In passato era stato pure coordinatore speciale per i prigionieri di guerra e i dispersi in azione per conto del primo ministro Nemjamin Netanyahu.

Progetti e consiglieri strategici della Fondazione di Minniti & C.

Dalla maxi-cerimonia del 20 luglio ad oggi, non si può certo dire che la Fondazione sia stata con le mani in mano: sono stati implementati infatti due progetti di cooperazione internazionale, il primo con il Regno del Marocco (borse di studio a favore di studenti universitari in collaborazione con il Mohammed Polytechnic University di Rabat e la LUISS di Roma); il secondo con la Repubblica del Niger (la donazione di cinquanta concentratori di ossigeno per le strutture sanitarie impegnate nell’assistenza ai malati di Covid-19). Il Presidente Marco Minniti, in occasione di una visita alla sede romana di MBDA Italia S.p.A., azienda leader nella progettazione e realizzazione di sistemi missilistici avanzati, ha sottoscritto con il managing director di MBDA, Lorenzo Mariani, un protocollo di intesa per la “promozione di attività di collaborazione, a partire soprattutto dall’alta formazione”. Nello specifico Minniti e Mariani si sono impegnati a istituire stage presso le sedi e gli stabilimenti di MBDA in Italia “con giovani provenienti dai paesi partner di Med-Or”. La Fondazione ha annunciato che accordi simili saranno firmati a breve con altre aziende del gruppo Leonardo e del settore industriale-militare nazionale.

Infine è stata promossa una sezione on line che raccoglie analisi e articoli su questioni internazionali e di politica estera. Tra le firme più autorevoli quella del sociologo Guido Bolaffiesperto di immigrazione internazionale ed editorialista di RepubblicaCorriere della Sera e Il Sole 24 Ore, nonché conduttore di diverse trasmissioni radiotelevisive Rai. Già direttore dell’ufficio studi della CGIL nazionale e poi segretario CGIL della Campania, dal 1993 al 2001 Bolaffi ha ricoperto l’incarico di Capo dipartimento del Ministero per gli Affari sociali e di presidente del Comitato per i minori stranieri non accompagnati e del Gruppo interministeriale preposto all’elaborazione della legge sull’immigrazione Turco-Napolitano, approvata nel 1998 (premier Romano Prodi). Con il ribaltone del centrodestra guidato da Silvio Berlusconi, il sociologo fu nominato nel 2001 Capo dipartimento del Ministero della Politiche sociali e, ad interim, del Ministero del lavoro e della previdenza sociale.

Ma chi sono gli uomini e le donne chiamati a guidare l’istituzione candidata ad assumere un peso sempre maggiore nelle scelte di politica di sicurezza, interna ed esterna? Innanzitutto l’ex Pci, poi Pds, Ds e oggi Pd, Marco Minniti, figlio di un ex generale dell’Aeronautica militare e nipote di Tito Minniti, l’aviatore ed eroe della guerra di Etiopia ucciso a Bolali il 26 dicembre 1935 e alla cui memoria è intitolato l’aeroporto di Reggio Calabria. Dopo aver ricoperto l’incarico di coordinatore del Pds e dei subentrati Democratici della Sinistra, nell’ottobre del 1998 Marco Minniti fu chiamato a ricoprire l’incarico di sottosegretario alla Presidenza del Consiglio (premier l’amico Massimo D’Alema), con delega ai servizi per le informazioni e la sicurezza. Con il governo guidato da Giuliano Amato (aprile 2000-giugno 2001), Minniti ricoprì il ruolo di sottosegretario alla Difesa (ministro il futuro presidente della Repubblica, Sergio Mattarella).

Intanto, nel novembre 2009, congiuntamente al Presidente emerito della Repubblica Francesco Cossiga (già ministro dell’Interno negli anni della guerra di Stato al terrorismo rosso e cultore delle relazioni con organizzazioni e servizi segreti in ambito nazionale e NATO), Marco Minniti diede vita alla Fondazione ICSA (Intelligence Culture and Strategic Analysis), centro studi sui temi d’intelligence che “si pone l’obiettivo di analizzare i principali aspetti connessi alla sicurezza nazionale e internazionale, all’evoluzione dei modelli di difesa militare, ai principali fenomeni criminali e del terrorismo in Italia e all’estero, alla sicurezza informatica e tecnologica dello Stato e dei cittadini”, come si legge nell’atto istitutivo.

Con il ritorno di Silvio Berlusconi alla guida di Palazzo Chigi, Minniti assunse il ruolo di capogruppo Ds in Commissione Difesa e componente della delegazione italiana all’Assemblea dei parlamentari presso il Comando generale della NATO. A Bruxelles il politico calabrese fece da relatore del gruppo di lavoro sull’Europa sud-orientale e la partnership Ue-NATO, perorando l’ingresso nell’Alleanza di Albania, Croazia e Macedonia.Con il secondo governo di centrosinistra a guida Prodi (2006), Marco Minniti ricoprì ancora una volta l’incarico di viceministro dell’Interno (ministro Giuliano Amato) dedicandosi in particolare alle prime “emergenze” sbarchi di migranti in sud Italia. Rieletto alla Camera dei deputati nel 2013, Minniti fu nominato sottosegretario della Presidenza del Consiglio da Enrico Letta, con delega ai servizi segreti, incarico confermatogli dal successore Matteo Renzi. Dimessosi da presidente esecutivo della Fondazione ICSA, Minniti fu chiamato dal presidente del consiglio Gentiloni a guidare il ministero dell’Interno. Il prestigioso incarico durò dal 12 dicembre 2016 al 1° giugno 2018, un periodo di appena un anno e mezzo ma comunque densissimo di impegni e missioni internazionali soprattutto sul fronte anti-immigrazione.

Accanto a Marco Minniti in Fondazione Leonardo Med-Or, in qualità di direttore generale, siede l’avvocata Letizia Colucci, presidentessa del Consiglio di amministrazione dell’azienda missilistica MBDA Italia, e membro del Cda di altri importanti gruppo aerospaziali e di telecomunicazione militare/civile controllati (in parte) da Leonardo, come  AVIO S.p.A, e-GEOS e Telespazio Iberica. Prima di essere nominata a capo di MBDA, Letizia Colucci ha svolto incarichi nel settore legale presso Alenia Spazio (oggi Thales Alenia Space Italia) e Alenia Difesa, ed è stata inoltre condirettore di Selex Sistemi Integrati e segretaria generale di Telespazio, altre importanti aziende del comparto militare-industriale di Finmeccanica-Leonardo.

Del comitato strategico della Fondazione, insieme a Minniti e Colucci fa parte il presidente di Leonardo S.p.A., Luciano Carta, subentrato il 20 maggio 2020 alla guida dell’holding industriale a Giovanni Di Gennaro (quest’ultimo originario di Reggio Calabria ed ex capo della Polizia di Stato, ex direttore del DIS – Dipartimento delle Informazioni di Sicurezza ed ex sottosegretario di Stato alla Presidenza del consiglio con delega alle attività sicuritarie, governo Monti). Già comandante delle compagnie “Cagliari” e “Genova” della Guardia di finanza, Luciano Carta ha poi condotto il Comando provinciale di Livorno e il Comando regionale Emilia-Romagna a Bologna. Dal gennaio 1994 al luglio 2002 è stato Capo ufficio stampa del Comando Generale GdF e ha assunto l’incarico di direttore responsabile della Rivista della Guardia di Finanza e del periodico Il finanziere.

Nella XIV Legislatura (2001-2006) Luciano Carta ha fatto da consulente della Commissione Parlamentare antimafia, presidente l’on. Luciano Violante. Promosso generale, Carta è stato nominato prima comandante della Scuola di Polizia Tributaria di Ostia, successivamente Comandante Interregionale per l’Italia Nord Occidentale (Milano) e nel 2015 capo dei Reparti Speciali della Guardia di Finanza. Nell’aprile del 2015 il ministero dell’Economia lo aveva candidato alla nomina a capo di Stato maggiore GdF, ma il Consiglio dei ministri (premier Matteo Renzi) gli preferì il generale Giorgio Toschi. Nel dicembre 2016 il generale Carta fu comunque promosso a vicedirettore dell’AISE e il 21 novembre 2018 (presidente del Consiglio Giuseppe Conte) fu nominato direttore della stessa Agenzia dei servizi segreti per l’estero. Grande Ufficiale al merito Melitense del Sovrano Ordine di Malta, Luciano Carta è anche membro del consiglio di amministrazione dell’Istituto per gli Studi di Politica Internazionale (ISPI), riconosciuto e affermato think tank il cui presidente è l’ambasciatore Giampiero Massolo, pure presidente di Fincantieri S.p.A..

Non poteva ovviamente mancare nel comitato strategico di Fondazione Med-Or, Alessandro Profumo, amministratore delegato di Leonardo S.p.A. dal maggio 2017, presidente onorario di AIAD – Federazione Aziende Italiane per l’Aerospazio, la Difesa e la Sicurezza (dal luglio 2017), nonché presidente dell’ASD – Associazione europea delle industrie dell’Aerospazio e della Difesa (dal settembre 2020).

L’esordio professionale di Alessandro Profumo risale al 1977, quando fu assunto dal Banco Lariano di Como (al tempo sotto il controllo dell’Istituto bancario San Paolo di Torino). Dieci anni dopo entrò in McKinsey & Company, dove si occupò di progetti strategici e organizzativi per diverse aziende finanziarie. Lasciato nel 1991 il settore della consulenza aziendale, Profumo divenne direttore centrale del gruppo assicurativo RAS – Riunione Adriatica di Sicurtà e nel 1994 direttore generale di Credito Italiano (oggi UniCredit). Di quest’ultimo istituto Profumo fu nominato nel 1997 amministratore delegato, carica rivestita sino al settembre 2010. Nel febbraio 2012 l’odierno Ad di Leonardo fu chiamato dal Commissario europeo per il Mercato Interno e i Servizi a far parte del pool di esperti che dovevano valutare il funzionamento del settore bancario nell’Unione Europea e individuare possibili misure di riforme strutturali. Dal 2011 al 2017 Alessandro Profumo è stato pure membro del Cda del colosso energetico ENI; dal 2012 al 2015 presidente della Banca Monte dei Paschi di Siena e successivamente consigliere e presidente di Equita SIM. Nel suo curriculum, Profumo vanta pure una presenza nel comitato esecutivo di Mediobanca e nel consiglio dell’Università “Luigi Bocconi” di Milano. Attualmente è consigliere della Fondazione IIT (Istituto Italiano di Tecnologia) e della Fondazione Together To Go Onlus di Milano che offre percorsi di riabilitazione ai minori affetti da patologie neurologiche; membro dell’European Round Table for Industrialists (ERT) e del Comitato Scientifico dell’Osservatorio Banca Impresa; presidente di parte italiana dell’Italy-Japan Business Group.

Quinto e ultimo componente del comitato strategico è l’ingegnere aeronautico Lucio Valerio Cioffi, direttore generale di Leonardo S.p.A. dal settembre 2020. Già tecnico responsabile del Flight control systems design and testing dei caccia-addestratori avanzati M-346 e vicepresidente di Aermacchi S.p.A. (gruppo Finmeccanica-Leonardo), l’ingegnere Cioffi è stato pure capo dell’ufficio tecnico e responsabile engineering e industrializzazione della società aerospaziale Alenia e dal 2018 al 2020 responsabile della divisione velivoli di Leonardo.

Agenti, manager, giornalisti e politici pro-USA e Israele

Vediamo invece chi sono i componenti del consiglio di amministrazione della Fondazione Leonardo Med-Or insieme al presidente Marco Minniti. Innanzitutto Enrico SavioChief Strategy & Market Intelligence Officer del gruppo Leonardo dal luglio 2019. Diplomatosi presso l’Istituto Superiore di Polizia, dal 1990 al 1996 Savio ha ricoperto vari incarichi nei servizi antiterrorismo della Polizia di Stato e successivamente è passato alla direzione centrale della Polizia criminale (ufficio di coordinamento delle attività internazionali). Dopo un soggiorno negli Stati uniti d’America dove ha frequentato l’Accademia dell’FBI, nel maggio 2002 Enrico Savio si è “sospeso” dalla Polizia di Stato per intraprendere esperienze manageriali in società private dei settori della difesa e della sicurezza. Rientrato negli organici della Polizia, nel 2008 è stato promosso a Capo di Gabinetto del DIS – Dipartimento Informazioni per la Sicurezza (l’organismo che sovrintende ai servizi segreti AISE e AISI). Del DIS Enrico Savio è divenuto vicedirettore generale nel dicembre 2016 (contestuale la nomina del gen. Luciano Carta all’AISE), incarico ricoperto sino all’ingresso in Leonardo.

Nel Cda ci sono poi altri dirigenti e manager dell’holding militare-industriale italiana: la responsabile dell’ufficio finanziario Alessandra Genco (già vicepresidente della divisione Investment Banking del colosso finanziario statunitense Goldman Sachs); la responsabile dell’ufficio organizzazione e trasformazione di Leonardo, Simonetta Iarlori (già ricercatrice in IBM e in Pirelli Lab, poi alle dipendenze del Gruppo UniCredit e di Cassa Depositi e Prestiti S.p.A.); il direttore Relazioni istituzionali Italia di Leonardo, Filippo Maria Grasso (pure membro della direzione Relazioni esterne e responsabile della gestione delle politiche di sicurezza del gruppo Pirelli S.p.A. ed ex presidente del Cda di Chemchina, società di China National Rubber&Tyre Corporation). Docente di Tecniche di relazioni internazionali istituzionali in diverse università e business school italiane (tra esse anche la Cattolica del Sacro Cuore di Milano), Filippo Maria Grasso è anche membro del Comitato esecutivo dell’Istituto Affari Internazionali (IAI).

Alla gestione amministrativa di Med-Or concorre pure l’ingegnere Paolo Bigi, amministratore delegato di Arkad, una delle principali società di ingegneria, costruzioni e servizi energetici dell’Arabia saudita, operante in Medio Oriente, Nord Africa ed Europa (in Congo, per conto di ENI, ha realizzato un impianto di generazione a turbina a gas finalizzato a fornire 320 MW di energia elettrica agli impianti della società italiana). In passato Paolo Biagi è stato vicepresidente di Tecnimont SpA e del gruppo industriale chimico austriaco Borealis AG, nonché membro del Cda di Techint Engineering & Construction SpA.

Dal 2017 al 2020 l’ingegnere è stato pure responsabile dell’ufficio per le operazioni internazionali del Saudi Binladin Group (SBG), mega-società di costruzioni mediorientale con sede legale a Gedda (Arabia Saudita), 5 miliardi di dollari di capitale e ingenti pacchetti azionari in diverse corporation statunitensi. Il Saudi Binladin Group fu fondato all’inizio degli anni trenta del secolo scorso dal cittadino yemenita Mohammed bin Laden (padre di 52 figli, fra i quali il noto Osama bin Laden), strettamente legato ad Abd al-Aziz Al Saud, il fondatore della petromonarchia saudita. Per conto della famiglia regnante, i bin Laden hanno curato la costruzione e l’amministrazione dei luoghi santi del mondo islamico come La Mecca e Medina, aderendo al “wahhabismo”, il movimento rigorista sunnita diffusosi in Medio oriente nel XVIII secolo e rilanciato dai Saud d’Arabia nel Novecento. Centrali d’intelligence internazionali e studiosi indipendenti ritengono che gli ingenti investimenti finanziari della monarchia saudita per esportare il pensiero wahhabita nel mondo islamico abbiano contribuito a dar vita e alimentare i movimenti radicali nell’area afghano-pakistana, in Caucaso ed Asia centrale e nel Sud-est asiatico. Per la cronaca, la Saudi Investment Company (SICO), società finanziaria creata nel maggio 1980 a Zurigo con lo scopo di amministrare una parte dei profitti del Saudi Binladin Group, è stata sospettata di aver contribuito finanziariamente alle operazioni coperte della CIA a sostegno delle forze di resistenza e dei mujahidin dell’allora giovane Osama bin Laden contro l’occupazione dell’Afghanistan da parte dell’Unione sovietica.

Nel Cda della Fondazione compaiono poi tre noti accademici: Francesca Maria Corrao, ordinaria di Lingua e cultura araba e direttrice del Master Mislam alla LUISS “Guido Carli”, nonché presidente del comitato scientifico della Fondazione Orestiadi di Gibellina della Regione Siciliana; Egidio Ivetic, professore associato presso il Dipartimento di Scienze storiche dell’Università di Padova, direttore dell’Istituto per la Storia della Società e dello Stato Veneziano presso la Fondazione “Giorgio Cini” nonché membro del consiglio direttivo della Società Italiana per la Storia dell’Età Moderna; Germano Dottori, già docente presso il dipartimento di Studi Politici della LUISS e dal 2011 presidente del Centro di Studi Strategici e di Politica Internazionale, ente no-profit della stessa Libera università di Roma. Dal 1996 il prof. Dottori è consulente parlamentare specializzato in politica estera, difesa e sicurezza interna e dal 2016 membro del consiglio scientifico della rivista Limes. Durante il primo governo Conte (2018-19), Germano Dottori è stato consigliere per gli Affari delegati del sottosegretario alla Difesa Raffaele Volpi.

Membro del consiglio di amministrazione e autore di alcuni interventi nella sezione news di Med-Or è lo scrittore e giornalista Pietrangelo Buttafuoco, già presidente del Teatro Stabile di Catania e attuale presidente del Teatro Stabile d’Abruzzo. Di origini siciliane e nipote dell’ex parlamentare regionale, nazionale ed europeo dell’MSI – Movimento Sociale Italiano, Antonino Buttafuoco, Pietrangelo Buttafuoco è stato dirigente nazionale del Fronte della Gioventù (l’organizzazione giovanile missina), componente del Comitato centrale dell’MSI e dal 1995 fino al 2003 membro dell’Assemblea nazionale di Alleanza Nazionale. Come giornalista Buttafuoco ha collaborato con la riviste di destra Proposta e le testate Il Secolo d’ItaliaIl GiornaleIl Fatto Quotidiano e Il Quotidiano del Sud. Oggi è direttore responsabile di CiviltàdelleMacchine.it, il quotidiano online della Fondazione Leonardo – Civiltà delle Macchine, istituita anch’essa da Leonardo S.p.A. nel 2018 per valorizzare il patrimonio archivistico e museale del gruppo, “favorire il dialogo con la società civile, la collaborazione con gli stakeholder, le comunità e i territori” e contribuire a “far percepire Leonardo quale pilastro nel Sistema Paese e asset nazionale dell’innovazione tecnologica”.

Il presidente della Fondazione sorella di Med-Or è l’ex magistrato Luciano Violante, parlamentare comunista dal 1979 al 2008, presidente della Commissione Antimafia dopo le efferate stragi del 1992, della Camera dei deputati dal 1996 al 2001 e odierno presidente di Italiadecide, associazione fondata nel 2008 da esponenti politici, intellettuali, imprenditori e gruppi industriali e finanziari (ENI, ENEL, Ferrovie dello Stato Italiane, ecc.) con l’intento di “promuovere una analisi dei problemi di fondo dell’Italia”, a partire dalle “difficoltà del sistema decisionale”. Di Fondazione Leonardo Civiltà delle Macchine è presidente onorario Luciano Carta, membro del comitato strategico della Fondazione di Minniti; nel suo Cda ci sono pure altri due rappresentanti di Med-Or, Lucio Valerio Cioffi e Alessandra Genco.

Nel Cda di Leonardo Med-Or c’è pure l’avvocato Alessandro Ruben, parlamentare dal 2008 al 2013 per il Popolo della Libertà (eletto in quota Alleanza Nazionale), componente prima della Commissione Affari esteri e poi della Commissione Difesa. Ruben ha pure ricoperto l’incarico di consigliere per gli Affari internazionali dell’allora ministro della difesa Ignazio La Russa (Alleanza Nazionale) e. contestualmente, di presidente del gruppo di collaborazione parlamentare Italia – Stati Uniti d’America e membro della delegazione italiana presso l’Assemblea Parlamentare della NATO. Dal maggio al novembre 2016 ha fatto invece da collaboratore del ministro dell’Interno Angelino Alfano per i rapporti internazionali e con le minoranze.

Alessandro Ruben è noto per essere il compagno-convivente della ministra per il Sud e la coesione territoriale, Mara Carfagna (Forza Italia, ex modella e show girl e poi ministra per le Pari opportunità con il terzo governo Berlusconi); ma anche per essere stato consigliere dell’Unione delle Comunità Ebraiche e presidente della sezione italiana dell’Anti-Defamation League (2004-08). Da 2017 Ruben è membro onorario della Commissione nazionale della stessa organizzazione ebraica fondata negli  Stati Uniti d’America con lo scopo di “combattere l’antisemitismo e tutte le forme di pregiudizio”. In verità il campo d’azione dell’Anti-Defamation League è stato un più controverso in questi anni. Secondo Amnesty International l’organizzazione avrebbe contribuito dal 2002 a coprire le spese per la formazione e l’addestramento in Israele e nei Territori occupati della Palestina di ufficiali ed agenti di polizia di alcuni stati dell’Unione (Florida, New Jersey, Pennsylvania, California, Connecticut,  Massachusetts, ecc..).

Dell’allora deputato Alessandro Ruben mantengono un vivo ricordo gli attivisti siciliani del Movimento di lotta contro l’installazione a Niscemi di uno dei terminali terrestri del MUOS, il più recente sistema di telecomunicazioni satellitari della Marina USA. Il 16 febbraio 2011 Ruben prese parte alla commissione composta anche da tre colonnelli delle forze armate italiane e da due docenti universitari di Palermo che accompagnò a Niscemi l’allora governatore della Regione Siciliana, Raffaele Lombardo, con lo scopo di convincere amministratori e consiglieri comunali sulla non pericolosità del MUOS e ottenere il sostegno popolare al progetto di Washington. Il tentativo si rivelò del tutto fallimentare: non ci fu alcun ripensamento da parte della popolazione e le proteste e le azioni dei No MUOS crebbero in numero ed intensità, sino a bloccare per mesi i lavori ai cantieri del centro satellitare.

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Come il neoliberismo arrivò in Italia

Dario ColomboEnrico GargiuloLuciano Gallino26 Marzo 2022economialavoroFacebookTwitterPinterestCondividi

Un’attualissima (e inedita) intervista ritrovata a Luciano Gallino: su come la sinistra postcomunista è divenuta neoliberista e sulla «lotta di classe dopo la lotta di classe»

Quest’intervista a Luciano Gallino, scomparso nel novembre del 2015, è stata condotta da Dario Colombo ed Enrico Gargiulo a inizio giugno dello stesso anno per essere inserita in un volume collettivo dedicato ai vari aspetti della penetrazione del neoliberismo in Italia. Il libro, purtroppo, non ha mai visto la luce. L’intervista qui pubblicata, inoltre, è stata creduta irrimediabilmente persa: il dispositivo usato per la registrazione è stato rubato durante un viaggio in treno e il disco rigido su cui era stata copiata, poco dopo, è rimasto danneggiato. A diversi tecnici è stato chiesto di recuperare il file, senza successo. Sette anni dopo, un vecchio pc, quasi per caso, è capitato nelle mani di una persona che, inaspettatamente e fortunatamente, è riuscita a recuperare il prezioso contenuto che, proprio nei giorni in cui cade il decimo anniversario dell’uscita del suo Lotta di classe dopo la lotta di classe, qui finalmente pubblichiamo. 

Caro professor Gallino, prima di tutto le chiediamo una definizione complessiva di neoliberismo: cosa si intende con questo termine? Cos’è il neoliberismo come fenomeno globale degli ultimi decenni e cosa, soprattutto, non è?

Dagli anni Ottanta del secolo scorso, con l’avvento al potere di leader politici come Ronald Reagan negli Stati uniti e Margaret Thatcher nel Regno Unito, si usa designare come neoliberismo o neoliberalismo un’ideologia universale che afferma che qualunque settore della società, ciascun individuo in essa e, infine, la società intera in quanto somma dei due elementi precedenti, può funzionare meglio, costare meno, presentare minor problemi, essere più efficace ed efficiente qualora sia governata in ogni momento dai principi di una razionalità economica e strumentale. 

La razionalità strumentale ha a che fare soprattutto con il rapporto tra mezzi scarsi – rispetto all’attore che li vuole utilizzare – e fini alternativi – che possono dare esiti molto diversi. Qualunque altro ragionamento passa in secondo piano dinanzi a questo impegno e presupposto. Non solo l’economia, l’impresa o il commercio dovrebbero essere organizzati e gestiti secondo il principio della razionalità economica ma anche i servizi pubblici: scuola, sanità, ricerca, beni culturali. E così tutte le azioni degli individui, perché solo in questo modo la loro somma complessiva darebbe origine a una società migliore, nel senso di più efficiente e con costi minori.

Se poi mi chiede che cosa non è, si può dire una cosa precisa e piuttosto trascurata: il neoliberalismo non è una dottrina che vuole scoprire come funziona il mondo, spiegarlo agli altri e conformarlo in modo che sia più consono rispetto a leggi individuate e scoperte. Tra le grandi dottrine politiche questo approccio caratterizza ad esempio il marxismo. Marx voleva scoprire come funzionava davvero il mondo capitalistico e spiegarlo, per poi correggerlo, emendarlo e fondare un altro ordine sociale. Il neoliberalismo è una dottrina essenzialmente costruttivistica. Essa non dice, come dicevano i liberali classici, che l’essere umano è di per sé un homo oeconomicus, dice che l’essere umano anche se non lo è, può essere spinto in diversi modi ad agire come un uomo economico e questo ha i suoi vantaggi non solo in economia ma anche nella famiglia, nei rapporti sociali, in politica e in qualunque altro settore della società. Il neoliberalismo, tra tutte le grandi dottrine politiche, non è una teoria scientifica nel senso che vuole scoprire come funziona la realtà, vuole piuttosto costruire la realtà secondo i propri principi e i propri canoni, nella convinzione che tutto funzionerebbe meglio.

A suo parere, esiste un unico neoliberismo o esistono invece molti neoliberismi? A questo proposito, le chiedo cosa pensa del dibattito sulle varietà del neoliberismo, anche in rapporto al precedente dibattito sui differenti modelli di capitalismo.

È certamente sensato parlare di varietà di neoliberalismo. Sul tema si è svolto un dibattito intenso che, negli ultimi quindici anni – non in Italia ma in paesi come gli Stati uniti, la Germania e il Regno Unito –, ha messo in luce la complessità del pensiero neoliberale. Senza inseguire le minute variazioni individuate dagli storici del neoliberalismo ma dovendo e volendo semplificare, si possono individuare due grandi varietà di neoliberismo. 

Quella anglosassone, detto anche transatlantico, quindi Stati uniti e Gran Bretagna essenzialmente, alla cui base c’è il pensiero neoclassico liberale e della scuola di Chicago, i Chicago Boys, vale a dire Milton Friedman e compagni. L’altra variante è quella europea, nata principalmente in Germania e in Austria, che è caratterizzata dal peso che hanno avuto le dottrine dette ordoliberali. Sono dottrine nate intorno agli anni Trenta, ancora sotto Weimar, soprattutto all’università di Friburgo, per cui sono dette anche Scuola di Friburgo. Il pensatore principale, tra molti altri, è Walter Eucken. 

Ambedue le varianti hanno avuto un grande successo politico ma anche sociale, perché il neoliberismo è diventato non solo la dottrina politica più o meno ufficiale ma ha vinto e stravinto in ogni ambito di applicazione possibile. L’ordoliberalismo, la versione tedesca, ha avuto grande importanza ad esempio nell’economia del dopoguerra. Ludwig Ehrard, considerato il padre della rinascita dell’economia tedesca, in modo più o meno evidente si rifaceva ai principi dell’ordoliberalismo.

Le differenze tra le due versioni sono moltissime e profonde. Una distinzione piuttosto importante verte sul fatto che gli anglosassoni insistono sul ridurre al minimo lo stato. C’è uno slogan che affiora di continuo durante le campagne elettorali negli Stati uniti che suona, in maniera non molto elegante, «Bisogna affamare la bestia» [lo slogan comparve la prima volta nel 1986 nel libro The Triumph of Politics: Why the Reagan Revolution Failed, il cui autore è David Stockman, sotto la presidenza Reagan direttore dell’Ufficio per la gestione e il bilancio, Ndr]. Il che significa ridurre al minimo le risorse dello stato affinché intervenga il meno possibile nell’economia. Lo stato deve provvedere alle forze armate, alla sicurezza, a pochi altri aspetti ma deve stare lontano da qualsiasi cosa abbia a che fare non solo con l’economia ma anche con la regolazione della società. Invece l’ordoliberalismo è una dottrina che insiste molto sul fatto che è lo stato che con le leggi, la normativa, la regolazione, deve predisporre l’ambiente e il terreno in cui il sistema economico possa dipanarsi in tutta la sua efficacia, in tutta la sua libertà. Quindi meno stato o stato ridotto al minimo nei paesi anglosassoni; stato invece che pesa molto in Europa. Per certi aspetti il trattato di Maastricht, l’autoritarismo economico dominante che ancora oggi subiamo, denota il fatto che in Europa ha avuto la meglio la variante ordoliberale la quale richiede una certa dose di autoritarismo per far sì che sia lo stato a spianare la strada alla stabilità monetaria, al controllo dell’inflazione, al pareggio di bilancio pubblico.

Quali sono le caratteristiche distintive della variante italiana – se ritiene corretto parlare di una variante italiana – del neoliberismo? Quali le date e i passaggi rilevanti della penetrazione del neoliberismo in Italia e quali gli attori cruciali sia individuali che collettivi?

Prima richiamavo la mole di studi internazionali sull’elaborazione teorica intorno al neoliberismo. Sino a tempi recenti questa era molto modesta in Italia. Ho letto di recente una riedizione del 2008 di un volume di Norberto Bobbio, L’età dei diritti, con un’abbondante bibliografia di lavori in italiano sul pensiero liberale che integra l’originale: ne figura soltanto uno che si riferisce al neoliberismo. Nondimeno si può dire che l’Italia sia stata un canale importante per far diventare neoliberali i successori del Pci, i comunisti, così come i socialisti e altri. 

Già negli anni Sessanta c’erano scambi molto nutriti tra economisti e studiosi di altre discipline italiani ed europei con studiosi sovietici e dell’area sovietica, soprattutto ungheresi e polacchi, sullo sfondo di quella che si chiamava la teoria della convergenza. Sono autori lontani dai dogmi sovietici che con autori occidentali altrettanto lontani dai dogmi liberali ritenevano che la produzione di massa, il fordismo, le nuove tecnologie della comunicazione, i grandi calcolatori – che erano già presenti e operativi, io ne vidi uno a Ivrea alla fine degli anni Cinquanta – producessero elementi di convergenza tra il sistema dell’economia di piano e il sistema capitalistico. Economisti delle due parti si incontrarono spesso, anche in Italia, per discutere gli aspetti di questa convergenza. Gli italiani scoprirono, ma anche gli americani che venivano in Italia ad ascoltare, che i colleghi sovietici parlavano come neoliberali. Parlavano di mercato, di regolazione del mercato mediante l’informatica. Gli economisti sovietici erano critici sull’economia di piano perché ritenevano che non avrebbe potuto funzionare ancora molto.  

Gli economisti europei e italiani apprendevano che per i colleghi sovietici l’economia, per essere felicemente regolata, avrebbe avuto bisogno di un dittatore benevolo. E il dittatore benevolo in questo caso era l’informatica. Per generazioni era stato vero l’assioma per cui lo stato non sarà mai in grado di governare il mercato perché il mercato raccoglie una serie di informazioni istante per istante e lo stato non può farlo. Però l’informatica poteva essere anche più rapida del mercato nel raccogliere informazioni e a essa si sarebbe dovuto sottostare.

Tra le istituzioni che hanno favorito gli incontri con questi economisti sovietici, polacchi e ungheresi – tutti espressione dell’era comunista ma molto critici e molto attenti alle trasformazioni dell’economia – ha avuto un’importanza notevole la fondazione Ceses, Centro di studi economici e sociali, fondata a Milano nel 1964 a spese e per volere della Confindustria. Il suo impegno si è via via ridotto ma ha operato fino al 1988. Per ventiquattro anni è stata una fondazione molto importante, a cui hanno partecipato molti docenti e anche uomini politici, che cercava di scoprire cosa succedesse dall’altra parte attraverso le voci degli economisti dei due campi. Purtroppo, gran parte di questa letteratura è andata dispersa e, tanto per cambiare, per sapere qualcosa bisogna andare negli archivi americani o cercare delle pubblicazioni americane, essendo stati loro a studiare quest’esperienza. 

Ciò significa che nella testa di quelli che erano prima membri del Pci, e poi via via membri del Pds, Ds e Pd, circolavano delle idee in tema di economia che erano sostanzialmente neoliberali. L’economia doveva essere libera, doveva essere amministrata in modo tecnicamente perfetto. Quello che prima il piano e anche il mercato capitalistico facevano male, poteva essere fatto meglio mediante le tecnologie informatiche. Quindi, uno dei canali attraverso i quali il neoliberismo è entrato nella testa degli esponenti dei partiti di sinistra sono stati questi colloqui trans-europei tra comunisti da un lato e liberisti dall’altro, i quali si confrontavano sulla possibile evoluzione dell’economia.

Nel caso del Pci e delle tante vesti che ha assunto dopo, si può aggiungere un elemento che è diventato particolarmente pesante dopo l’89. Da allora si è parlato sempre più degli errori, dei gulag, di un regno del terrore che finalmente era caduto. Questo ha fatto sì che generazioni di aderenti, simpatizzanti e studiosi delle successive incarnazioni del Pci abbiano fatto l’impossibile per far dimenticare che avevano avuto rapporti e simpatie col comunismo sovietico, ovvero col socialismo realizzato. È come se avessero deciso di spogliarsi di tutti i propri panni e buttarli in un bidone del cortile affinché nessuno si ricordasse che qualche tempo prima erano stati comunisti. C’è stato una sorta di pentimento politico a posteriori, non sempre chiaro e non sempre evidente, che ha avuto molta importanza nel far letteralmente sparire in poco tempo il Pci.

Ancora più importante è stato il fatto che, come si evince dai colloqui avuti con i colleghi comunisti, l’economia comunista alla quale il Partito comunista nostrano si sentiva più vicino assomigliava molto al neoliberismo: il dittatore benevolo, l’importanza data al calcolo, alla previsione. Dal punto di vista intellettuale e politico, uno dei cardini dello sviluppo del neoliberismo in Italia, un canale davvero molto importante, sono stati questi incontri con gli economisti dell’area sovietica avvenuti al Ceses per un quarto di secolo. Intendiamoci, la Confindustria lo finanziava perché sperava che in tal modo venissero fuori le magagne dell’economia di piano. Qualcosa magari veniva pure fuori, ma emergeva anche il fatto che quelli erano studiosi – e di primissimo piano, pensiamo agli ungheresi, tra i quali Micheal Polanyi e altri – che lasciavano una traccia che poi purtroppo non è stata contrastata da nessuno studio critico. Il neoliberismo è stato accettato per intero senza alcuna reticenza e senza ragionamento sulle conseguenze.

È corretto dire che il modello italiano di neoliberismo è autoctono oppure è più corretto dire che sia eterodiretto, guidato dall’esterno? Ed eventualmente quali sono i paesi e i soggetti politico-economici che lo hanno ispirato?

Io non pretendo di conoscere l’intera bibliografia. Resta il fatto che trovare una pubblicazione sul neoliberismo italiano è veramente molto difficile. Quello che è stato travasato in politica viene in parte dagli Stati uniti, in parte dall’Inghilterra della signora Thatcher e in parte dai tedeschi. L’assoluta obbedienza dei nostri governi ai dettami di Bruxelles e ai dettami di Berlino attesta il fatto che c’è stato un assorbimento in gran parte acritico del neoliberalismo, dei suoi aspetti più politici e più disciplinari, senza che si levasse quasi alcuna voce a contrastarlo.

Quali sono i settori di policy in cui la presenza delle ideologie e delle politiche neoliberiste è più evidente, quali i settori in cui c’è ma è più nascosta e quali, ammesso e non concesso che ve ne siano, in cui questa influenza è del tutto assente?

I due settori in cui questa influenza è più evidente sono la protezione sociale, quindi l’attacco allo stato sociale, alle pensioni come alla sanità, e il lavoro, quindi la sfera delle politiche del lavoro. Su quest’ultimo punto, le leggi incominciano a grandinare già nei primi anni Novanta, per poi diventare un vero diluvio con le leggi Treu del 1997, la legge Biagi del 2003, quelle di Sacconi nel governo Berlusconi alla fine dello stesso decennio, la legge Fornero del 2012 e il cosiddetto Jobs Act del governo Renzi. Questi sono stati e sono i settori in cui le pratiche neoliberiste sono maggiormente attive e presenti. Ce ne sono poi parecchi altri. Quando si dice che occorre avere cura dei beni culturali perché attirano molti visitatori che contribuiscono al Pil nazionale, si tradisce una norma di fede neoliberale. Ciò che conta non è il merito dell’oggetto ma cosa l’oggetto può determinare in termini di utilità. Diversi servizi pubblici che stanno impoverendo le città: si riducono i trasporti e parchi, gli asili nido e altre forme di sostegno alle famiglie. Nel campo culturale, l’università ha avuto delle ferite terrificanti in quanto a soppressione del pensiero critico in nome di un’università sempre più azienda. Per quanto riguarda la scuola primaria e secondaria si sta affermando il principio che debba comportarsi, essere organizzata, agire e pensare come un’azienda. E questa è una delle caratteristiche neoliberali principali.

È la sua vocazione totalitaria perché per certi aspetti il neoliberismo è un’ideologia profondamente totalitaria. Non ammette discussione, non ammette critiche. Anche dopo quel che è successo, anche dopo quel che è accaduto nell’economia globale che ha seguito il credo neoliberale. È incredibile: gli economisti neoliberali non hanno previsto la crisi, non hanno saputo spiegarla, non hanno nulla da dire al riguardo, hanno inventato le politiche di austerità che, per ammissione di alcuni di loro stessi, sono state una catastrofe. Non solo le critiche ma le contraddizioni della realtà, il principio di realtà, passano sulle politiche neoliberali come fossero acqua sulla roccia. Nelle università si insegna quello che si insegnava dieci anni fa. Non c’è un barlume di pensiero critico in economia che sia sopravvissuto. Sì, c’è qualcosa, ma talmente minoritario da essere pressoché invisibile.

Per quanto riguarda lo scenario attuale: come sta cambiando, se sta cambiando, il liberismo in Italia? Ha esaurito il suo ciclo e verrà sostituito da un’altra ideologia egemone, oppure è vivo e vegeto? Pensiamo ad esempio a questo volume uscito di recente su Lo stato innovatore, che alcuni hanno letto come segnale di un’inversione di tendenza del pensiero economico.

Buonissimo libro ma si riferisce agli anni Trenta e Quaranta più che al presente. Non ha nulla a che fare con le tendenze attuali o le eventuali loro inversioni. Lo dico con rimpianto ma serenamente perché bisogna riconoscere le cose come stanno. Il neoliberalismo è vivo come non mai. Fa parte della sua inossidabilità. Gli scarti dalla realtà non hanno minimamente scalfito il pensiero neoliberale. Tutte le dichiarazioni che fanno i nostri ministri sono dichiarazioni intrinsecamente neoliberali e spesso sono riprese da testi neoliberali. Il Jobs Act contiene pezzi di testi dell’Ocse, testa di ponte della demolizione neoliberale dell’Europa, che risalgono al 1994. La riforma della scuola del governo Renzi è stata sostanzialmente scritta da una fondazione privata, di cui si citano esattamente i passi, che vengono recepiti dal governo e dal parlamento. Nonostante le sconfitte, il neoliberismo è più vivo che mai. Si potrà cominciare a parlare di un suo decadimento quando si vedranno dei provvedimenti che vanno in senso contrario, che aboliscono alcune delle leggi adottate in questi anni, insomma che si esprimono contro la tendenza dominante. Oso dire che non vedo assolutamente nulla di tutto questo. Le dichiarazioni del presidente Renzi, che ogni tanto dice che «bisogna cambiare l’Europa», non sono che acqua fresca.

Alcuni osservatori ripongono fiducia in attori politici che potrebbero costruire una nuova egemonia intorno a idee diverse rispetto a quelle neoliberali. Secondo lei è plausibile questo scenario o non lo è?

Io dal mio canto ho fiducia nel flogisto o nella pietra filosofale, più o meno equivalente alla fiducia nella direzione che lei indica.

Facendo un bilancio, quali sono stati e quali saranno i costi umani delle politiche neoliberiste in Italia? Quali sono i gruppi, magari quelli meno visibili e più nascosti, maggiormente colpiti da queste politiche?

Il neoliberismo politico è orientato sistematicamente a colpire i più deboli. Ed è quello che ha fatto anche in Italia: i lavoratori dipendenti, gli impiegati a mille euro al mese, i pensionati a seicento euro, le famiglie povere. Una grande fascia della popolazione, stimabile intorno al 25-30%, avrebbe bisogno di essere in qualche modo aiutata, non soltanto con sussidi ma con politiche del lavoro e della protezione sociale che non siano solamente punitive come sono state quelle degli ultimi tre o quattro governi. 

Peraltro, spesso maneggiando in modo non corretto i dati. Noi abbiamo ormai uno strato di poveri, sia assoluti che relativi, molto elevato. Parliamo di molti milioni di persone che non possono permettersi gli standard di vita ai quali ci eravamo tutti abituati oppure non possono nemmeno procurarsi le risorse per far fronte a una vita dignitosa, riprendendo i significati di povertà relativa e povertà assoluta. Parliamo, tra gli uni e gli altri, di una cifra intorno ai dieci milioni di persone; su sessanta milioni è assai significativa. Inoltre assistiamo a una contrazione delle classi medie, perché l’attacco alla pubblica amministrazione e ai quadri intermedi, l’evoluzione dell’organizzazione del lavoro vanno tutte nella direzione di colpire anche le cosiddette professioni liberali, quelle che richiedono una certa qualificazione. 

Nell’insieme, sono certo i più deboli a essere più colpiti, coloro che hanno bisogno di assistenza perché proprio non ce la fanno, che necessitano di politiche contro la disoccupazione decenti, di un autentico aiuto a tornare sul mercato del lavoro. Su tutto questo non è stato fatto nulla. Non c’è da stupirsi perché è ciò che è accaduto anche negli altri paesi dell’Occidente. Prendiamo ad esempio la ricca Germania: le riforme del lavoro neoliberali volute dal socialdemocratico Gerhard Schroeder – e non è un errore accostare i due termini – a partire dal 2003, con le cosiddette leggi Hartz, sono andate nel senso di impoverire una grande frazione della popolazione lavoratrice, inclusa la classe media. 

Questo è il neoliberismo. Per il neoliberismo l’ineguaglianza, anche sfrenata e molto elevata, non è un male da curare. Piuttosto, è un aspetto indispensabile di un’economia ben funzionante, perché se ci sono molti ricchi, in base alla teoria del gocciolamento – che è una teoria per molti aspetti spudorata dal punto di vista scientifico – questi investono di più, consumano di più e quindi gli effetti benefici gocciolerebbero sui ceti meno abbienti finendo per produrre più occupazione. Non è vero nulla, non c’è uno straccio di statistica che lo possa confermare. Il consumo dei ricchi non può superare certi livelli: comprare ciascuno otto lavatrici, sei automobili o cambiarsi quattro camicie al giorno. E per l’investimento bisogna considerare che, come numerosi studi confermano, oggi i ricchi tendenzialmente non investono in infrastrutture, stabilimenti, impianti, aziende di servizi. Investono in finanza per moltiplicare il denaro che già hanno. Quando la diseguaglianza non è deplorevole, non è un male, non è una forma di patologia sociale da curare in maniera più o meno radicale, il risultato è che i più deboli ne fanno le spese. L’enorme aumento della disuguaglianza negli ultimi vent’anni è dovuto alla finanziarizzazione dell’economia, al taglio delle tasse ai più ricchi, a due occhi dello stato perennemente chiusi sull’evasione e l’elusione fiscale. Ma questo, nell’ottica del neoliberalismo, è un bene, perché i ricchi consumando e investendo trascinerebbero all’insù anche i consumi e gli investimenti dei più poveri.

Nel corso dell’intervista è già emerso che manca una forte opposizione politica e sociale al neoliberismo. Quali sono le ragioni di tale assenza? È possibile pensare a un’azione politica organizzata della classe del lavoro salariato o da parte di altri soggetti che riescano a opporsi al neoliberismo? Da questa prospettiva, che ruolo svolge la precarizzazione, sia come agente di frammentazione dell’organizzazione politica del lavoro, e quindi di offuscamento della coscienza di classe, sia come possibile base di partenza di un nuovo agire collettivo? 

Sono abbastanza scettico a questo riguardo. Il movimento operaio e il movimento sindacale sono divenuti importanti, potenti e hanno ottenuto i migliori risultati nel dopoguerra, durante i «trenta gloriosi» come sono chiamati in Francia: buoni salari, buone condizioni di lavoro e, parallelamente, un tasso di sviluppo oggi inimmaginabile. Questo perché il sindacato era potente, rappresentativo, poteva battere i pugni sul tavolo per ottenere migliori condizioni di lavoro. Senza tralasciare nell’analisi quel fattore geopolitico che è stato la presenza, sino al 1991, dell’ombra sovietica. Anche in Confindustria, e comunque nel padronato in generale, si preferiva concedere abbastanza agli operai e ai lavoratori indipendenti, piuttosto che rischiare di irritare quel grande orso che sonnecchiava a oriente. Caduto quello, dissoltosi nel giro di un anno o due, la controffensiva delle classi più ricche e dominanti non ha più avuto limiti. 

Il potere del sindacato si è fondato per un secolo e mezzo su tre forme di unità: l’unità di tetto, cinquecento, mille, diecimila persone sotto lo stesso tetto che facevano lo stesso lavoro; l’unità di contratto, vale a dire che se quei mille o diecimila sotto lo stesso tetto facevano il lavoro da metalmeccanici, allora avevano il medesimo contratto da metalmeccanici, punto e basta; inoltre rispondevano a un solo padrone, e quindi c’era anche l’unità di padrone. Questi tre elementi hanno reso forte il sindacato perché facevano maturare dei forti interessi comuni. Se tutti avevano lo stesso contratto, se tutti avevano lo stesso padrone, quelli si muovevano tutti insieme o quasi per una singola vertenza. 

Adesso quelle cinque o diecimila persone un tempo sotto lo stesso tetto, anche lasciando perdere gli impatti dell’automazione, sono divise in centinaia di fabbriche e fabbrichette che stanno metà in Italia e metà all’estero in nome delle cosiddette catene di creazione del valore. Nessuno sa bene chi è padrone di che cosa e soprattutto i cinquemila sono diventati trecento, magari pure moltiplicati per quindici sedi in un territorio sterminato. Non hanno alcuna possibilità di vedersi, di raccontarsi, di solidarizzare fisicamente nei luoghi di lavoro. 

Tutto questo ha indebolito fortemente il sindacato a prescindere dalle lotte sindacali che sono state condotte. La prima cosa che Reagan e Thatcher hanno fatto appena andati al potere, nell’81 Reagan e nel ’79 Thatcher, è stato schiantare i sindacati più rappresentativi come quello dei piloti o dei minatori. Tutto questo è accaduto anche in altri paesi, e naturalmente anche in Italia. Non c’è stata riforma del lavoro che non fosse anche un attacco ai sindacati. Non soltanto. L’organizzazione fondata sulla distribuzione di centinaia di aziende collegate fra di loro nelle catene di creazione di valore non è mica caduta dal cielo. È stata voluta per indebolire il sindacato: se uno ha una fabbrica nel milanese, una a Timisoara, una a Taiwan, avere a che a fare con i sindacati diventa molto agevole perché basta buttare via un anello, ossia interrompere il contratto con una particolare azienda, e avviarne uno nuovo con una diversa impresa tra le innumerevoli che si offrono. L’indebolimento del sindacato è stato cercato sul piano organizzativo e praticato sul piano politico. Non mi si venga a dire oggi: «il sindacato non fa più il suo mestiere». Per forza: gli sono state tagliate non solo le unghie ma anche le dita. 

Vedo difficile, per concludere, ritrovare un qualche tipo di unità, perlomeno di interessi derivanti dai contratti, che preluda a un’organizzazione di massa. I soggetti sono molto frammentati e hanno interessi diversi. Occorrono delle micro-organizzazioni che sappiano coordinarsi tra loro. Ad esempio, come avviene adesso in Spagna, ma non a partire dai contratti di lavoro ma da altri punti di partenza: i contratti di affitto, i contratti di finanziamento che permettono di espropriare casa a una famiglia che pure abbia ripagato quasi tutto il prestito, dalle mense comuni, dalle scuole che non hanno i materiali o gli insegnanti. Lì si può trovare una comunità di interesse che il luogo di lavoro non offre più. Da noi non vedo molte esperienze in questo senso. Ripeto: data la frammentazione intervenuta rispetto al tetto, al contratto e al padrone, non credo sia possibile pensare soltanto alla classe lavoratrice come soggetto egemone. Bisogna pensare ai tanti altri soggetti che possono avere in comune interessi significativi pur facendo diversi lavori e sperimentando condizioni di lavoro molto diverse. 

*Dario Colombo, sociologo, si è occupato della neoliberalizzazione delle politiche sociali e lavora nel campo della microprogettazione sociale. Enrico Gargiulo, sociologo all’Università di Bologna, si occupa di trasformazioni della cittadinanza, integrazione dei migranti e sapere di polizia.

Luciano Gallino (1927-2015), sociologo tra i più autorevoli della nostra epoca, ha insegnato all’Università di Torino. Si è occupato delle trasformazioni del lavoro e dei processi produttivi nell’epoca della globalizzazione. 

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