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LOTTO MARZO

OTTO MARZO: c’è ancora molto da lottare

Due fiumi di poesia

L’otto marzo è anche questo

Ascolta qui: Poesie-8-Marzo-mp3

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PODEROSA PLAYLIST OTTO MARZO

Pensata e realizzata da Angela Colombo

Ascolta: Playlist-Poderosa-per-l8-MARZO

Leggi i titoli: 8-marzo-2022-per-Radio-Poderosa-scaletta

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8 marzo sciopero transfemminista contro la guerra

dal sito Non una di meno

Siamo i corpi, le vite, la carne da cannone di cui si alimenta questo modello di sviluppo costruito sulla crisi permanente e di cui la guerra è parte, i cui costi sociali, economici e ecosistemici non sono mai calcolati. Siamo le donne che vivono la guerra anche in tempo di pace. Contro la guerra dei potenti, per un’Europa senza confini, democratica e solidale: l’8 marzo la marea transfemminista scende in piazza ed è in sciopero per far tacere immediatamente le armi

Le foto scattate alla manifestazione a Roma del 5 marzo sono di Martín Calabria

8marzo – sarà sciopero transfemminista contro la guerra!

Con l’invasione russa dell’Ucraina siamo stat* proiettat* in uno scenario solo un mese fa inimmaginabile: la terza guerra mondiale, la guerra nucleare come orizzonte distopico non sono mai state prospettive così vicine e concrete.

Contemporaneamente vediamo tornare a galla i soliti vecchi arnesi dello violenza bellica che schiaccia le vite, distrugge le città e le infrastrutture della vita sociale e comunitaria, terrorizza, affama, uccide, separa uomini e donne in base a destini imposti e prestabiliti, fa dei confini d’Europa e dell’accoglienza ai rifugiati un filtro razzista inquietante che rievoca il peggiore incubo, passato e presente, del continente.

Ma è anche la guerra che sperimenta strumenti nuovi: le pesanti sanzioni economico-finanziarie volute dalla NATO e approvate dalla UE che non toccheranno Putin e gli oligarchi russi ma che colpiranno in prima istanza la popolazione civile; che avranno gravi conseguenze anche in Europa e che molto probabilmente innescheranno una nuova pesantissima crisi economica globale nella già profonda crisi prodotta dalla pandemia.

A pagare saranno i poveri, le donne, i disertori dei ruoli di genere, le persone migranti bloccate ai tanti confini, usate come armi in una guerra vecchia come il mondo eppure sempre nuova.

La guerra russo-ucraina ha già azzerato il progetto di rilancio economico europeo, avviato con NextGeneretion Eu e con il PNRR. E l’emergenza climatica, ormai conclamata, scala di nuovo nell’ordine delle priorità: l’approvvigionamento energetico impone il ritorno al carbone, alle fonti fossili e al nucleare per garantire continuità allo sviluppo capitalistico, anche se questo è palesemente incompatibile con la vita del pianeta. L’italia intanto, sull’onda di una mozione guerrafondaia e dalle conseguenze sociali devastanti, torna in stato di emergenza per consentire a un governo senza opposizione di agire con le mani libere per contenere i danni sulla macchina produttiva.

Siamo i corpi, le vite, la carne da cannone di cui si alimenta questo modello di sviluppo costruito sulla crisi permanente e di cui la guerra è parte, i cui costi sociali, economici e ecosistemici non sono mai calcolati. Siamo le donne che vivono la guerra anche in tempo di pace.

Il prossimo 8 marzo chiamiamo tutte e tutti allo sciopero contro la guerra, a riempire le piazze che Non Una Di Meno sta organizzando, a prendere parte alla mobilitazione permanente per far tacere immediatamente le armi. Saremo alla manifestazione nazionale a Roma del prossimo 5 marzo.

Fermiamo la guerra in Ucraina, fermiamo il riarmo delle potenze mondiali, fermiamo l’escalation bellica sui corpi della gente!

Rifondazione Comunista: Siamo con lo sciopero femminista e transfemminista dell’8 marzo

Pubblicato il 7 mar 2022

In occasione dell’8 marzo non si possono non ricordare le grandi disparità e disuguaglianze che colpiscono le donne nel mondo del lavoro nel nostro paese.

Le donne subiscono un grave un divario salariale rispetto agli uomini registrato solo in parte dalle statistiche che, confrontando il salario orario contrattuale non tengono conto dei lavori precari e dei part time obbligati che colpiscono maggiormente il lavoro femminile; è gravissimo il divario nel tasso di occupazione che si attesta mediamente intorno al 20%, ma diventa del 35% per le donne giovani e per quelle del sud.

Dentro la pandemia poi le donne hanno subito le contraddizioni derivanti dall’impianto patriarcale e dalla femminilizzazione del lavoro nella sanità, nella scuola, nella pubblica amministrazione e nella grande distribuzione; nel posto di lavoro sono state in prima linea nell’urto del covid venendo contagiate molto di più degli uomini e quando si trovano in smart working lavoravano il doppio sommandosi questo al lavoro di cura domestico.

Per di più, come sempre nelle crisi, sono state le prime ad essere licenziate come si è visto nel 2020, in barba al blocco dei licenziamenti, proprio perché lavorano con contratti che danno poca sicurezza e stabilità, come le infinite forme di precarietà o il part-time spesso “finto” e involontario.

La lotta contro tutte le discriminazioni per un lavoro dignitoso e la redistribuzione del lavoro di cura, sono premesse indispensabili per conquistare insieme all’indipendenza economica l’autodeterminazione delle donne e la loro liberazione da tutte le forme di violenza domestica e non.

Al contempo lottiamo per un radicale cambiamento di rotta delle politiche neoliberiste, per un rilancio degli investimenti nell’welfare e nei servizi, dai nidi, alle scuole, ai servizi socio-sanitari sul territorio, fondamentali per evitare la supplenza del lavoro domestico femminile.
Per questi motivi riteniamo giusta la scelta dei movimenti femministi, in Italia Non Una Di Meno, di invitare delegate, delegati e organizzazioni sindacali ad aderire allo sciopero femminista e transfemminista della produzione, della riproduzione e del consumo in occasione dell’8 marzo.
Rifondazione comunista sostiene la scelta delle organizzazioni sindacali di base e delle Rsu che hanno già aderito alla scelta e considera un’occasione mancata la scelta delle principali organizzazioni sindacali di non unificare donne e uomini, giovani e meno giovani, studenti e studentesse, precari/e, disoccupati/e in una grande giornata di lotta contro le politiche neoliberiste che stanno scaricando una crisi mai finita contro i ceti popolari, aumentando ingiustizie e disuguaglianze.

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… a proposito di poesia…

La fine e l’inizio

di Wisława Szymborska

Dopo ogni guerra

c’è chi deve ripulire.

In fondo un po’ d’ordine

da solo non si fa.

C’è chi deve spingere le macerie

ai bordi delle strade

per far passare

i carri pieni di cadaveri.

C’è chi deve sprofondare

nella melma e nella cenere,

tra le molle dei divani letto,

le schegge di vetro

e gli stracci insanguinati.

C’è chi deve trascinare una trave

per puntellare il muro,

c’è chi deve mettere i vetri alla finestra

e montare la porta sui cardini.

Non e’ fotogenico

e ci vogliono anni.

Tutte le telecamere sono gia’ partite

per un’altra guerra.

Bisogna ricostruire i ponti

e anche le stazioni.

Le maniche saranno a brandelli

a forza di rimboccarle.

C’è chi con la scopa in mano

ricorda ancora com’era.

C’è chi ascolta

annuendo con la testa non mozzata.

Ma presto

gli gireranno intorno altri

che ne saranno annoiati.

C’è chi talvolta

dissotterrerà da sotto un cespuglio

argomenti corrosi dalla ruggine

e li trasporterà sul mucchio dei rifiuti.

Chi sapeva

di che si trattava,

deve far posto a quelli

che ne sanno poco.

E meno di poco.

E infine assolutamente nulla.

Sull’erba che ha ricoperto

le cause e gli effetti,

c’è chi deve starsene disteso

con la spiga tra i denti,

perso a fissare le nuvole.


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Di fronte alla guerra, rivolgiamoci al femminismo

Il pensiero femminista ci fornisce gli strumenti per riconoscere la violenza, assumerla e quindi disinnescarla.

Paola Rivetti 

Il no war femminista è l’unica possibilità
Il pensiero femminista ha con grande attenzione esaminato la guerra e il militarismo. Viene subito in mente il lavoro di celebri pensatrici, accademiche e attiviste come Cynthia Enloe, J. Ann Tickner, Chandra Mohanty, Nadje Al-Ali. È ad esso che dovremmo rivolgerci in questi giorni per riflettere su quali strumenti il femminismo e gli studi di genere ci forniscono per capire il presente e la guerra, e per costruire una posizione politica che ci aiuti a uscire dall’aut aut ‘con la NATO o con Putin’.

Questa è infatti solo l’ultima declinazione di una dicotomia che abbiamo visto presentarsi e ripresentarsi in molte forme. Durante la ripresa di Kabul da parte dei Talebani, nell’agosto 2021, essa era ‘con i Talebani o con gli Stati Uniti’. Cambiano gli attori, cambia il paese, ma non la sostanza: ciò che queste dicotomie operano indipendentemente dalla latitudine è l’invisibilizzazione di qualsiasi altro agente, gruppo sociale o attore a parte i governi, gli eserciti, gli uomini che sono in guerra.

Il femminismo ci aiuta ad allargare la visuale e a porre al centro del nostro ragionamento una constatazione banale: non sempre le popolazioni sono rappresentate dai governanti e non sempre i governanti rappresentano gli interessi delle popolazioni. È la retorica della guerra, del patriottismo, dell’emergenza nazionale che ci permette di dimenticarcene.

In un celebre scritto intitolato ‘Transnational Feminist Practices Against War’, pubblicato nel 2002 all’indomani dell’invasione dell’Afghanistan, le autrici Paola Bacchetta, Tina Campt, Inderpal Grewal, Caren Kaplan, Minoo Moallem, Jennifer Terry spiegano che le guerre, con il loro corollario di nazionalismo e militarizzazione della società civile, rafforzano le gerarchie di genere e le aspettative che il genere, soprattutto nella sua concezione binaria, porta con sé. Vent’anni dopo, dalle piazze dove protestano contro l’invasione dell’Ucraina, le femministe russe del Feminist Anti-War Resistance ce lo ripetono: nella militarizzazione e nella guerra non c’è liberazione ma costrizione, e la decisione dell’Europa fornire aiuto militare agli ucraini è preoccupante in questo senso. Alle donne ridotte a madri sofferenti e poco altro corrispondono uomini-soldati-eroi, che sacrificano il loro ruolo di padri e mariti per difendere la patria e, per estensione, le ‘loro’ donne e i bambini che ‘lasciano indietro’. La guerra rafforza l’aspettativa che le donne e gli uomini si comportino e che siano in un certo modo. La guerra restringe anche il campo di agibilità politica, ovvero la libertà di criticare il governo per le scelte fatte senza essere sanzionate, o silenziate, in quanto ‘nemiche della nazione’.

Tuttavia, il ‘no war’ femminista, occorre precisare, non si basa su un generale rifiuto della violenza in quanto immorale e sbagliata sempre e comunque. Si tratta del rifiuto della violenza di stato e di quella militare, concentrata nelle mani di chi ha già potere. Angela Davis ci ha spiegato che ci sono altri tipi di violenza, come l’autodifesa femminista, che agita in un contesto di critica al patriarcato ci aiuta a diventare autonome e a uscire da una mentalità carceraria e militarista. ‘El estado no me cuidas, me cuidan mis amigas’ lo hanno ripetuto le femministe nelle piazze latino-americane ed europee per dirci esattamente questo, ovvero che il femminismo è il solo movimento oggi in grado di fornire gli strumenti per riconoscere la violenza, assumerla e quindi disinnescarla nella sua funzione ancillare rispetto allo stato e alle altre istituzioni al servizio del patriarcato (gli eserciti, la famiglia, il binarismo di genere, la patria).

L’analisi dell’esistente

Nel loro intervento, Paola Bacchetta, Tina Campt, Inderpal Grewal, Caren Kaplan, Minoo Moallem e Jennifer Terry ci offrono delle indicazioni preziose su come l’esistente vada letto da una prospettiva femminista e radicalmente no war. Ci chiedono innanzitutto di osservare come gli effetti del nazionalismo si articolino sia lungo ‘la linea del genere’, sia lungo quella del colore, e di identificare quali sentimenti provati da quali persone sono presentati e narrati come legittimi e quali, invece, sono esclusi dalla sfera della legittimità.

Fare ciò non significa, solamente, osservare come la guerra incaselli più del solito gli uomini e le donne in identità e ruoli tradizionali. Questo lo abbiamo visto nelle immagini e rappresentazioni dell’invasione russa, narrata dai media come ‘una guerra ai bambini ucraini’ e attraverso la disperazione testimoniata dalle donne ucraine in Italia dove lavorano, spesso e significativamente da una prospettiva femminista, come badanti e nel settore della cura. Lo abbiamo anche visto nei video degli uomini che si separano dalle famiglie in fuga per restare a combattere in Ucraina, o attraverso la militarizzazione dell’immagine dello stesso Zelensky, ritratto sempre in tuta mimetica e circondato da ‘fratelli in armi’ mentre esorta volontari e soldati.

Oltre a questo, si tratta anche di cogliere il trattamento differenziale che viene riservato a popoli che da anni vivono in teatri di guerra o in territori occupati. I siriani hanno fin da subito espresso solidarietà agli ucraini: anche loro conoscono le armi russe anche se per loro non altrettanto è stato fatto da organizzazioni intergovernative come l’UE. Sono stati i palestinesi a sottolineare l’incoerenza di un’Europa che sanziona la Russia per aver invaso e tentato di cambiare la demografia delle aree del Donetsk e Luhansk attraverso la ‘passaportizzazione’ della popolazione, mentre criminalizza chi chiede di fare lo stesso con lo stato di Israele per le medesime violazioni del diritto internazionale in materia di occupazione militare e alterazione degli equilibri demografici dei Territori Occupati attraverso la costruzione di colonie – cosa grave almeno quanto la ‘passaportizzazione’. Si tratta di cogliere il trattamento differenziale riservato al soldato Vitaly Skakun Volodymyrovych, che in altri contesti sarebbe stato additato come un pericoloso kamikaze, anche quando, come Volodymyrovych, gli obiettivi delle azioni suicide sono militari e non civili. Si tratta di cogliere le enormi differenze tra la rappresentazione dei volontari ucraini – uomini e donne che, indipendentemente dalla loro età, si impegnano per la difesa della patria – e quella riservata a palestinesi, iracheni o siriani che fanno lo stesso ma vengono rappresentati come deviati da una propaganda violenta e pericolosa, sempre ‘islamista’ e ‘terrorista’, sempre motivati da un sentimento di odio irrazionale e, soprattutto, pre-politico. La Brigata Internazionale dei volontari in partenza per l’Ucraina viene applaudita, mentre chi è andata a combattere contro l’Isis in Siria e in Rojava viene posta sotto sorveglianza speciale, come Maria Edgarda Marcucci. La lista sarebbe lunga. Non si tratta di delegittimare la resistenza degli ucraini in un esercizio di benaltrismo, ma di interrogarsi su cosa la guerra permette per poterla rifiutare in modo più radicale e in tutte le sue forme, anche quelle meno visibili.

Riprendendo le riflessioni su razzializzazione e legittimità proposte da Bacchetta, Campt, Grewal, Kaplan, Moallem e Terry, appare chiaro come vent’anni di ‘guerra al terrore’ abbiano preparato il campo all’opera di delegittimazione di cui sopra. I musulmani non capirebbero il concetto di Stato-nazione, di modernità, di democrazia, ci è stato detto e ripetuto da giornalisti, analisti e accademici. Si tratta di pregiudizi razzisti che alcuni giornalisti ci hanno riproposto in questi giorni. Charlie D’Agata (CBS), Peter Dobbie (Al Jazeera), Lucy Watson (ITV) e Kelly Cobiella (NBC) parlano di rifugiati ‘cristiani, bianchi’, ‘diversi – col dovuto rispetto – da afghani e iracheni’, ‘europei, nostri vicini’, la cui resistenza è legittima perché ‘qualitativamente diversi’ (bianchi, cristiani, europei) da siriani, afghani, yemeniti.

La linea del colore di chi cerca aiuto, in queste drammatiche ore, si vede anche nel passaggio verso Polonia, Romania, Slovacchia che viene negato alle persone razzializzate. Mentre (per adesso) gli ucraini in fuga sono giustamente accolti, da mesi al confine tra Polonia, Bielorussia e Ucraina l’esercito polacco è impiegato per impedire che adulti e bambini siriani, egiziani, iraniani, yemeniti, somali entrino in Polonia e facciano domanda di asilo in suolo europeo, un diritto che le convenzioni internazionali, invece, garantiscono loro. È importante capire come la differenziazione tra profughi meritevoli, veri, legittimi e non, che include la retorica salvianiana ma si articola anche nel linguaggio della rispettabilità democratica e liberale delle istituzioni come la stiamo sentendo in questi giorni di sostegno all’Ucraina, si sia andata costruendo e fortificando grazie a due decenni e più di islamofobia e razzismo.

Il no war femminista è la sola possibilità teorica e pratica per scardinare l’imperativo morale di schierarsi in difesa dell’esistente senza margini di critica. Esso serve ad attivare la creatività politica necessaria a immaginarci senza bisogno di un esercito e di confini – che è in realtà la condizione che la maggioranza di noi già vive e che, grazie al femminismo, possiamo riconoscere e impegnarci a costruire.

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Gabriel Boric: “Prendetelo sul serio, saremo un governo femminista”

dal sito Pressenza – 

Quest’articolo è disponibile anche in: SpagnoloRedacción Chile

prensa presidente electo Gabriel Boric
(Foto di Ufficio stampa Gabriel Boric)

Il neoeletto presidente cileno Gabriel Boric ha partecipato il 4 marzo a un evento per sottolineare l’ingresso del Ministero della Donne e dell’Uguaglianza di Genere nel comitato politico del suo futuro governo e ha chiesto agli uomini di prendere sul serio il fatto che il governo sarà femminista.

In vista della Giornata Internazionale della Donna l’8 marzo, Gabriel Boric ha chiesto “in particolare agli uomini di prendere sul serio la questione. Non è una banalità, non è una risposta postmoderna alle richieste identitarie, ma un impegno che è alla base del nostro governo: essere un governo femminista significa cambiare il modo in cui ci relazioniamo, il modo in cui vediamo il mondo”

“Chiedo in particolare agli uomini e naturalmente anche alle donne, di prendere la cosa molto seriamente. Che il nostro governo possa contribuire al cambiamento culturale per cui il movimento femminista si è tanto impegnato!”, si è augurato il futuro presidente.

prensa presidente electo Gabriel Boric

Poi la futura Ministra della Donna, Antonia Orellana (nella foto), ha sottolineato che “in questa riunione abbiamo analizzato i debiti del nostro paese, quello che è stato fatto e quello che dobbiamo portare avanti attraverso il nostro programma di governo, ma anche gli impegni presi dallo Stato cileno e abbiamo fissato obiettivi e compiti concreti per i prossimi mesi”.

Per quanto riguarda il modo in cui si sta preparando ad assumere l’incarico di presidente l’11 marzo, l’ex deputato ha confessato di essere “calmo, ma senza un’eccessiva sicurezza di sé. Calmo perché credo che siamo riusciti a mettere insieme una squadra straordinaria nelle sue diverse dimensioni; non solo negli aspetti professionali e tecnici, ma anche nell’aspetto umano”.

Traduzione dallo spagnolo di Anna Polo

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