HO VISTO ANCHE ALBERI FELICI

Chemical Bros – il docufilm di Massimiliano Mazzotta sostenuto da Medicina Democratica – premiato a Cinemambiente

da Medicina Democratica

Con estremo piacere diamo notizia che “Chemical Bros” il docufilm di Massimiliano Mazzotta prodotto con Afteroil e sostenuto da Medicina Democratica ha ricevuto il 12.06.2022 il premio “Ambiente e società” alla rassegna cinemambiente di Torino .

Il docufilm, in modo analogo (e in parte ispirato) al numero di Medicina Democratica sulla tossicità della filiera del fluoro ci conduce dalla Sardegna alla provincia di Vicenza come pure in Gran Bretagna per seguire il filo avvelenato dal minerale fluorite passando dall’acido fluoridrico, ai polimeri fluorurati (Freon) con la coda estremamente pericolosa dei PFAS (perfluoroalchilici).

Medicina Democratica è stata parte civile nel processo penale contro Solvay (impianti di Spinetta Marengo) e lo è tuttora nel processo contro la Miteni e le proprietà successive degli impianti di Trissino (VI).

In precedenza Massimiliano Mazzotta aveva curato, sempre con il sostegno di Medicina Democratica, un docufilm sulla vicenda di Manfredonia (è ancora disponibile il libro+film).

Di seguito le motivazioni del premio;

<< Un docufilm di denuncia che lancia un forte messaggio al mondo, attraverso un viaggio che dalla Sardegna passando per il Veneto arriva in Gran Bretagna e pone l’attenzione su una tematica sempre attuale: contrastare una economia basata sulla produzione sfrenata di oggetti di uso comune, che antepone gli interessi economici a discapito del benessere della comunità e dell’ambiente. Un documentario scomodo, per sollecitare una presa di coscienza e mettere in atto un’azione collettiva per contrastare le derive che colpiscono tutti in termini di perdita di ambiente e salute in maniera irreversibile.

È necessaria un’inversione di rotta. In fondo, siamo fatti di chimica, ma di chimica naturale.>>

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Il rossoverde non è un ornamento

Lunedì 28 marzo alle ore 19.30 in diretta sulla pagina Facebook di transform!Italia discutiamo del nostro appello (di seguito) con Maurizio Acerbo, Elena Mazzoni e Franco Russo

L’inserimento del nucleare e del metano nella tassonomia “verde” ci ricorda che ecologia e mercato sono termini antitetici. “Affidare” gli obiettivi climatici e della transizione ecologica ai meccanismi di mercato ottiene l’effetto inverso di quello dichiarato e che va addirittura oltre il “green washing”: si fa rientrare dalla porta ciò che decenni di battaglie ambientaliste avevano buttato dalla finestra. E questo succede nonostante l’ambiente entri, giustamente, in Costituzione.

La porta è quella della finanza che ormai si sta appropriando di tutti i beni comuni, dall’acqua alla conoscenza. È quella delle governance ademocratiche come una Commissione Europea che si permette di ignorare le opposizioni che si sono palesate. È quella degli accordi di scambio tra i grandi Stati e i grandi interessi, come quelli in corso tra Francia e Germania e tra nucleare e metano.

E così l’Italia che per due volte ha detto no al nucleare con referendum popolari se lo ritrova in casa con la complicità di un governo cui partecipano forze “progressiste” con cui per altro forze di sinistra e verdi dicono di volersi comunque alleare. E se lo ritrova mentre al governo del Paese guida di questa UE ci sono i verdi tedeschi.

E l’Italia si trova alla mercé delle lobby metanifere che l’hanno portata ad avere una enorme quantità di potenza elettrica installata grazie agli “aiuti” dati copiosamente agli “autoproduttori”, due terzi di contratti di approvvigionamento “spot” cioè a breve per speculare ed ora al contrario preda della speculazione e bollette con aumenti stratosferici. Vengono al pettine tutti i nodi di liberalizzazioni e privatizzazioni insensate. Della “trasformazione” delle municipalizzate in “multiutility” votate al profitto.

Ma anche l’acqua è sotto attacco delle borse e del decreto concorrenza del governo che vuole affossare anche il referendum per l’acqua pubblica.

La cementificazione in Italia ha livelli che non hanno pari in Europa essendo percentualmente doppia. Addirittura quattro volte più della media europea in pianura padana. Nonostante ciò la quantità di opere cementizie in via di realizzazione e proposte nelle aree urbane e nei territori è incalcolabile. Si va dall’assurdo progetto TAV, costato 4 volte la media mondiale a km delle alte velocità nel mondo, alle “rigenerazioni urbane” che ammantano di “città in 15 minuti, digitalizzazione, sostenibilità”, operazioni di pura rendita. Questo mentre siamo il Paese con le percentuali più basse in assoluto di edilizia pubblica e in affitto.

L’agricoltura di qualità italiana, la dieta mediterranea che rappresenterebbe una occasione straordinaria per il Sud, vengono schiacciate da  politiche agroindustriali e commerciali asservite, con le liberalizzazioni, ai poteri del business.

Sostenibilità si è trasformata in una parola “tossica” perché avvelenata da ciò che copre e cioè la insostenibilità di un modello capitalistico ingiusto e dissipatorio dal punto di vista ambientale e sociale. Non a caso l’Italia è il Paese con più cemento e meno occupati e meno salari.

Sono trent’anni che le alternative a tutto ciò vengono proposte e “lottate” da movimenti di ogni forma, globale, nazionale, territoriale, per istanze. Oggi moltissimi sono giovanili. Nella Storia del Paese ci sono contributi fondamentali che dal dopoguerra hanno indicato strade diverse per lo “sviluppo” cimentandosi su tutti gli aspetti, il cosa, come e per chi produrre, le città, la salute, le campagne, il Sud. Così è anche oggi.

L’incontro tra queste culture e la sinistra è stato da sempre tema decisivo per le sorti del Paese ma possiamo dire del Mondo. Hanno pesato e frenato vecchie impostazioni “sviluppiste e industrialiste”.

Oggi questo incontro è diventato indispensabile di fronte a ciò che sta avvenendo, dalla pandemia al cambio climatico.

Questo incontro non può avvenire sul terreno del mercato. L’ambientalismo di mercato è oggi non una opportunità ma il rischio finale del “cavallo di Troia”. Il rossoverde non può essere l’abbellimento cromatico di questo cavallo di Troia.

Ciò vale anche per l’Europa che sempre di più affida le proprie politiche ambientali e climatiche al mercato ed alla finanza come nel caso della tassonomia verde.

Noi facciamo appello perché l’incontro tra l’ambiente e la giustizia sociale si realizzi sul solo terreno possibile, quello di una contestazione radicale del capitalismo e dei dominanti. E di una visione “altra”, che parte dagli “impoveriti”, uomini, donne, parti grandi del Pianeta, natura.

Tante sono le piattaforme che si muovono in questa direzione. Le molteplici esperienze che si ritrovano nella idea di una società della cura. Le proposte di un’Altra agenda contro quella dei dominanti.

L’idea di un ecosocialismo del ventunesimo secolo. Le riflessioni che sono cresciute un po’ ovunque. Dall’America Latina della sovranità alimentare e della pacha mama, agli USA del Green new deal, all’Asia di Vandana Shiva, alle giovani generazioni per la giustizia climatica di Greta Tumberg. Dai movimenti per l’acqua e per la biodiversità, alle migliaia di lotte territoriali.

Il rossoverde può essere il nuovo movimento reale che “abbatte lo stato di cose presenti”.

Ciò a cui non possiamo rassegnarci è che sia più facile immaginare la fine del Mondo che quella del capitalismo.

Non sono le idee e le proposte giuste che mancano, anzi vi è una ricchezza straordinaria. Che chiede una nuova grande soggettività sociale e politica, alternativa, capace di agire sulla dimensione  europea e mondiale, per la quale ci vogliamo impegnare.

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Il grande secco. La crisi idrica del Po e i nuovi scenari del paesaggio fluviale

18.03.22 – Dario Minotti – sito Pressenza Redazione Italia

(Foto di Dario Minotti)

“A guardare bene, sono ormai tre mesi che non piove!”

Affrontare l’argomento meteo è comunemente inteso come una ventata di frasi scontate e semplificazioni messe lì per riempire un vuoto scomodo durante una conversazione o tra silenzi imbarazzanti.

Ecco però che all’inizio di marzo 2022 tali formule non hanno più alcun sapore di banalità o di non-sense. Succede che in questa primavera 2022 il grande fiume fa già segnare un -3 metri sotto il livello idrometrico abituale. Le ricadute complessive su tutto il sistema idrico, agricolo e energetico rischiano di risultare fortemente compromesse. Attratti da ciò che, ancor prima di cifre e percentuali, rappresenta una tale mancanza di acqua nei fiumi e nei laghi siamo stati proprio nel baricentro idrico di una Pianura Padana attraversata dal grande fiume, lì dove le acque del Ticino vanno a gettarsi nell’alveo principale.

Abbiamo camminato naso all’insù sotto il centenario ponte della Becca in strutture tubolari a pareti reticolari che collega il territorio pavese con le zone collinari dell’Oltrepò. Qui confluiscono le acque dapprima elvetiche, poi lacustri e infine milanesi (grazie al Naviglio Pavese), tutte raccolte nell’alveo del Ticino; la loro immissione nel grande Po non ha nascosto gli effetti di una perdurante siccità. A circa 213 chilometri dalle sorgenti del Monviso e ai restanti 320 che ci separano dalle acque salmastre del delta del Po, il grande fiume ad osservarlo da vicino fa bella mostra de grande secco che lo affligge. Fino a questo momento ricevuto da nord le copiose acque della Dora Riparea, della Dora Baltea e del Sesia. Da sud e invece hanno portato metri cubi di acque il Tanaro e lo Scrivia. Il fiume soffre la siccità e prima di sfociare nell’Adriatico arriveranno in soccorso Adda, Oglio e Mincio da Nord e da Sud Scrivia Tanaro, Panaro e Trebbia.

Al centro di questo incontro di correnti nella direzione nord-sud per il Ticino e ovest-est per il Po abbiamo solcato letteralmente le numerose isole, lanche e spiagge emerse dal ritirarsi delle acque. Isolotti di sabbia finissima e fangosa, inediti svincoli idrici e bella mostra delle fondamenta portanti della centenaria struttura del ponte novecentesco, tutte a testimoniare una situazione non ottimale per l’intera pianura.

“Il Po visto così è addirittura più in secca che a Ferragosto!”

Il cuore del problema, in effetti, sono le esigue precipitazioni nevose sulle Alpi. Manca la neve sulle Alpi e tutta la valle del Po dipende molto dalle acque montane, di superficie e di falda o risorgiva, un allarme già lanciato l’estate scorsa.

Come sottolineano dall’Istituto svizzero di meteorologia l’inverno scorso è stato attenuato nei suoi valori più rigidi dall’alta pressione sull’Europa Occidentale. A ben vedere, dicono gli esperti di calcolo statistico e di modelli matematici di previsione meteorologia: si tratta tecnicamente di una situazione di scarse precipitazioni invernali e questa condizione meteo si registra in media ogni 5 anni”.

Il nodo da sciogliere di fronte a questo fenomeno apparentemente privo di ricadute immediate sta appunto nella valutazione più complessiva dell’alternarsi di piene e secche del fiume. A guardare bene la realtà idrica della pianura potremmo ricondurre questo stato di sofferenza del fiume agli interventi estrattivi dell’economia “post comunitaria” che si sono succeduti a partire dagli Anni 60 del Novecento. Dalla struttura idrica del bacino padano ove la gran massa d’acqua si incanalava in fiumi, fontanili, rogge e torrenti alla struttura post agricola e industriale che ha fatto tabula rasa di una millenaria storia di ingegneria idrica; il pensiero corre ai cambiamenti della meteorologia in atto negli ultimi due secoli e agli scarsi tentativi di salvaguardia del territorio. Svuotare di interesse un sistema ambientale significa condannarlo alla marginalità e irrilevanza nel sistema immaginario quotidiano degli abitanti.

Allora nel frattempo, si potrebbe iniziare ad introdurre tra le priorità del governo del territorio una vera gestione idrica integrata su tutto il bacino del grande fiume, al fine di prevedere periodi di secca e procedere a un attento e bilanciato uso delle acque. Per avvicinare le persone e le comunità rivierasche all’uso e alla percezione del fiume e per coordinare gli interventi a tutela del suo stato di salute le numerose autorità di gestione dovrebbero pubblicizzare il proprio intervento sul patrimonio pubblico delle acque di superficie e di falda di quel grande antico mare che era all’origine la pianura padana. Un coordinamento che coinvolge 1/3 dell’intero sistema Paese.

Infatti ragionare e intervenire su questo lungo asse fluviale significa fare i conti con le cifre piuttosto che con i campanili o le divisioni amministrative. In fondo le acque primarie e secondarie del Po attraversano 7 Regioni, 13 Province e bagnano circa 3.000 Comuni.

Parlare di una “questione fluviale”, non potendo essere per sua natura questione divisiva o generatrice di appartenenze e contrapposizioni, sarà la sola strada per affrontare questo paesaggio così invisibile

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L’indipendenza energetica si chiama “rinnovabili”

Di Massimo Serafini – da Left

Nemmeno la crisi energetica accelerata dall’invasione russa dell’Ucraina ha spinto il governo Draghi a varare un piano di lungo periodo che preveda la definitiva rottura del nostro legame con il gas di Mosca

La guerra in Ucraina fa apparire quasi senza senso il continuare a ragionare sulle scelte energetiche del nostro Paese, più in generale dell’Europa. Confesso la mia fatica a scrivere in questi giorni, il pensiero corre subito alle bombe e alle armi, la cui produzione e uso nessuno è mai riuscito a fermare. Per chi come me è cresciuto con la certezza che l’articolo 11 della nostra Costituzione, quello che recita che l’Italia ripudia la guerra, fosse una scelta non derogabile, non può non vivere l’ennesima guerra come una sconfitta e quindi chiedersi a cosa serva denunciare l’insensatezza delle scelte energetiche dell’Europa su fonti fossili e nucleare.

Invece è bene parlarne, perché c’è una relazione fra questa guerra e l’errore appena fatto di prolungare la vita a gas, carbone e nucleare. Se si decide di continuare ad alimentare col metano e col nucleare il sistema energetico europeo, dal quale sappiamo dipendono benessere e tenore di vita delle sue popolazioni, è evidente che fra i tanti motivi che sono alla base di questa guerra c’è anche il controllo di quegli immensi giacimenti di materie prime, gas in particolare, che la Russia possiede.

Il riemergere della guerra nel cuore dell’Europa svela non solo l’orrore per la tragedia umana che si sta consumando, ma anche il caparbio rifiuto dell’Europa di dotarsi di un nuovo modello energetico rinnovabile e liberarsi dalla dipendenza dalle forniture della Russia. Ancora di più chiama in causa le scelte del governo italiano e il suo costante rifiuto di procurarsi l’energia che gli serve sfruttando il patrimonio di sole e vento a disposizione.
Decisamente azzeccato quindi lo slogan delle numerose manifestazioni, convocate dal vasto schieramento associativo del 12 febbraio scorso: “A tutto gas, ma nella direzione sbagliata”.

Forte ‘sta transizione

Le emissioni globali di anidride carbonica legate alla produzione di energia sono rimbalzate nel 2021 al livello più alto della storia registrando un +6% a 36,3 miliardi di tonnellate per la ripresa dell’economia mondiale che ha impiegato molto carbone dopo la crisi del Covid-19. Lo afferma una nuova analisi dell’Agenzia internazionale dell’energia (Aie), organismo espressione dei paesi Ocse. L’aumento delle emissioni globali di Co2 di oltre 2 miliardi di tonnellate, spiega l’Aie, “è stato il più grande nella storia in termini assoluti, che ha più che compensato la riduzione provocata dalla pandemia dell’anno precedente”.

Tutto questo mentre in Italia si pensa di tornare al carbone. In un Paese normale la mancata transizione (sottolineata dalla guerra) avrebbe dovuto far levare qualche mea culpa. Non è andata così: perfino la guerra diventa occasione per continuare a non “transitare” per la gioia del ministro alla transizione omeopatica Cingolani. Eppure nel 2021 il carbone nel mondo è stato responsabile del 40% degli aumenti di emissioni Co2 raggiungendo il massimo storico di 15,3 miliardi di tonnellate oltre il doppio rispetto ai 7,5 miliardi di tonnellate del 2019.

L’Europa la vede diversamente dai signorotti di casa nostra: la Commissione europea ha presentato martedì l’attesa comunicazione RePower EU, n piano per sganciare la Ue dalla dipendenza dalle forniture di gas russo “ben prima del 2030”, secondo cui ogni Paese dovrebbe identificare i progetti per accelerare transizione energetica e la definizione di nuovi impianti per le energie rinnovabili “di preminente interesse pubblico”, velocizzare i permessi e iniziative per le installazioni di pannelli fotovoltaici sui tetti e sviluppare la filiera delle pompe di calore. “Dobbiamo mettere milioni di pannelli solari in più sui tetti di case, uffici e fattorie. E dobbiamo velocizzare le procedure autorizzative per i progetti relativi all’energia eolica onshore e offshore e per l’energia solare: è una questione di interesse pubblico prevalente”, ha sottolineato Timmermans.

Insomma, gli amanti del carbone si mettano il cuore in pace: è tempo di svoltare sulle rinnovabili. Anche in tempo di guerra.

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I provvedimenti del governo Draghi in campo energetico, alla luce della guerra in Ucraina

 Giorgio Ferrari DAL SITO COMUNE INFO

Gaspreisschock in Europa: Was die Gründe sind und warum die USA kein zusätzliches LNG-Gas in die EU liefern werden – eine Analyse

Tra le vittime e i danni provocati dalle guerre, oltre quelli che prioritariamente riguardano la vita delle persone e l’ambiente, bisogna annoverare anche l’informazione. E’ piuttosto frequente, purtroppo, imbattersi in notizie contrastanti, artefatte o confuse che aggiungono ansia e sconcerto al già tragico bilancio di vite umane offerto dai bollettini di guerra e che, per di più, si riverberano su aspetti collaterali del conflitto vero e proprio.

Il caso della guerra in corso in Ucraina, da questo punto di vista, è particolarmente significativo perché ne è derivato un messaggio di allarme generalizzato sugli approvvigionamenti energetici, rischi di black out e trasporto delle merci, accompagnato da un inarrestabile aumento dei prezzi di materie prime e servizi che, in buona sostanza, sarebbero conseguenza di questa guerra.

Lo stesso presidente del consiglio Draghi, in modo assai confuso, non ha fatto altro che certificare questo allarme distogliendo l’attenzione da altre e più consistenti cause che stanno all’origine di questa situazione. In estrema sintesi Draghi ha detto che: 1) E’ in corso una crisi energetica; 2) Potrebbero esserci sospensioni di erogazione di gas ad alcuni settori industriali e al settore termoelettrico; 3) Bisognerà importare più gas liquefatto dagli Usa o dal Qatar; 4) Aumentare l’estrazione di gas italiano; 5) Aumentare gli approvvigionamenti di gas attraverso i gasdotti TAP e Transmed (Algeria) oltre che dalla Libia; 6) Bisognerà riattivare le centrali a carbone; 6) Si cercherà di calmierare i prezzi dell’energia.

Sgombrato il campo dalle boutade come l’importazione di gas liquefatto dall’estero, dato che in Italia ci sono pochi rigassificatori (cosa riconosciuta dallo stesso Draghi) o come l’aumento dell’estrazione di gas italiano perché i pozzi sono già al massimo, l’aumento delle importazioni da Libia e Algeria appare un provvedimento scontato in una situazione di “crisi” come quella denunciata da Draghi. Ma esiste davvero questa crisi, ovvero questa scarsità negli approvvigionamenti, ed è legata al conflitto in corso in Ucraina?

In un comunicato del 26 febbraio us, Gazprom ha assicurato che le forniture di gas via Ucraina rispecchiano la domanda europea e sono pari a 108,1 milioni di metri cubi al giorno e di aver inoltre incrementato il flusso del gasdotto Yamal che porta gas all’Europa attraverso la Polonia. D’altra parte è bene specificare che l’interruzione del gasdotto sottomarino Nord Stream 2 (che collega la rete russa alla Germania via mare) di cui tanto si parla in questi giorni, non ha alcuna influenza sulle forniture, dal momento che non è mai entrato in funzione per impedimenti burocratici del governo tedesco, pur essendo stato ultimato. Quest’ultimo aspetto ha, in qualche modo, a che fare con l’attuale situazione ma non nel senso che gli viene attribuito dall’informazione dominante. Ma andiamo con ordine. Le forniture di gas sul mercato europeo non sono assicurate solo dal fatto che esiste un grande tubo che collega la rete europea ai giacimenti russi (oppure algerini o libici) ma anche da un insieme di grandi siti sotterranei di stoccaggio del gas che sono assolutamente necessari per compensare eventuali fluttuazioni della domanda dovuta a cause impreviste (inverni freddi o maggior produzione di determinati prodotti). Questi siti di stoccaggio sono gestiti dagli operatori europei (in Italia Eni) in modo da ottimizzare la quantità di gas da acquisire all’estero, con la domanda interna. Un errore nelle previsioni di stoccaggio può provocare una criticità nell’erogazione ai consumatori finali, non compensabile (o non del tutto) con un aumento del flusso di gas importato, sia perché questo ha un limite massimo determinato dalla sezione del tubo del gasdotto, sia perché i contratti di fornitura sono fatti per quantità determinate di gas e rinegoziarle all’improvviso non è così scontato. Negli ultimi anni è successo esattamente questo: i distributori europei di gas hanno sottostimato le previsioni di stoccaggio ritrovandosi a fine estate 2021, con poche riserve per cui hanno chiesto a Gazprom di aumentare le forniture oltre le quantità già concordate. In questa situazione si innesta la vicenda del Nord Stream2 che era stato concepito da Gazprom, col beneplacito della Germania (l’ex cancelliere Schroder fa parte del Cda della società che gestisce il gasdotto) e degli altri paesi europei, tutti ben contenti di bypassare il collo di bottiglia rappresentato dall’Ucraina che, dal 2014, aveva avanzato pesanti rivendicazioni (e qualche minaccia) per i diritti di transito del gas russo. Ultimato nel 2021, con un costo di 11 miliardi dollari, il Nord Stream 2 è stato bloccato dall’antitrust tedesca per sospetta posizione dominante di Gazprom, cosa evidentemente non gradita dalla società russa che, stando così le cose, quando gli operatori europei le hanno chiesto di aumentare le forniture oltre le quantità contrattate, non vi ha acconsentito. Non è difficile capire, a questo punto, che il blocco del Nord Stream2 è stata una scelta politica del nuovo governo tedesco (i verdi non ne fanno mistero) in questo sollecitato dagli Stati Uniti che lo hanno sempre osteggiato sia per l’interesse ad esportare il proprio gas, ma soprattutto per colpire gli interessi della Russia.

Le misure annunciate da Draghi dunque si collocano in questo scenario politico dove è dominante – e nei prossimi anni ancora di più – il tema della transizione energetica per cui, da un lato, le allusioni alla riduzione degli approvvigionamenti di gas servono a creare un clima di emergenza adatto a giustificare sia gli aumenti del prezzo dei combustibili fossili (che si riversa su molti altri prodotti di largo consumo), sia l’impiego del carbone riavviando quelle centrali elettriche già spente (come La Spezia) o procrastinandone la chiusura come nel caso di Civitavecchia. Ciò avrà un effetto immediato sugll’ETS (Emission trading sistem) cioè sul costo della CO2 emessa da ciascun paese che, con l’impiego del carbone, aumenterà (oggi è già superiore a 100 euro per tonnellata) facendo salire il costo dell’energia elettrica. Passata la “crisi” questi aumenti rientreranno? Solo in parte perché gli scenari internazionali aperti con la transizione energetica, se da un lato hanno fatto diminuire -soprattutto nei paesi asiatici – il consumo di carbone, dall’altro hanno aumentato la richiesta di gas determinando una forte instabilità della domanda che genera a sua volta quella che sul mercato viene chiamata “volatilità” dei prezzi. In questo contesto, anche se Draghi non vi ha fatto riferimento, riemerge la sollecitazione a rivedere la posizione italiana sul nucleare, con la motivazione che questa fonte di energia ci renderebbe indipendenti (vedi la Francia). Niente di più falso perché il mercato dell’uranio è ancora più chiuso di quello del gas dato che è controllato per l’85% da sette compagnie (per quanto riguarda l’estrazione) e da sole 4 compagnie per quanto riguarda i servizi di raffinazione e arricchimento.

La transizione energetica ha messo in moto interessi giganteschi che a loro volta muovono forze incontenibili disposte, se necessario, ad usare ogni mezzo per raggiungere i loro obiettivi: basta pensare che le terre rare, assolutamente indispensabili per le energie rinnovabili e la produzione di idrogeno, sono concentrare per l’84% in Cina e Russia, per non parlare di altri minerali strategici anch’essi oggetto di fortissimi interessi. Sarebbe paradossale che la scelta della transizione energetica, fatta per salvare il pianeta e l’umanità, si trasformasse in una guerra totale contro l’umanità.

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Siccità in Piemonte, restrizioni sull’uso dell’acqua in tredici Comuni

di Floriana Rullo CORRIERE DI TORINO

La richiesta è partita dal Cordar Valsesia che segnala in alcune zone «diminuzione della portata delle sorgenti in ingresso ai serbatoi degli acquedotti comunali»

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Siccità. La piaga del Piemonte che, ora più che mai, sta mettendo in difficoltà il territorio è la mancanza di acqua. Senza pioggia, senza neve, con i ghiacciai dimezzati e con le temperature primaverili che toccano anche punte di 16 gradi, la regione si mostra sempre più a secco. E sempre più vulnerabile. Colpa del cambiamento climatico che mette in seria difficoltà l’intero territorio. Dalle vette alla pianura nulla è escluso.

Soffrono i fiumi, i laghi, le campagne dove gli alberi iniziano già a fiorire e la terra è sempre più arida. Perfino gli animali si sono svegliati prima dal letargo. Tanto da spingere intere comunità a dover emettere ordinanze con le quali i sindaci del territorio chiedono ai cittadini di non sprecare l’acqua e ne vietano l’utilizzo per scopi che non siano alimentari e igienici. Accade in Valsesia: tredici i Comuni interessati. La richiesta è partita dal Cordar Valsesia che segnala in alcune zone «sono diminuite le portate delle sorgenti in ingresso ai serbatoi degli acquedotti comunali».PUBBLICITÀ

Tra i centri più grandi interessati c’è Varallo. E non mancano le multe per chi non osserva le regole. «Per i trasgressori verrà comminata una sanzione da un minimo di 51,65 euro a un massimo di 258,23 euro» dicono le ordinanze.

Del resto le misurazioni dell’Agenzia regionale per la protezione dell’Ambiente parlano chiaro e raccontano di un gennaio che è stato il quarto più secco degli ultimi 65 anni. La media d’acqua caduta, misurata da tutte le centraline sul territorio, è stata di 4,8 millimetri. Il 90/95% in meno rispetto agli standard attesi di questo periodo. Il Po è in «siccità severa», mentre Tanaro e Stura di Demonte sono in «siccità estrema».

Il quantitativo medio per il fiume più lungo d’Italia, che arriva fino all’incrocio con il Ticino dovrebbe essere di 1,7 miliardi di metri cubi.

Le quantità registrate oggi arrivano appena ai 614 milioni. Meno della metà della media registrata tra il 1999 e il 2018. Non se la passano meglio gli altri fiumi, che ormai da mesi appaiono sempre più in secca mostrando sassi e sterpaglie nei loro letti. Così come capita per i laghi, in primis quello artificiale della diga dell’Iren di Ceresole, che ha una capacità di 35 milioni di metri cubi d’acqua, quasi due chilometri quadrati.

Da settimane ormai si presenta fatto di sola sabbia ed è camminabile quasi interamente. Perfino nei punti più profondi. Un altro dato riguarda le riserve di neve, e quindi di acqua immagazzinata. A mancare è circa il 64% di manto nevoso rispetto agli anni passati.

Dati che si rivelano allarmanti soprattutto se si considera che, negli ultimi sei mesi, in Piemonte la siccità si è mostrata particolarmente acuta sulle aree centrali. Il problema si sente soprattutto da dicembre ed è peggiorato a febbraio e gennaio. L’inverno tutt’ora in corso è stato il terzo più secco degli ultimi 65 anni, dicono i dati ufficiali. Insomma il Piemonte ha sete. E anche tanta.

Ma dal cielo non sembrano però arrivare buone notizie. Sole e temperature sono ancora in rialzo e non sembra il clima mollerà anche per la prossima settimana.

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L’ecologia entra in Costituzione

Di Paolo Cacciari

Certo, le Costituzioni sono lastricate di buone intenzioni inattuate. Tuttavia per una volta il parlamento ha dato un segnale di vita, frutto di una coscienza diffusa cambiata negli anni grazie ai movimenti. L’introduzione nel discorso politico e giuridico delle parole “biodiversità” ed “ecosistemi” offre qualche aggancio in più ad alcune lotte ecologiste e nello stesso tempo mostra la sconfitta dei sostenitori del concetto di sviluppo sostenibile
Foto di Daniela Di Bartolo

Per una volta bando ai timorosi e ai pessimisti! Non si tratta della Costituzione dell’Ecuador e Pacha Mama non è ancora stata riconosciuta come titolare di propri inalienabili diritti, ma questa volta dobbiamo riconoscere che il Parlamento ha dato un segnale di vita. D’ora in poi la Repubblica italiana, non solo: “Tutela il paesaggio e il patrimonio storico e artistico della Nazione”, ma anche [nuovo comma dell’art. 9]:

“Tutela l’ambiente, la biodiversità e gli ecosistemi, anche nell’interesse delle generazioni future”.

Inoltre la Costituzione stabilisce che:

“La legge dello Stato disciplina i modi e le forme di tutela degli animali”.

Cambia anche l’articolo cardine che definisce i contorni della libera iniziativa economica privata (Articolo 41). D’ora in poi essa:

“Non può svolgersi in contrasto con l’utilità sociale o in modo da arrecare danno alla salute, all’ambiente [parole inserite nel secondo comma], alla sicurezza, alla libertà, alla dignità umana”.

Infine, anche il terzo comma viene modificato:

“La legge determina i programmi e i controlli opportuni perché l’attività economica pubblica e privata possa essere indirizzata e coordinata a fini sociali e ambientali [aggiunta]”.

Mi si obietterà che le Costituzioni sono lastricate di buone intenzioni inattuate e che anche queste modifiche non cambieranno lo stato delle cose e le logiche economiche devastanti l’ambiente naturale. Credo – spero – invece che l’introduzione nel discorso politico e giuridico delle parole “biodiversità” ed “ecosistemi” possa costituire un ottimo “aggancio” per dare slancio e forza alle battaglie ecologiche in ogni sede: culturale, economica, istituzionale. Ad esempio, la campagna Giudizio Universale (lanciata da A Sud ed altre associazioni ambientaliste) per la messa sotto accusa dello Stato per inadempienze nelle politiche di contrasto ai cambiamenti climatici potrà avere maggiori margini di successo. Ma penso anche alle battaglie antispeciste a difesa dei diritti degli animali non umani come esseri senzienti.

Dovremmo anche valutare positivamente lo scampato pericolo della bocciatura della proposta avanzata a suo tempo dall’attuale ministro Enrico Giovannini (già presidente della coalizione industrial-bancaria Alleanza per lo Sviluppo Sostenibile) con l’intento di inserire in Costituzione la formula equivoca, ossimorica dello “sviluppo sostenibile”.

Molti scettici di area progressista (giuristi e non solo) temevano che tentare di migliorare la Costituzione sarebbe stato un azzardo, considerando i rapporti di forza parlamentari. Ma questi nostri amici sottovalutano il fatto che ormai su alcune questioni fondamentali, etiche, di giustizia ambientale e sociale, c’è un’opinione diffusa, nelle nuove generazioni, ma non solo, che non può più essere ignorata.

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