ANBAMED NOTIZIE MARZO 2022

Anbamed, notizie dal Sud Est del Mediterraneo

(testata giornalistica. Direttore responsabile: Federico Pedrocchi)

31 marzo 2022. 

Rassegna anno III/n. 089

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36esimo giorno di guerra russa contro l’Ucraina. Mosca allenta l’assedio a Kiev, ma esige la resa di Mariupol. Per il momento soltanto una tregua temporanea. Trattative al rilento, dopo la telefonata di Zelensky con Biden. Fonti CIA parlano di ritiro russo da Chernobyl.

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Anbamed, notizie dal Sud Est del Mediterraneo

(testata giornalistica. Direttore responsabile: Federico Pedrocchi)

30 marzo 2022. 

Rassegna anno III/n. 088

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35esimo giorno di guerra russa contro l’Ucraina. Cauto ottimismo dal tavolo di negoziato di Istanbul: Kiev dice sì alla neutralità, ma chiede garanzie. Mosca disponibile all’adesione dell’Ucraina all’UE. Allenta la pressione militare su Kiev, ma i bombardamenti non cessano. Il portavoce del Cremlino: “Non regaliamo il gas all’UE. Da domani, niente rubli, niente gas”.

Nella pagina approfondimenti un documento sul 30 marzo, la Giornata della terra palestinese.

Approfondimento

30 Marzo, Giornata della terra palestinese

A cura della redazione Anbamed

Il 30 marzo, i palestinesi in tutto il mondo celebrano la Giornata della Terra, una ricorrenza importante, che risale al 1976, quando migliaia di persone, cittadini palestinesi di Israele si mobilitarono per protestare pacificamente contro l’espropriazione di altre terre dei villaggi palestinesi in Galilea. Dura repressione della polizia israeliana che ha sparato uccidendo manifestanti inermi.

Il ricordo di quel giorno di resistenza popolare contro l’Apartheid di Tel Aviv e le sue politiche coloniali divenne la Giornata internazionale della Terra palestinese.

È un anniversario in difesa della terra palestinese dalla distruzione e dalla confisca da parte del governo di Tel Aviv. Questa ricorrenza è l’occasione per rievocare quei tragici avvenimenti del 1976, quando gli abitanti palestinesi cittadini di Israele scesero in piazza per difendere il diritto alla loro terra. Ai loro occhi, ventotto anni di occupazione della loro Palestina (1948-1976) erano stati, infatti, segnati da leggi repressive, coprifuoco, divieto di spostamento, confisca delle terre, distruzione dei villaggi, divieto di espressione e di organizzazione. Tentativi tutti di una politica che mira a cancellare ogni identità fisica, storica, culturale della società palestinese. Il governo israeliano ha scatenato quel feroce attacco contro la mobilitazione pacifica, specialmente in Galilea, per impedire quella presa di coscienza guidata da un movimento progressista.
La storia ricorda che la popolazione palestinesi, guidata allora dal Rakah, il Partito Comunista Israeliano, affrontò, quel giorno, a mani nude, le forze della repressione. Risultato: sei caduti, tra cui una donna, colpita alla testa mentre era sul balcone di casa, decine e decine di feriti, centinaia di arresti. Si apriva, così, una pagina nuova nella lotta palestinese, con una coesione popolare sempre più forte. Ed è appunto da quel 30 marzo 1976 che la lotta palestinese è lotta per il mantenimento della terra. Giornata del ricordo, quindi, che è stata celebrata in tutto il mondo, in cui i palestinesi ricordano le tragiche tappe della loro esistenza nella diaspora, rievocando i massacri di Deir Yassin  (9 aprile 1948), di Kafr Qassim (29 ottobre 1956), , di Bint J’beil (Libano, 21 ottobre 1976, quando si scatenò un bombardamento israeliano su un mercato), di Khiam (marzo 1978, un bombardamento che causò oltre cento morti), di Ausay (15 marzo 1978, con un bombardamento che causò morte e distruzione), di Abbasiyah (15 marzo 1978, quando fu distrutta la moschea provocando una strage) fino all’occupazione del Libano e l’assedio di Beirut (1982).
La politica israeliana di conquista dei territori palestinesi non si è fermata con l’occupazione della Cisgiordania e Gaza nel giugno del ’67, ma continua tuttora: giorno dopo giorno con la costruzione del muro dell’Apartheid e la relativa confisca di nuovi terreni palestinesi, dividendo orti, villaggi, città, famiglie. Nuovi insediamenti vengono costruiti e i vecchi vengono ampliati.
«Ogni giorno è la Giornata della Terra». Lo ripetono spesso i palestinesi, il 30 marzo di ogni anno, mentre commemorano un evento che con il tempo ha dato ad un simbolo antico motivazioni nuove.

Ribadiamo che nel 1976, 46 anni fa, sei palestinesi (5 uomini ed una donna) della Galilea, Stato di Israele, venivano uccisi mentre cercavano insieme alle loro comunità, ed in modo pacifico, di impedire la confisca di 20mila dunom di terre della Galilea (un dunom è pari a mille metri quadrati) da parte delle autorità israeliane.

Ricordiamo al lettore che nel 1976 i palestinesi che erano riusciti a rimanere nelle loro terre, dopo la Nakbe (La catastrofe, che indica la cacciata della popolazione palestinese dalla sua terra, nel 1948), da appena un decennio erano usciti da un regime militare ventennale di vero e proprio Apartheid, imposto sulla comunità di etnia araba: coprifuoco, ghetti chiusi da cui entrare e uscire con permessi speciali, arresti, divieto di ribadire la propria appartenenza.

I palestinesi di Israele stavano ricostruendo lentamente la propria identità, andata in frantumi con la scomparsa improvvisa della nazione, della società in cui vivevano e con la creazione di uno Stato nuovo, escludente la popolazione originaria del territorio. In quel contesto, il 30 marzo 1976 segnò un punto di svolta: una lotta di massa per riappropriarsi dell’identità originaria di palestinesi e non più dell’appellativo coniato dagli israeliani: “gli arabi di Israele”.

Da allora, ogni anno, si manifesta, in ogni luogo dell’esistenza, sia in patria che in esilio: si piantano olivi, si festeggia con canti e danze, si ribadisce il legame con una terra negata. Quattro anni fa la Giornata della Terra fu l’inizio a Gaza di una lunghissima Marcia, quella del Ritorno: 18 mesi, oltre 200 morti e 10mila feriti, per lo più giovani, colpiti alle gambe e alle ginocchia dai cecchini israeliani lungo le linee di demarcazione con la Striscia. Furono anche due anni intensi, di condivisione al confine, di canti, balli, studio, delle attività organizzate dei giovanissimi nei campi creati per l’occasione.

La battaglia per la terra non è soltanto una questione simbolica. L’ultimo rapporto del Centro di Statistica palestinese di Ramalla: dal 1948 a oggi, Israele ha assunto il controllo effettivo dell’85% della Palestina storica. Il piano di ripartizione Onu del 1947 gliene assegnava il 55%. L’altro dato: i palestinesi nel mondo sono 13,7 milioni, di cui 6,2 rifugiati fuori dai confini palestinesi. Nessuno di loro, titolare del diritto al ritorno riconosciuto dal diritto internazionale, è mai riuscito a varcare i confini in senso opposto ai genitori e ai nonni.

Una lotta continua di identificazione nazionale con l’attaccamento alla propria terra: a Gaza, in Cisgiordania, in Israele dalla Galilea al Negev, realtà apparentemente lontane ma accomunate dalla perdita costante di quel che resta della propria terra: nei Territori occupati con le confische, nel deserto del Negev (Israele) con la distruzione dei villaggi beduini mai riconosciuti ufficialmente da Israele, dove qualche giorno fa il governo Bennett ha approvato la creazione di 5 colonie ebraiche.

La ricorrenza di quest’anno si commemora tristemente in un contesto internazionale e regionale molto cambiato. Dalla lotta di massa per l’affermazione dei diritti di un popolo si è passati ad azioni armate di lupi solitari probabilmente affiliati all’Isis. Il jihadismo si ritorce contro il popolo palestinese, come avvenne a metà degli anni Novanta, allontanando con l’isolamento internazionale ogni prospettiva di liberazione. È una deriva pericolosa che il movimento di resistenza non dovrebbe assecondare, né tatticamente, né strategicamente.

In occasione di questa ricorrenza, crediamo sia compito di ogni uomo libero e democratico denunciare e condannare i crimini di guerra commessi dall’esercito israeliano contro la popolazione palestinese, per affermare e difendere il diritto alla vita e alla terra, di vivere in pace nel suo Stato indipendente e sovrano, a fianco di Israele.

Anbamed, notizie dal Sud Est del Mediterraneo

(testata giornalistica. Direttore responsabile: Federico Pedrocchi)

29 marzo 2022. 

Rassegna anno III/n. 087

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34esimo giorno di guerra russa contro l’Ucraina. Aperto oggi in Turchia il tavolo diretto di trattative tra russi e ucraini. Zelensky insiste su un incontro con Putin, ma questi sferzantemente si nega. Attacco russo su Mikolayiv. Secondo l’ex capo della CIA, Petraeus, “stallo sanguinoso o sopravvento” (acuto il ragazzo). Oggi una telefonata tra Macron e Putin. Mosca apre all’entrata di Kiev nell’Unione Europea, ma punta ad una soluzione alla coreana.

Echi dalla stampa araba n. 14

Da Al-Arabi Al-Jadeed (Il Nuovo Arabo)

Sette anni di guerra in Yemen:

una svolta decisiva per le sorti della pace.

Di Zakaria al-Kamaly

Lo Yemen si trova in un momento critico con la fine del settimo anno di guerra e, con l’inizio dell’ottavo, le parti in conflitto dovranno cogliere le possibilità di pace che si profilano per la prima volta da anni, altrimenti il paese già povero si trasformerà in un epicentro di carestia e in un permanente pantano di caos.

Contrariamente a tutti gli anni che lo Yemen ha vissuto dall’inizio delle operazioni militari della coalizione a guida saudita, il 26 marzo 2015, le parti in conflitto sembrano trovarsi in una situazione difficile.Malgrado il forte deterioramento delle condizioni di vita in tutti i governatorati, i donatori hanno voltato le spalle alla crisi umanitaria, che le Nazioni Unite considerano la peggiore al mondo. Il Piano di risposta umanitaria ha ricevuto donazioni per solo 1,3 miliardi di dollari, sui 4,27 richiesti dal Nazioni unite.Nonostante le intense iniziative internazionali e regionali miranti a far uscire il paese dall’amara realtà e rompere il ghiaccio del processo politico, vacillante dall’Accordo di Stoccolma dalla fine del 2018, per imporre una tregua umanitaria durante il Ramadan (all’inizio del prossimo aprile) come preludio per disinnescare il guerra e costruire fiducia tra le parti in conflitto, la strada da percorrere verso la pace non sarà lastricata di rose, alla luce dell’irrigidimento delle ultime posizioni politiche. 

Consultazioni di Amman e Riyadh

Il settimo anniversario della guerra è arrivato quest’anno, nel bel mezzo di un notevole slancio politico. Dopo che l’inviato delle Nazioni Unite in Yemen, Hans Grundberg, ha concluso giovedì tre settimane di consultazioni nella capitale giordana, Amman, l’attenzione si è spostata su Riyadh, che ospita, a fine mese, le consultazioni yemenite sotto l’egida del Consiglio di cooperazione del Golfo, al quale gli Houthi sono stati invitati, ma hanno declinato l’offerta. Le consultazioni di Amman, che hanno ricevuto diverse critiche, non hanno prodotto risultati fruttuosi su cui costruire, data l’assenza delle parti attive in conflitto, come il gruppo Houthi e il governo yemenita riconosciuto a livello internazionale, così come la coalizione a guida saudita. Quindi, dobbiamo attendere l’esito delle imminenti consultazioni di Riyadh, a cui parteciperanno 500 personalità yemenite. Secondo identiche fonti, le consultazioni che si terranno presso la sede del Segretariato generale del Consiglio di cooperazione del Golfo, dal 29 marzo al 7 aprile, vedranno la coalizione che annuncerà ufficialmente una tregua umanitaria temporanea durante il mese di Ramadan e allenta le restrizioni al flusso di derivati ​​del petrolio al porto di Hodeidah, controllato dagli Houthi, nell’ovest del Paese. Le fonti che parteciperanno alle consultazioni hanno riferito che, a margine dei lavori, i paesi del Golfo forniranno i consueti fondi annuali per far fronte alla crisi umanitaria, posticipata quest’anno attraverso la conferenza dei donatori organizzata da le Nazioni Unite in Svizzera a metà di questo mese di marzo. La comunità internazionale conta sulla tregua umanitaria più di ogni altro esito delle consultazioni di Riyadh e, di conseguenza, il capo della delegazione dell’Unione europea in Yemen, Gabriel Munwira Vinales, ha avviato azioni immediate con il governo yemenita al riguardo.Durante il suo incontro con il vicepresidente yemenita Ali Mohsen al-Ahmar, ha sottolineato la “necessità urgente di un cessate il fuoco più ampio”.Anche l’ambasciatore cinese in Yemen, Kang Yong, ha avviato mosse simili dall’altra parte, e lo stesso giorno ha parlato al telefono con il capo negoziatore Houthi, Muhammad Abdul Salam. Hanno discusso del “percorso di una possibile tregua umanitaria sotto l’egida delle Nazioni Unite, che include i trattamenti umanitari”, secondo quanto pubblicato dai media.  Le intenzioni di concludere una vera e propria tregua sembrano più seri che mai, soprattutto da parte della coalizione (a guida saudita. NdR), che ha notevolmente ridotto le proprie operazioni aeree nonostante i recenti attacchi Houthi all’Arabia Saudita. Secondo i dati ufficiali dei media Houthi, il periodo compreso tra il 16 e il 24 marzo ha visto solo 39 attacchi aerei, un tasso basso paragonato al numero degli attacchi lanciati dalla coalizione durante l’ultima ondata di escalation delle battaglie di Shabwa e Marib, all’inizio di quest’anno. Nonostante i molteplici indicatori che preannunciano una possibile tregua che potrebbe portare al rafforzamento della fiducia e a un cessate il fuoco globale, gli scenari futuri sono ancora ambigui, secondo il ricercatore e analista politico yemenita, Abdel Nasser Al-Mouda’.In un’intervista, ha affermato che è difficile anticipare gli scenari per ciò che sta accadendo in Yemen, a causa delle complesse condizioni attuali create da 7 anni di guerra che hanno servito agli Houthi più che a danneggiarli. Poi ha aggiunto: “È difficile prevedere le caratteristiche della prossima fase, soprattutto perché la guerra in Yemen è influenzata da decisioni esterne. Non si sa, infatti, in quale direzione sarà il clima internazionale e il destino delle intese per riattivare l’accordo sul nucleare iraniano”.Il ricercatore yemenita ha considerato la riduzione degli attacchi aerei della coalizione come una premessa, al fine di mostrare buona volontà nei confronti degli Houthi; questi sono stati invitati a partecipare ma hanno rifiutato.”Quello che sta accadendo ora è come una tregua limitata che non sappiamo se sarà prolungata, o se è una tregua temporanea per riorganizzare le carte, quindi per riprendere le battaglie in un modo o nell’altro”. 

Opportunità di pace dopo il fallimento di Marib e Shabwa 

Sulla carta, le possibilità di pace sembrano al momento favorevoli, dati diversi fattori, a cui si aggiungono i fallimenti delle due parti in conflitto a concludere le battaglie di Ma’rib e Shabwa e nei distretti del governatorato di Hajjah, oltre al deterioramento delle condizioni di vita in tutte le città dello Yemen.Poiché la supremazia militare e l’imposizione di opzioni sul campo sono diventati impossibili dopo sette anni di guerra, i partiti yemeniti dovranno anche essere convinti che le manovre volte a ottenere una vittoria politica, secondo i dati disponibili sul campo, sono futili; non hanno altra scelta che fare concessioni e impegnarsi in un dialogo incondizionato: le Nazioni Unite aspirano a farlo.Negli ultimi anni, gli sforzi internazionali hanno incontrato una serie di complicazioni poste dalle parti in conflitto, poiché il governo legittimo riconosciuto a livello internazionale aderisce a tre riferimenti: l’Iniziativa del Golfo, la Risoluzione 2216 delle Nazioni Unite e i risultati della Conferenza sul dialogo nazionale, tutti che confermano la legittimità del presidente Abd Rabbo Mansour Hadi.D’altra parte, gli Houthi hanno continuato a proporre condizioni che sembravano impossibili, come tenere trattative dirette con l’Arabia Saudita ed emarginare il resto dei partiti yemeniti, in una mossa che mira a diventare il movimento dominante e governare lo Yemen con riconoscimento internazionale.A parte gli interessi ristretti di ciascuno e la trasparenza nel sollevare preoccupazioni sulla fine della guerra, gli esperti affermano che la pace in Yemen sarà raggiunta solo attraverso la nascita di approcci, internazionali e regionali al conflitto yemenita, diversi dalle mosse formali attualmente in corso a Riyadh, Amman e Muscat.Il giornalista e analista politico yemenita, Ahmed Al-Zarqa, ha ritenuto che ciò a cui stanno assistendo numerose capitali arabe, riguardo alla crisi yemenita, sono “mosse ripetute che evitano di affrontare l’essenza della crisi e propongono rattoppi di soluzioni temporanee, che non incidono sulla scena interna”.In un’intervista, Al-Zarqa ha sostenuto che la pace in Yemen abbia bisogno di due volontà, una delle quali è interna, che è la più importante, e arriverà solo attraverso il riconoscimento dell’assurdità del conflitto da parte di tutte le parti e riportando le cose a prima del colpo di stato Houthi completando il dialogo nazionale e il consenso sulla gestione di una fase di transizione, ma questo passaggio sembra alquanto impossibile, a causa della resistenza degli Houthi e del proliferare di altre milizie, che ora contano su un arsenale di armi fornito da poteri esterni (principalmente Emirati arabi uniti. NdR).Ha inoltre aggiunto: “L’altra questione è legata agli accordi tra le potenze regionali e internazionali e alla fine dell’uso dello Yemen come area di conflitto per procura (tra Teheran e Riad. NdR)”.Il cammino della pace in Yemen sta affrontando mine prodotte in sette anni di conflitto, a cui si aggiunge la necessità di smantellare l’economia di guerra, controllata dai signori delle milizie e dei gruppi armati, che considerano la decisione di pace una condanna a morte per loro.Al-Zarqa ha indicato che il continuo predominio di milizie e signori della guerra complicherà la scena e farà perdere la bussola della pace ed ha sottolineato che la dipendenza dall’esterno e la mancanza di un partito autorevole in grado di presentare un modello per lo stato accettabile pe tutti creeranno più divisione e caos. 

Un’ala degli Houthi rifiuta un accordo di pace.

Dopo più di un anno dal rifiuto degli Houthi dell’iniziativa saudita con la motivazione di separare il dossier umanitario da quello militare e politico, è chiaro che la comunità internazionale ha escogitato un nuovo approccio, sfruttando l’avvento del mese di Ramadan.In primo luogo, il cessate il fuoco era la condizione principale dell’Arabia Saudita per attuare la sua iniziativa risolutiva, presentata nell’ultimo anno del mandato dell’ex inviato Martin Griffiths, mentre gli Houthi avanzavano la richiesta di separare il dossier umanitario, chiedendo la revoca del divieto di volo all’aeroporto di Sanaa e il blocco al porto di Hodeidah, prima di entrare in qualsiasi altro negoziato.Con la fusione simultanea delle due fasi durante il mese di Ramadan sotto il nome di una tregua umanitaria, questa idea ha ottenuto l’approvazione degli Houthi, che con le parole del loro capo negoziatore, Muhammad Abd al-Salam, hanno descritto la tregua come un ” gesto positivo”. Invece di procedere con misure di rafforzamento della fiducia, i leader militari Houthi hanno continuato ad alzare il livello dello scontro, suscitando il timore che ci fosse un’ala, all’interno del gruppo, che rifiuta il processo di pace sotto qualsiasi nome.Giovedì sera (24 marzo), il ministro della Difesa Houthi, Muhammad Nasser al-Atifi, è apparso minacciando la coalizione, dicendo che l’ottavo anno di fermezza sarebbe stato “l’anno degli uragani dello Yemen e un rinnovato trampolino di lancio per un’ulteriore superiorità”. Pochi giorni prima, il portavoce militare Houthi, Yahya Saree, ha rivelato che le loro forze stanno conducendo “operazioni sperimentali per nuove armi qualitative che entreranno nella linea di battaglia durante la fase successiva” e sono in attesa di direttive sulla loro attuazione.La costante minaccia dell’uso della forza, da parte degli Houthi, non rientra nel quadro della guerra psicologica: nell’ultima settimana del settimo anno di guerra, il gruppo ha effettuato una serie di attacchi senza precedenti a strutture vitali e petrolifere in Arabia Saudita, provocando confusione nel turbolento mercato energetico mondiale. Gli Houthi stanno scommettendo su un enorme arsenale di missili balistici avanzati in grado di eludere le difese aeree, come è successo nei recenti attacchi alle strutture Aramco a Jeddah, quando sono stati utilizzati missili da crociera.Nei sette anni di guerra, gli Houthi hanno lanciato 1.826 missili balistici, 589 dei quali hanno preso di mira le profondità dell’Arabia Saudita e degli Emirati, mentre il resto era diretto contro siti dell’esercito yemenita e delle forze della coalizione all’interno dello Yemen, secondo il portavoce militare del gruppo, che ha detto in una conferenza stampa: “Abbiamo una scorta strategica che si rafforza giorno dopo giorno per costituire una garanzia difensiva”.Oltre ai missili balistici, i droni sono diventati l’arma più insidiosa degli Houthi, specialmente nelle grandi operazioni che si aggiungono ai missili balistici il cui scopo è distruggere il sistema Patriot. 

Articolo originale in arabo

Approfondimenti

Prigionieri curdi in Turchia: Una cartolina per il Newroz

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Anbamed, notizie dal Sud Est del Mediterraneo

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28 marzo 2022. 

Rassegna anno III/n. 086

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32 giorni di guerra russa contro l’Ucraina. Mentre la guerra infuria, round di trattative in Turchia, fino al 30 marzo. Zelenski sferza l’occidente: “Vi manca il coraggio”. Le dichiarazioni di Biden sullo “State-change” in Russia sconfessate da Blinken e contrastate da Macron. Quasi 4 milioni i profughi: la più grave emergenza umanitaria in Europa dopo la II guerra mondiale.

Comunicato Anbamed

Si è svolta ieri, 27 marzo 2022, alle ore 18:00, in modalità online, l’Assemblea dell’Associazione “Anbamed, aps per la Multiculturalità”. I partecipanti, soci e abbonati, hanno ascoltato la relazione sulle attività svolte e approvato il bilancio dell’esercizio precedente (qui il dettaglio del bilancio Anbamed 2021).

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27 marzo 2022. 

Rassegna anno III/n. 085

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32 giorni di guerra russa contro l’Ucraina. È una guerra per procura tra Stati Uniti e Russia. Vittima la popolazione ucraina. Bombardate Kiev e Lviv (Leopoli) e Chemihiv. Colpito il laboratorio nucleare di Kharkiv. In pericolo la navigazione nel Mar Nero: le mine marine vaganti sono arrivate sulle coste di Istanbul.

Avviso:

Oggi, 27 marzo 2022, alle ore 18:00 si terrà, in modalità online, l’Assemblea dell’Associazione “Anbamed, aps per la Multiculturalità”. Tutti gli abbonati ed i collaboratori, anche non iscritti, possono chiedere il link per parteciparvi: anbamedaps@gmail.com

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26 marzo 2022. 

Rassegna anno III/n. 084

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31 giorni di guerra russa contro l’Ucraina. Biden in Polonia al confine con l’Ucraina. Secondo il Wall Street Journal, il presidente USA apre al nucleare. Orban scarica Zelensky; “Nessuna fornitura di armi e questa guerra è contro l’interesse degli ungheresi”. L’ambasciatore cinese in Italia: “Cessate il fuoco immediato e negoziato ad oltranza. La Nato si è espansa troppo ad est”. Francia, Turchia e Grecia, in un’azione umanitaria congiunta, evacuano via mare gli sfollati da Mariupol. Secondo indiscrezioni russe, la guerra finirà il 9 maggio, simbolicamente il giorno della vittoria contro il nazismo.

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Domani 27 marzo 2022 ore 18:00 si terrà, in modalità online, l’Assemblea dell’Associazione “Anbamed, aps per la Multiculturalità”. Tutti gli abbonati ed i collaboratori, anche non iscritti, possono chiedere il link per parteciparvi: anbamedaps@gmail.com

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25 marzo 2022. 

Rassegna anno III/n. 083

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30 giorni di guerra russa contro l’Ucraina. È anche guerra cibernetica. Violati i server della Banca Centrale russa. Assemblea generale dell’ONU chiede a Mosca di mettere fine al conflitto in Ucraina. Dal Consiglio Nato di Bruxelles, minacce di Biden alla Russia. Ankara dice no alla richiesta di Washington di fornire l’Ucraina di missili S-400 di fabbricazione russa.

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Domenica 27 marzo 2022 ore 18:00 si terrà, in modalità online, l’Assemblea dell’Associazione “Anbamed, aps per la Multiculturalità”. Tutti gli abbonati ed i collaboratori, anche non iscritti, possono chiedere il link per parteciparvi: anbamedaps@gmail.com

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24 marzo 2022. 

Rassegna anno III/n. 082

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Un mese di guerra russa contro l’Ucraina. Contro le sanzioni, Putin annuncia solo rubli per la vendita di petrolio e gas. Biden oggi a Bruxelles. Una guerra dura, “come in Cecenia”, dice un militare russo. Un mercenario britannico, tornato indietro dall’Ucraina, denuncia crimini di guerra: “Ordine di non prendere prigionieri tra i soldati russi arresi”. Tre milioni e mezzo i profughi.

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23 marzo 2022. 

Rassegna anno III/n. 081

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Quattro settimane di guerra russa contro l’Ucraina. Stallo nelle trattative. Mosca esclude il ricorso al nucleare e denuncia la produzione ucraina di armi chimiche e batteriologiche, finanziata da Washington. Il sostegno militare italiano promesso da Draghi spacca il governo.

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22 marzo 2022. 

Rassegna anno III/n. 080

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27 giorni di guerra russa contro l’Ucraina. Stallo nei negoziati. L’esercito ucraino annuncia la ripresa di Makhariv. Zelensky rinnova la volontà di incontrare Putin e dichiara la disponibilità alla modifica della Costituzione “dopo un referendum popolare”. Oggi alle 11 parla in diretta video ai parlamentari italiani.

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Prigionieri curdi in Turchia: Una cartolina per il Newroz

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21 marzo 2022. 

Rassegna anno III/n. 079

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26 giorni di guerra russa contro l’Ucraina. L’esercito di Mosca lancia l’ultimatum per la resa di Mariupol. Il presidente Zelensky esprime la disponibilità di incontrare Putin. Le trattative proseguono e Ankara sostiene che ci sono riavvicinamenti su diversi punti. 10 milione gli sfollati totali secondo l’ONU.

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20 marzo 2022. 

Rassegna anno III/n. 078

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25 giorni di guerra russa contro l’Ucraina. Mosca annuncia l’uso di missili ipersonici. Bombardamenti nella notte a Kiev e Mariupol. L’allarme aereo è scattato in tutte le regioni dell’Ucraina. Zelenski dichiara fuorilegge i partiti filorussi.

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(testata giornalistica. Direttore responsabile: Federico Pedrocchi)

19 marzo 2022. 

Rassegna anno III/n. 077

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24 giorni di guerra russa contro l’Ucraina. Washington versa benzina sul fuoco: 100 droni kamikaze USA a Kiev. Confronto telefonico Biden-Xi Jinping: un discorso tra sordi. Pechino chiede dialogo con i russi e Washington mette in guardia dal rifornire armi cinesi a Mosca. Il Cremlino minaccia di considerare nazioni nemiche chi manda armi all’Ucraina.  

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18 marzo 2022. 

Rassegna anno III/n. 076

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23 giorni di guerra russa contro l’Ucraina. Le trattative proseguono. “Possibile accordo in 10 giorni”, dice Kiev. La guerra pure: incendiato il mercato principale di Kharkiv. Mariupol continua ad essere la città più martellata. I corridoi umanitari sono aperti, ma la gente scappa da zone di guerra ad altre zone di guerra. È guerra anche nelle comunicazioni: il Pentagono avverte del possibile uso da parte dei russi della deterrenza nucleare e i russi all’ONU accusano la presenza di laboratori di guerra biologica statunitensi in Ucraina.   

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17 marzo 2022. 

Rassegna anno III/n. 075

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22 giorni di guerra russa contro l’Ucraina. Si tratta e si combatte. Bombardamenti russi su Kiev e Mariopol. Zelensky continua a chiedere una no fly zone nei cieli dell’Ucraina. Un conflitto che ha travolto anche i media: l’informazia e la propaganda dilagano su stampa e tv con l’elmetto.

Vittima come sempre è la verità. Condannata a Mosca la giornalista coraggiosa che aveva esposto un cartello contro la guerra durante il TG della sera. Un mercenario britannico è scappato dall’Ucraina appena una settimana dal suo arrivo: “Non voglio fare il kamikaze”, ha dichiarato.

Nella rubrica Approfondimenti un confronto a sinistra tra Mao Volpiana e Gad Lerner sulle pagine de “Il Fatto Quotidiano”: tra “terza via per vivere in piedi” e “esigenze morali”.

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Approfondimenti

Tra “terza via per vivere in piedi” e le “esigenze morali”:

un confronto nella sinistra tra Mao Volpiana e Gad Lerner

La lacerante questione della fornitura di armi all’Ucraina è al centro di questo scambio tra Mao Valpiana e Gad Lerner sull’atteggiamento da tenere verso la Russia e il sostegno da fornire a Kiev. “Tra l’arruolarsi per la guerra o predicare la resa, c’è la terza via della nonviolenza attiva”, scrive Valpiana. Secondo Lerner però l’invio a Kiev di armi europee “risponde a esigenze morali, politiche e strategiche: un sostegno concreto ai combattenti per una giusta causa che solo da noi possono ottenerlo; favorire il logoramento delle forze occupanti”

Cari Gad Lerner, Luigi Manconi, Adriano Sofri, Emma Bonino,

arrivo subito al punto che oggi ci divide: “armi sì / armi no” dalla UE all’Ucraina.

Scrivo a voi perché, a differenza di gran parte degli opinionisti italiani che sbeffeggiano il pacifismo facendone una caricatura, so che ne avete considerazione, per amicizia e sensibilità comuni, e perché avete motivato la vostra scelta anche in riferimento a Gandhi che, davanti ad un sopruso, tra ignavia e violenza dice che è preferibile quest’ultima. Ma il Mahatma sceglie la terza via, quella della nonviolenza del forte. In gioco ci sono princìpi e pratica, fini e mezzi, filosofia e politica. Questo tipo di pacifismo nonviolento ha due esigenze: etica ed efficacia.

Partiamo dall’efficacia. Non sappiamo quali armi “letali” vengano inviate, perché coperte dal segreto militare. Sappiamo però quanto costano (fino ad oggi un miliardo di euro), già pagato all’industria bellica con fondi anticipati dalla “transizione ecologica” (il fondo italiano di 100 milioni prelevato dalla “cooperazione”), dunque è una riconversione dal civile al militare. Queste armi arriveranno all’esercito regolare ucraino, o saranno intercettate dalle milizie paramilitari di “difesa territoriale” che stanno crescendo, anche con mercenari in arrivo dall’estero? Non ci sono bastate le lezioni della Libia e dell’Afghanistan dove le armi occidentali sono finite in mano alle bande rivali o ai talebani, con le conseguenze che sappiamo? E siamo sicuri che queste armi potranno fare la differenza sul piano della capacità militare, della potenza di fuoco, o non bisognerà alzare continuamente il tiro, nella logica militare che vince chi ha armi più letali, fino alle estreme conseguenze? (partendo dall’arruolamento dei bambini soldato, fino alla minaccia anche da parte occidentale delle armi tattiche nucleari?).

Infatti, questo è il punto che rende la guerra di oggi diversa da tutte le altre: la minaccia nucleare. È la situazione che ha configurato, all’indomani della crisi dei missili di Cuba, papa Giovanni XXIII nella Pacem in Terris: “In un tempo come il nostro, che si gloria della potenza atomica, è alieno ad ogni ragione che la guerra possa essere utilizzata come strumento per ripristinare diritti violati”. Anche molti osservatori militari sostengono che l’invio di nuove armi aumenta il pericolo di escalation incontrollata e rinvia ulteriormente la possibilità di successo delle trattative.

E veniamo all’etica. I Costituenti intesero mettere al bando (ripudiare) l’intervento armato (la guerra) come mezzo per risolvere le controversie internazionali anche quando la controversia ha assunto il carattere del conflitto armato. La nostra Costituzione non nega il “diritto naturale di autotutela individuale o collettiva nel caso che abbia luogo un attacco armato contro un membro delle Nazioni Unite” sancito nella Carta delle Nazioni Unite, ma ribadisce quanto la medesima Carta dell’Onu impone: “I Membri devono risolvere le loro controversie internazionali con mezzi pacifici, in maniera che la pace e la sicurezza internazionale, e la giustizia, non siano messe in pericolo”. È in questo contesto che va considerato il problema dell’invio di armi ad una nazione che subisce un’aggressione armata. Condannare l’aggressione e sostenere le giuste ragioni di quella nazione non significa automaticamente che si debba intervenire militarmente in quel contesto. Se così fosse, si dovrebbe fornire armi a tutti i popoli che lottano per la propria sovranità, come i palestinesi i cui territori sono illegalmente occupati da decenni da Israele. Non viene fatto perché inviare armi configura sempre una situazione di belligeranza.

Zelenskyj ha deciso di intraprendere la via della difesa armata: “meglio morire in piedi che vivere in ginocchio”. Noi diciamo che va cercata la terza via: “vivere in piedi”. Tutto questo impone certamente di aiutare chi sta resistendo, ma con quale difesa? Vanno ascoltate anche altre voci che ci arrivano proprio da Kiev. Come quella di Yurii Sheliazhenko, referente nazionale del Movimento pacifista ucraino che sull’invio delle armi ci ha detto: «Follia! È alimentare l’escalation e lo spargimento di sangue. I media internazionali sono manipolati dalla macchina da guerra. C’è bisogno di pressione internazionale per il cessate il fuoco e per arrivare a una vera negoziazione». È urgente anche sostenere, finanziare, rafforzare il crescente movimento degli obiettori di coscienza russi, e delle mamme dei soldati che si oppongono al richiamo dei ragazzi di leva, per indebolire Putin sul fronte interno.

Bisogna mettere in atto tutti gli strumenti nonviolenti per giungere al più presto al “Cessate il fuoco” – che è bilaterale e non è la resa di una parte – e promuovere il vero negoziato (per cui sta lavorando anche la Santa Sede). Le sanzioni commerciali nei confronti della Russia sono misure importanti, ma non sufficienti. Occorre il salto di qualità della ratio della lotta nonviolenta che è “fare per primi il primo passo”. In concreto ciò significa promuovere la de-escalation militare, iniziando a fare ora quello che andava fatto prima: ritirare le bombe nucleari presenti nel territorio europeo smantellando la “nuclear sharing”; richiamare i contingenti militari della NATO recentemente inviati nell’Est Europa, e indire una Conferenza internazionale sotto l’egida delle Nazioni Unite mettendo sul tavolo il compromesso dell’ Ucraina neutrale.

Dalla caduta del muro di Berlino sosteniamo la trasformazione della Nato da alleanza militare, ad alleanza per la sicurezza e la cooperazione. Dal 1995 abbiamo avanzato proposte e progetti operativi per la costituzione della polizia internazionale (corpi civili di pace europei), con formazione professionale per operatori e mediatori di pace, che avrebbero potuto intervenire preventivamente nella crisi del Donbass, e che oggi potrebbe essere una vera forza di de-escalation e di intervento sul campo. Anziché aumentare ulteriormente i bilanci militari dei singoli stati, come deciso a Versailles, bisognerebbe utilizzare quei fondi per mettere le basi oggi della difesa europea di domani, costituendo la polizia internazionale che ancora manca. Il disarmo unilaterale è una pia illusione? Non ho certezze, la nonviolenza ha tanti se e tanti ma.

So però che due antifascisti storici, che parteciparono alla Resistenza e al CNL, come Aldo Capitini e Carlo Cassola, giunsero a questa scelta politica e ne fecero la missione della propria vita e penso al pacifismo nonviolento del nostro comune amico Alex Langer (“Un movimento per la pace che fosse fatto principalmente di condanna di certe aggressioni militari, ma dalle quali non deriva nessun effetto concreto, non avrebbe grande credibilità. Sono convinto che oggi il settore ricerca e sviluppo della nonviolenza debba fare grandi passi in avanti”). E so anche che quando Michail Gorbaciov fece il primo passo di disarmo unilaterale si arrivò, per la prima volta nella storia, al Trattato del 1987 che ha smantellato 2700 missili nucleari russi e americani, mettendo fine alla guerra fredda. Forse è proprio questa la strada giusta. Tra l’arruolarsi per la guerra o predicare la resa, c’è la terza via della nonviolenza attiva.

Mao Valpiana (Movimento Nonviolento)

LA RISPOSTA DI GAD LERNER

Caro Mao Valpiana,

basterebbe il tuo richiamo al comune amico Alexander Langer, di cui non smetto di avvertire acutissima la mancanza, per suggerirci precauzione e fraternità: stiamo camminando entrambi a piedi nudi su dei vetri infranti. Nessuno ha certezze da vendere all’altro. Non mi basta dunque ricordarti che fu proprio per rompere l’assedio di Sarajevo e porre fine all’infame tiro a segno su Mostar che nel 1993, due anni prima di togliersi la vita, Alex aveva fatto appello a un intervento militare esterno, patrocinato dall’Onu, a salvaguardia degli aggrediti. La situazione era molto diversa da quella odierna in Ucraina, ma tu non eri d’accordo neanche allora. Il punto che ci divide, “armi sì/armi no dall’Ue all’Ucraina” è di quelli che fanno tremare le vene ai polsi perché, lo so bene, la produzione e il commercio di armi è di per sé un’oscenità. Le modalità di consegna non saranno mai trasparenti e sussistono le controindicazioni da te richiamate.

Lo so. Ma da tre settimane gli ucraini hanno scelto di resistere oltre ogni aspettativa dei loro aggressori e di noi spettatori impauriti. E’ improbabile che i rifornimenti militari europei, quand’anche facciano in tempo a raggiungerli in quantità significativa, modifichino l’esito finale di un conflitto impari. Ma rispondono a esigenze morali, politiche e strategiche cui non mi sentirei di derogare: un sostegno concreto ai combattenti per una giusta causa che solo da noi possono ottenerlo; favorire il logoramento delle forze occupanti perché (come scrive Stefano Levi della Torre) anche la capacità di durata della resistenza può ridurre l’asimmetria di rapporti di forza incombente sui negoziati; infine perché il governo Zelensky non si convinca di poter contare solo sugli Usa.

Sono evidenti le ragioni per cui diciamo no al presidente ucraino quando egli ci chiede di istituire una “no fly zone”, anche dallo schermo di una manifestazione pacifista. Siamo d’accordo che la soluzione non può venire dall’estensione internazionale del conflitto e, di più, che l’Unione europea dovrà rendersi autonoma da una Nato divenuta al tempo stesso fattore di instabilità e impotenza. Ma per seguire questo percorso di autonomia -ne sono certo, ormai segnato- non si può prescindere da un’adesione piena alla resistenza ucraina. Continuo a ricevere lettere in cui mi si ricorda il volto oscuro di quel nazionalismo. Ahimè, lo conosco bene, ma oggi è questione secondaria.

Gad Lerner

Da “Il Fatto Quotidiano”

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16 marzo 2022. 

Rassegna anno III/n. 074

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Tre settimane di guerra russa contro l’Ucraina. Continua il dialogo tra russi e ucraini. Ma Kiev è senza tregua. Coprifuoco di 36 ore. I premier di Polonia, Rep. Ceca e Slovenia in missione da Zelensky. La Russia inverte il flusso nel gasdotto di Yamal e annuncia sanzioni contro i capi della Casa Bianca. Biden in Europa il 24 marzo.

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15 marzo 2022. 

Rassegna anno III/n. 073

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20 giorni di guerra russa contro l’Ucraina. Prove di dialogo tra russi ed ucraini. Le delegazioni si sono incontrate ieri in videoconferenza e proseguono anche oggi il confronto. Incontro USA-Cina a Roma. Russia bloccherà l’esportazione di grano da oggi fino alla fine di giugno. Il numero dei profughi ucraini rasenta i tre milioni.

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Approfondimenti

La bellissima lettera con cui Roger Waters si schiera contro la guerra in Ucraina

L’impegno della musica e dei musicisti per la pace è una costante prevalente. Uno dei protagonisti di questo impegno è sicuramente, Rogers Waters, dei Pink Floyd. È noto per le sue posizioni pacifiste e di prese di posizioni a favore dei diritti umani. Non si è smentito neanche questa volta. Ha colto l’occasione di una lettera ricevuta da una fans ucraina, Alina Mitrofanova, per esprimere la sua posizione contro la guerra e contro il militarismo.  Lo ha fatto con un VIDEO SU YOUTUBE pubblicato anche sulle sue pagine social. L’immagine fissa sulla quale scorrono i due testi è composta dai colori della bandiera della pace. La colonna sonora invece è “The Gunner’s Dream”.

Ecco il testo completo. In fondo anche la lettera di Alina Mitrofanova ed un suo precedente articolo, citato in questa risposta:

«Cara Alina, ho letto la tua lettera, sento il tuo dolore, sono disgustato dall’invasione dell’Ucraina da parte di Putin, secondo me è un errore criminale, l’atto di un gangster, ci deve essere un cessate il fuoco immediato. Mi rammarico che i governi occidentali stiano alimentando il fuoco che distruggerà il vostro bel paese riversando armi in Ucraina, invece di impegnarsi nella diplomazia che sarà necessaria per fermare il massacro. Siate certi che se tutti i nostri leader non rifiutano la retorica e si impegnano in negoziati diplomatici, quando i combattimenti saranno finiti resterà ben poco dell’Ucraina. Una lunga insurrezione in Ucraina sarebbe grandiosa per i gangster di Washington, è ciò che sognano, “giocare”, come fanno, “con il coraggio di essere fuori portata” Spero disperatamente che il vostro Presidente non sia un anche lui un gangster e che farà ciò che è meglio per la sua gente, e chiederà agli americani che si mettano a un tavolo. Purtroppo, tuttavia, molti leader mondiali sono gangster e il mio disgusto per i gangster politici non è iniziato la scorsa settimana con Putin. Ero disgustato dai gangster Bush e Blair quando hanno invaso l’Iraq nel 2003, ero e sono ancora disgustato dal governo gangster dell’invasione israeliana della Palestina nel 1967 e dalla sua successiva occupazione che dura ormai da oltre cinquanta anni. Ero disgustato dai gangster Obama e Clinton che ordinavano i bombardamenti illegali della NATO sia in Libia che in Serbia. Sono disgustato dalla distruzione totale della Siria iniziata nel 2011 da ingerenze esterne nella causa del cambio di regime. Sono stato disgustato dall’invasione del Libano nel 1982, quando il gangster Shimon Peres si è unito alle milizie cristiane falangiste nell’assassinio di profughi palestinesi nei campi profughi di Sabra e Shatila nel sud di quel paese. So quello che provi Alina e quello che provano tua madre e tuo padre e i tuoi zii e zie e fratelli e sorelle e cugini, ho perso sia mio padre Eric Fletcher Waters che mio nonno George Henry Waters nelle guerre che combattevano i tedeschi. Per favore, credimi quando ti dico che credo nella Dichiarazione Universale dei Diritti dell’Uomo firmata a Parigi nel 1948. Ho combattuto con tutto me stesso per promuovere e sostenere i diritti umani per tutti i miei fratelli e sorelle in tutto il mondo per tutto il tempo da quello che ricordo e sostengo te e i tuoi ora, con tutto il mio cuore.

«A proposito di gangster, devo dirti una cosa riguardo alla tua lettera, la tua convinzione del “200%” che non ci siano neonazisti nel tuo paese è quasi certamente sbagliata. Entrambi i battaglioni Azov nel tuo esercito, la milizia nazionale e il C14 sono ben noti gruppi neo-nazisti autoproclamati. Anche loro sono gangster. Inoltre, non ho taciuto sull’Ucraina, ho scritto un pezzo che è stato distribuito sei giorni fa da Globetrotter. Che altro dirti, Alina? Tutti noi in ogni paese del mondo, comprese Ucraina e Russia, possiamo combattere i gangster, possiamo dire loro che non faremo parte delle loro guerre oscene e mortali per ottenere potere e ricchezza a spese di altri, possiamo dire loro che le nostre famiglie, tutte le famiglie in tutto il mondo, significano per noi più di tutto il potere e il denaro del mondo. Dove vivo negli Stati Uniti possiamo unirci a Black Lives Matter o Code Pink o BDS o Veterans For Peace o una miriade di altre organizzazioni contro la guerra, a favore della legge, per la libertà e per i diritti umani. Farò tutto quello che posso per contribuire alla fine di questa terribile guerra nel vostro paese, tutto, tranne sventolare una bandiera per incoraggiare il massacro. Questo è ciò che vogliono i gangster, vogliono che sventoliamo bandiere. È così che ci dividono e ci controllano, incoraggiando lo sventolare delle bandiere per creare una cortina fumogena di inimicizia per renderci ciechi alla nostra innata capacità di entrare in empatia l’uno con l’altro, mentre saccheggiano e violentano il nostro fragile pianeta. Farò tutto ciò che è in mio potere per aiutare a riportare la pace a te, alla tua famiglia e al tuo bellissimo Paese. La lunga guerra/insurrezione che Hillary Clinton, Condoleezza Rice e il resto dei gangster di Washington stanno incoraggiando non è nel vostro interesse né nell’Ucraina. Ti auguro ogni bene Alina. Grazie per la tua lettera e se sceglierai di rispondermi. Stamperò quella risposta. Lo prometto. Love».Qui di seguito la lettera di Alina Mitrofanova e il precedente articolo di Rogers Water, pubblicata sulla testata inglese, Brave New Europe.

“Ciao!

Mi chiamo Alina Mitrofanova, ho 19 anni e vivo in Ucraina. Il mio paese sta resistendo all’invasione russa e alla vera guerra iniziata dal presidente russo e guidata dall’esercito russo.

Sono una grande fan dei Pink Floyd e di Roger Waters, ed è stato molto importante per me ascoltare l’opinione di Roger su tutta questa situazione.

Può sembrare non così urgente e critico, perché questa guerra può essere considerata solo come un “nostro problema”; ma purtroppo sta rapidamente diventando una catastrofe per l’intera Europa e per il mondo intero.

La guerra è iniziata 11 giorni fa e ogni giorno sentiamo sirene che segnalano bombe lanciate dagli occupanti russi. L’aggressione della Russia distrugge il MIO Paese; uccide centinaia di adulti e bambini innocenti nel MIO Paese, e non riesco a dire quanti ucraini sono costretti a lasciare le loro case e scappare da questa follia.

Le città ucraine orientali vengono distrutte dall’esercito russo; centinaia di migliaia di persone stanno evacuando e stanno diventando profughi e il loro numero aumenta ogni minuto.

Soffro, come molti altri ucraini, perché fa molto male vedere come il MIO Paese diventi un obiettivo militare per la Russia e il suo folle leader, convinto che ci siano dei “neo-nazisti”, che devono essere uccisi. È assolutamente falso, perché vivo qui e posso dire al 200% che non ci sono persone del genere qui!

Chiedo a Roger di parlare pubblicamente di questa guerra, perché ancora non riesco a capire come una persona, che ha scritto un numero significativo di testi contro la guerra, non abbia ancora parlato di tragedia.

Inoltre, comprendo appieno che il punto di vista di Roger potrebbe essere diverso, ma gli chiedo di condividere la sua opinione su questa guerra. È meglio che stare in silenzio, perché in questa situazione, il silenzio è uno dei peggiori nemici: è impossibile costruire un muro in questa situazione e rimanere isolati da questo problema.

Sono sicura al 95% che questa lettera non sarà consegnata direttamente a Roger e sarebbe un miracolo avere una risposta. Tuttavia, un uomo che parla dei rischi della catastrofe nucleare e dell’insensatezza della guerra non può tacere in questa situazione. Dì al mondo la tua posizione!

Cordiali saluti dall’Ucraina,

Alina Mitrofanova

Questo articolo di Rogers Water è stato scritto il 4 marzo e pubblicato sul sito web “Brave New Europe” – una testata londinese il cui obiettivo è la “promozione  del pensiero critico e la creazione di un’alternativa al neoliberismo”.Roger Waters:

“Dopo essermi rigirato per tutta la notte, ho capito una cosa. Noi di sinistra facciamo spesso l’errore di considerare ancora la Russia come una cosa in qualche modo socialista. Naturalmente non lo è. L’Unione Sovietica è finita nel 1991. La Russia è un paradiso per purosangue gangster capitalisti neoliberali; un paradiso modellato, durante il periodo della sua orribile ristrutturazione sotto Boris Eltsin (1991-1999), sugli Stati Uniti d’America.

Non deve sorprendere che il suo leader autocratico e forse squilibrato, Vladimir Putin, non abbia più rispetto per la Carta delle Nazioni Unite e per il diritto internazionale di quanto ne abbiano avuto i recenti presidenti degli Stati Uniti o i primi ministri d’Inghilterra (per esempio, ricordate George W. Bush e Tony Blair durante l’invasione dell’Iraq).

Io, d’altro canto, mi preoccupo del diritto internazionale e della Carta delle Nazioni Unite e della Dichiarazione Universale dei Diritti Umani e posso inequivocabilmente affermare che se avessi avuto il diritto di voto nell’Assemblea Generale il 2 marzo, avrei votato con i 141 ambasciatori che hanno sostenuto la risoluzione che condanna la Russia per la sua invasione dell’Ucraina e che chiede il ritiro delle sue forze armate.“Vorrei che l’Assemblea Generale avesse un mandato di governo

“Purtroppo non ce l’ha; ciò significa che è ancora più in debito nei confronti di tutti noi attivisti contro la guerra che amiamo la libertà e rispettiamo la legge per stare spalla a spalla con tutti i nostri fratelli e sorelle in tutto il mondo, indipendentemente da razza, religione o nazionalità, nel perseguire la sfuggente pace.

Naturalmente questo significa stare con il popolo russo e con il popolo ucraino, con il popolo palestinese, con il popolo siriano, con il popolo libanese, con i curdi, con gli afroamericani, con i messicani, con gli abitanti della foresta pluviale ecuadoriana, con i minatori sudafricani, con gli armeni, con i greci, con gli Inuit, con i Mapuche e con i miei vicini, gli Shinnecock, per citarne solo alcuni.

È stato mostruoso sentire giornalisti bianchi occidentali (come Charlie D’Agata di CBS News) lamentarsi della situazione dei rifugiati ucraini sulla base del fatto che “ci assomigliano”, quando si rivolgono a quello che ritengono debba essere un pubblico bianco occidentale; e che il conflitto in Ucraina è eccezionale perché “questo non è l’Afghanistan o l’Iraq”. Questo è oltraggioso.

Tale pensiero implica che in qualche modo sia più accettabile fare la guerra a persone la cui pelle è marrone o nera e cacciarle dalle loro case rispetto a persone che “sembrano come noi”. Non è così. Tutti i rifugiati, tutte le persone che lottano sono nostri fratelli e sorelle.

In questi giorni difficili, dovremmo resistere alla tentazione di gettare benzina sul fuoco tra buoni e cattivi; dovremmo chiedere un cessate il fuoco in nome dell’umanità; dovremmo sostenere i nostri fratelli e sorelle che lottano per la pace a livello internazionale, a Mosca e Santiago e Parigi e San Paolo e New York, perché siamo ovunque; e smettere di riversare armi da guerra nell’Europa dell’Est, destabilizzando ulteriormente la regione solo per soddisfare l’insaziabile appetito dell’industria internazionale degli armamenti.

Forse dovremmo far sentire la nostra voce per incoraggiare l’idea di un’Ucraina neutrale, come è stato ripetutamente suggerito da sagge persone in buona fede per molti anni. Prima di tutto, naturalmente, gli ucraini devono chiedere un cessate il fuoco; ma dopo, forse gli ucraini accoglierebbero con favore un tale accordo. Forse qualcuno dovrebbe chiederlo a loro.

Una cosa è certa: non può essere lasciato spazio ai gangster. Se lasciati ai loro artifici, i gangster ci uccideranno tutti”.

Ecco il link alla canzone “Il sogno dell’atigliere”: https://www.youtube.com/watch?v=W0S2dZjSdAU

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14 marzo 2022.  

Rassegna anno III/n. 072

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19 giorni di guerra russa contro l’Ucraina. Mosca ha bombardato una base ucraina a 30 km dal confine polacco. L’esercito russo ha annunciato l’uccisione di mercenari stranieri e distrutto armi fornite dalla Nato. Prosegue il negoziato diretto. Oggi previsto un incontro in videoconferenza. I russi non escludono un incontro Putin- Zelensky. Domani a Roma delegazioni Cina USA sull’Ucraina. È stato ucciso un giornalista USA.

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12 marzo 2022.  

Rassegna anno III/n. 070

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17 giorni di guerra russa contro l’Ucraina. È ufficiale. Mosca ha ingaggiato mercenari siriani e iracheni per combattere in Ucraina. Bombardata Kiev.

I profughi sono 2,5 milioni.

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11 marzo 2022.  

Rassegna anno III/n. 069

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16 giorni di guerra russa contro l’Ucraina. L’esercito russo è alle porte di Kiev e molti osservatori parlano dell’imminente caduta. Mercenari britannici e italiani sono già al fronte. Washington destina sulla carta 7 miliardi di dollari in aiuti all’Ucraina, ma non consegna direttamente le armi, per non entrare in collisione militare con Mosca. Polonia rifiuta di fare l’utile idiota. Fallite le trattative tra i ministri degli esteri, Lavrov e Kuleba, in Turchia.

Anbamed, aps per la Multiculturalità lancia la campagna per la liberazione del blogger saudita Raif Badawi, che dopo aver scontato la condanna a 10 anni di reclusione non viene rilasciato. Nel 2015 ha subito la punizione medievale di 50 frustate sulla schiena, in una piazza pubblica di Gedda.

(Per saperne di più sul caso Raif Badawi)

Scrivete lettere, email, fax e/o telefonate all’ambasciata saudita a Roma:

Via G. B. Pergolesi, 9 – 00198 Roma

+39.06.84.48.51; Fax. +39.06. 85.51.781, E-mail: itemb@mofa.gov.sa;

oppure  ambasciata.saudita@arabia-saudita.it

Domenica 27 marzo 2022 ore 18:00 si terrà, in modalità online, l’Assemblea dell’Associazione “Anbamed, aps per la Multiculturalità”. Tutti gli abbonati ed i collaboratori, anche non iscritti, possono chiedere il link per parteciparvi: anbamedaps@gmail.com

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Anbamed, notizie dal Sud Est del Mediterraneo

(testata giornalistica. Direttore responsabile: Federico Pedrocchi)

10 marzo 2022.  

Rassegna anno III/n. 068

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Le vignette sono QUI                          

15 giorni di guerra russa contro l’Ucraina. L’esercito russo a 20 km da Kiev. Il governo ucraino accusa i russi di aver bombardato un ospedale pediatrico a Mariupol. Oggi l’incontro tra i due ministri degli esteri in Turchia.

Anbamed, aps per la Multiculturalità lancia la campagna per la liberazione del blogger saudita Raif Badawi, che dopo aver scontato la condanna a 10 anni di reclusione non viene rilasciato. Nel 2015 ha subito la punizione medievale di 50 frustate sulla schiena, in una piazza pubblica di Gedda.

(Per saperne di più sul caso Raif Badawi)

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09 marzo 2022.  

Rassegna anno III/n. 067

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Due settimane di guerra russa contro l’Ucraina. Ennesimo annuncio di tregua, ma i cannoni non si fermano. Il presidente Zelenski se la prende con la Nato: “Non ci interessa più chi ha paura di Mosca”. Biden annuncia embargo petrolio russo e Putin risponde “Chiuderemo il gas alla UE”. Continua la politica della Casa Bianca di “armiamoci e partite”: per il Pentagono non si può attuare la consegna degli aerei polacchi all’Ucraina, dopo che Varsavia ha chiesto il trasferimento dei velivoli ad una base Usa in Germania. Domani si incontreranno in Turchia i ministri degli esteri, Lavrov e Kuleba.  Secondo l’ONU, il numero dei profughi ha superato due milioni.

Anbamed, aps per la Multiculturalità lancia la campagna per la liberazione del blogger saudita Raif Badawi, che dopo aver scontato la condanna a 10 anni di reclusione non viene rilasciato. Nel 2015 ha subito la punizione medievale di 50 frustate sulla schiena, in una piazza pubblica di Gedda.

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08 marzo 2022.  

Rassegna anno III/n. 066

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Tredici giorni di guerra russa contro l’Ucraina. Le pesanti condizioni russe, dettate nel terzo incontro tra le due delegazioni, sono: modifica della Costituzione e disarmo. Annunciato da Mosca un cessate il fuoco, ma la notte a Kiev è passata sotto i bombardamenti. Giovedì in Turchia l’incontro tra i due ministri degli esteri, Lavrov e Kuleba. Mentre milioni di cittadini ucraini fuggono dalle loro città, menti raffinate pensano alla futura guerra di logoramento con l’uso della guerriglia tra mercenari sulle due barricate. L’Ucraina come un nuovo Afghanistan?

Le quattro lezioni dell’Ucraina: i doppi standard occidentali

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Anbamed, notizie dal Sud Est del Mediterraneo

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07 marzo 2022.  

Rassegna anno III/n. 065

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Dodici giorni di guerra russa contro l’Ucraina. Sono fallite tutte le mediazioni. Kiev si prepara alla guerriglia, distruggendo i ponti per rallentare l’avanzata dell’esercito di Mosca. Il presidente francese Macron, dopo due ore di colloqui con Putin, “Russia vuole ottenere i suoi obiettivi o con la guerra o con il negoziato”. È previsto oggi il terzo incontro di negoziato in Bielorussia. Corridoi umanitari ad intermittenza a Mariupol, a causa dei bombardamenti reciproci. Hanno superato il milione e mezzo i profughi ucraini nei paesi confinanti.

Pubblichiamo nella rubrica Approfondimenti l’articolo di Ilan Pappé sull’ipocrisia e razzismo europeo e statunitense nella guerra in corso. Ringraziamo la redazione de “il manifesto” per la concessione.

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Approfondimenti

Le quattro lezioni dell’Ucraina: i doppi standard occidentali

Crisi ucraina. La visione di media e classi dirigenti in Occidente è segnata da etnocentrismo e razzismo: dai rifugiati «simili a noi» alle «legittime» invasioni Usa in Medio Oriente fino alla tollerabilità dei gruppi neonazisti. E infine alle politiche di oppressione di Israele nei confronti dei palestinesi

Ilan Pappé

06.03.2022

Da “il manifesto”

Secondo Usa Today, la foto diventata virale di un grattacielo ucraino colpito dai bombardamenti russi ritraeva, in realtà, un grattacielo nella Striscia di Gaza, demolito dall’aviazione israeliana nel maggio del 2021.

Qualche giorno prima, il ministro degli Esteri ucraino si era lamentato con l’ambasciatore israeliano a Kiev: «Ci state trattando come Gaza», aveva detto, furioso, sostenendo che Israele non aveva condannato l’invasione russa ed era interessato solo a far uscire dal Paese i cittadini israeliani (Haaretz, 17 febbraio 2022).

Faceva riferimento all’evacuazione forzata dalla Striscia di Gaza delle donne ucraine sposate con uomini palestinesi, nel maggio 2021, ma intendeva anche ricordare a Israele il pieno sostegno dimostrato dal presidente ucraino in occasione dell’aggressione israeliana ai danni della Striscia, sostegno su cui tornerò in seguito.

In effetti, le aggressioni contro Gaza dovrebbero essere tenute in debita considerazione nel valutare l’attuale crisi in Ucraina. Il fatto che le immagini vengano confuse non è una pura casualità: in Ucraina non sono stati colpiti molti grattacieli, mentre a Gaza è accaduto di frequente.

Tuttavia, quando si analizza la crisi ucraina in un contesto più ampio, a emergere non è solo l’ipocrisia occidentale sulla Palestina; l’intero sistema di double standards in uso in Occidente andrebbe messo sotto accusa, senza restare indifferenti, neanche per un istante, alle notizie e alle immagini che ci arrivano dalle zone del conflitto in Ucraina: bambini traumatizzati, lunghe file di profughi, edifici danneggiati dai bombardamenti, e la minaccia concreta che questo sia solo l’inizio di una catastrofe umanitaria nel cuore dell’Europa.

Al contempo, però, chi come noi vive, analizza e denuncia le tragedie che si verificano in Palestina non può fare a meno di notare l’ipocrisia dell’Occidente, né smettere di denunciarla, pur mantenendo salde la solidarietà umana e l’empatia con le vittime di ogni guerra.

C’è bisogno di farlo, o la disonestà morale insita nelle scelte della classe dirigente e dei media occidentali consentirà loro, ancora una volta, di mascherare il proprio razzismo e di godere di totale impunità, mentre continua ad assicurare immunità a Israele e alle sue politiche di oppressione nei confronti dei palestinesi.

Ho individuato quattro falsi postulati che sono alla base del coinvolgimento dell’establishment occidentale nella crisi ucraina e ho pensato di dedurne quattro lezioni.

Lezione numero uno: i profughi bianchi sono i benvenuti, gli altri meno. La decisione collettiva e senza precedenti da parte dell’Unione europea di aprire le porte ai profughi ucraini, seguita da una più cauta politica da parte della Gran Bretagna, non passa inosservata, se si considera la chiusura dei confini attuata dalla maggior parte dei Paesi europei nei confronti dei rifugiati provenienti dal mondo arabo o dall’Africa, a partire dal 2015.

La chiara selezione su base razziale, che distingue i profughi in base al colore della pelle, alla religione e all’etnia è abominevole, ma destinata a durare nel tempo. Alcuni leader europei non si vergognano neanche di esternare pubblicamente il loro razzismo, come nel caso del primo ministro bulgaro, Kiril Petkov: «Questi (i profughi ucraini) non sono i profughi a cui siamo abituati, sono europei. Queste persone sono intelligenti e istruite. Non sono i profughi a cui siamo abituati, persone di cui non conosciamo l’identità, con un passato poco chiaro, che potrebbero anche essere terroristi».

Petkov non è il solo a pensarla così. I media occidentali parlano continuamente di «rifugiati simili a noi» e questo razzismo è del tutto evidente ai confini tra l’Ucraina e i Paesi europei limitrofi.

Questo atteggiamento razzista, con forti connotazioni islamofobe, non è un fenomeno momentaneo, visto il rifiuto da parte dell’establishment europeo di accettare il tessuto multiculturale e multietnico presente nelle loro società.

Una realtà variegata, prodotta da anni di colonialismo e imperialismo europeo, che gli attuali governi d’Europa si ostinano a negare e ignorare mentre perseguono politiche migratorie fondate sugli stessi principi razziali che hanno permeato il loro colonialismo e imperialismo in passato.

Lezione numero due: si può invadere l’Iraq, ma non l’Ucraina. È alquanto sconcertante la assoluta indisponibilità, da parte dei media occidentali, a contestualizzare la decisione russa di invadere l’Ucraina all’interno di un’analisi più ampia – e ovvia – su come siano cambiate le regole del gioco politico internazionale a partire dal 2003.

È difficile trovare un’analisi che sottolinei il fatto che Stati uniti e Gran Bretagna hanno violato il diritto internazionale e la sovranità di uno Stato quando, con una coalizione di Paesi occidentali, hanno invaso l’Afghanistan e l’Iraq.

L’occupazione di un Paese al fine di raggiungere le proprie finalità politiche, non è un concetto inventato da Vladimir Putin in questo secolo: è stato introdotto e giustificato come strumento politico dall’Occidente.

Lezione numero tre: in alcuni casi i neonazisti possono essere tollerati. Le analisi tralasciano anche alcune considerazioni valide di Putin sull’Ucraina, che di certo non giustificano l’invasione ma che devono essere tenute in conto anche durante l’invasione.

Prima che scoppiasse questa crisi, i media occidentali progressisti, come The NationGuardianWashington Post, ci mettevano in guardia contro il crescente potere dei gruppi neonazisti in Ucraina e su come avrebbero potuto influenzare il futuro dell’Europa e del mondo. Gli stessi giornali, oggi, sminuiscono la portata del Neo-nazismo in Ucraina.

Il 22 febbraio 2019 The Nation scriveva: «Notizie sempre più frequenti di episodi di violenza da parte dell’estrema destra e di erosione delle libertà fondamentali smentiscono l’iniziale euforia dell’Occidente. Si verificano pogrom contro i Rom, aggressioni sempre più frequenti contro femministe e gruppi Lgbt, censure di libri e glorificazione di collaborazionisti nazisti promossa dallo Stato».

Due anni prima, il 15 giugno 2017, il Washington Post sosteneva, con grande perspicacia, che un eventuale scontro tra Ucraina e Russia non avrebbe dovuto farci dimenticare il potere dei gruppi neonazisti in Ucraina: «Mentre continua lo scontro in Ucraina con i gruppi separatisti sostenuti dai russi, Kiev deve fronteggiare un’altra minaccia alla sua sovranità: i potenti gruppi ultranazionalisti di estrema destra. Questi gruppi non si fanno scrupoli a usare la violenza per raggiungere i propri obiettivi, e questo si scontra con quell’immagine di democrazia tollerante e vicina all’Occidente che Kiev cerca di diventare».

Ma oggi il Wp adotta un atteggiamento del tutto diverso e definisce l’etichetta di neonazismo una «falsa accusa»: «In Ucraina operano diversi gruppi paramilitari nazionalisti, come il battaglione Azov e il Pravyi Sector (Settore destro), che sposano l’ideologia neonazista. Nonostante la continua esposizione, non sembrano avere un forte appoggio popolare. Solo un partito di estrema destra, Svoboda, è rappresentato nel parlamento ucraino, con un solo seggio».

I precedenti avvertimenti da parte di The Hill (9 novembre 2017), il maggiore sito di notizie indipendente degli Stati uniti, sembrano ormai dimenticati: «Ci sono, innegabilmente, dei gruppi neonazisti in Ucraina e questo è stato confermato da quasi tutti i principali media occidentali. Il fatto che gli analisti possano sminuirlo come propaganda diffusa da Mosca è molto inquietante. Soprattutto vista la crescita esponenziale di gruppi neonazisti e suprematisti a livello mondiale».

Lezione numero quattro: abbattere un grattacielo è un crimine di guerra solo se accade in Europa. Oltre ad avere connivenze con queste formazioni neonaziste e i con i loro gruppi paramilitari, il governo ucraino è anche incredibilmente filo-israeliano.

Uno dei primi atti del presidente Volodymyr Zelensky è stato il ritiro dell’Ucraina dal Comitato sull’Esercizio dei diritti inalienabili del popolo palestinese delle Nazioni unite – l’unico tribunale internazionale che fa in modo che la Nakba non venga negata o dimenticata.

Questa decisione è stata adottata dal presidente ucraino, che non ha mostrato alcuna empatia nei confronti della tragedia dei profughi palestinesi, che lui non considera vittime di alcun crimine. Nelle interviste rilasciate durante i selvaggi bombardamenti israeliani sulla Striscia di Gaza nel maggio 2021, ha affermato che l’unica tragedia a Gaza era quella vissuta dagli israeliani. Sarebbe come dire che i russi sono gli unici a soffrire in Ucraina.

Ma Zelensky non è il solo a pensarla così. Nel caso della Palestina, l’ipocrisia raggiunge livelli inimmaginabili. Un grattacielo vuoto colpito in Ucraina è finito in prima pagina ovunque, scatenando dibattiti e profonde analisi sulla brutalità umana, Putin e la disumanità.

I bombardamenti vanno condannati, chiaramente, ma i leader che oggi si dicono sdegnati sono rimasti in silenzio mentre Israele radeva al suolo la città di Jenin nel 2000, il quartiere di Al-Dahaya a Beirut nel 2006 e Gaza City in una operazione dopo l’altra, nel corso degli ultimi quindici anni.

Nessuna sanzione nei confronti di Israele è stata mai nemmeno discussa, figuriamoci applicata, per tutti i crimini di guerra commessi dal 1948 a oggi. Anzi, in molti Paesi occidentali che oggi sono tra i promotori delle sanzioni contro la Russia anche solo nominare la possibilità di sanzionare Israele viene ritenuto illegale e tacciato di antisemitismo.

Anche quando si assiste a espressioni di solidarietà con l’Ucraina in Occidente, non si può fare a meno di notare il contesto razzista ed etnocentrico. L’imponente solidarietà collettiva è riservata a chi sceglie di unirsi a quel blocco e sottostare a quella sfera di influenza.

Non scatta la stessa empatia quando una violenza simile, o persino peggiore, è attuata verso popolazioni non europee in generale, e quella palestinese in particolare.

In quanto soggetti con una propria coscienza, noi abbiamo il diritto di interrogarci sulle risposte alle calamità e abbiamo la responsabilità di evidenziare l’ipocrisia che, per certi versi, ha spianato la strada a simili catastrofi.

Legittimare a livello internazionale l’invasione di Paesi sovrani e tacere sui processi di colonizzazione e oppressione ai danni di altri, come la Palestina e il suo popolo, porterà a ulteriori tragedie in futuro, in Ucraina come in ogni altra parte del mondo.

*Ilan Pappé è docente presso l’Università di Exeter ed è stato senior lecturer di scienze politiche presso l’Università di Haifa. È l’autore de “La Pulizia etnica della Palestina” e “Dieci Miti su Israele”. Pappé è definito come uno dei “nuovi storici” che, dopo la pubblicazione di documenti britannici e israeliani a partire dai primi anni ‘80, hanno riscritto la storia della fondazione di Israele nel 1948.

(Tradotto da Romana Rubeo)

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Anbamed, notizie dal Sud Est del Mediterraneo

(testata giornalistica. Direttore responsabile: Federico Pedrocchi)

06 marzo 2022.  BUONA DOMENICA!

Rassegna anno III/n. 064

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Undici giorni di guerra russa contro l’Ucraina. Putin dichiara di aver distrutto la struttura militare ucraina e mette in guardia la Nato dal dichiarare una zona di non volo. La tregua per motivi umanitari a Mariupol è fallita e ciascuna delle parti accusa l’altra di violazioni. Cina e Israele mediano per un cessate il fuoco. Pechino a Washington: “Non versate benzina sul fuoco!”. I colloqui sono stati rimandati a domani. Manifestazioni in tutto il mondo contro la guerra. Successo di partecipazione a Roma.

Domenica 27 marzo 2022 ore 18:00 si terrà, in modalità online, l’Assemblea dell’Associazione “Anbamed, aps per la Multiculturalità”. Tutti gli abbonati ed i collaboratori, anche non iscritti, possono chiedere il link per parteciparvi: anbamedaps@gmail.com

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Anbamed, notizie dal Sud Est del Mediterraneo

04 marzo 2022.

Rassegna anno III/n. 062

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Nono giorno di guerra russa contro l’Ucraina. Il negoziato a Brest ha portato all’apertura di corridoi umanitari per profughi e forniture alimentari, ma non al cessate-il-fuoco. Bombardata la centrale nucleare di Zaporizhazhia, la più gande d’Europa. Il porto di Kherson, nel sud, è la prima città a cadere nelle mani dei russi. Un milione di profughi ha lasciato il paese, secondo l’ACNUR.  Il presidente francese Macron, dopo aver sentito Putin al telefono: “Il peggio deve ancora venire!”

Domani, sabato 5 marzo a Roma manifestazione nazionale contro tutte le guerre.  

Nella Rubrica Approfondimenti pubblichiamo un articolo di Luciana Castellina. Presidente onorario dell’ARCI.

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Approfondimento

Ricostruire un movimento pacifista ancora più forte 
di Luciana Castellina, Presidente onoraria Arci

03 marzo 2022

Il movimento pacifista è contro la guerra, che considera un retaggio medioevale. È convinto che anche col peggiore nemico, in un’epoca in cui le armi nucleari possono causare la fine dell’umanità, sia necessario cercare un dialogo per giungere a un compromesso. Per questo ha fatto proprio lo slogan: “I patti non basta farli fra amici, occorre cercare di farli con gli avversari”.

E però quello pacifista è un movimento di lotta, e in questo momento è urgente lottare: per denunciare con forza il crimine di Putin per aver fatto ricorso alla guerra, occupando con brutalità l’Ukraina e calpestando ogni norma internazionale. Ma al tempo stesso occorre lottare perché non prevalga una scelta che aggiungerebbe altre sciagure, quando invece bisogna cercare di evitare una generale catastrofe: inviare armi in Ukraina ai coraggiosi ragazzi che vediamo resistere ai carri armati russi nelle strade di Kiev e delle altre città del paese avrebbe come conseguenza solo un bagno di sangue nel quale proprio quei giovani sarebbero le principali vittime . Non è questo il modo di aiutare gli ukraini. Altre sono le cose, e tante, che in questo momento dobbiamo e possiamo fare per rendere meno drammatica la loro condizione: aiuti per l’immediata sopravvivenza, accoglienza piena di tutti quelli che cercano di mettersi al riparo nei nostri paesi. Aiutare tutti coloro che in Russia manifestano per la pace sfidando la repressione brutale. Oltre che esercitare attraverso le sanzioni economiche di indebolire il potere di Putin e così aprire la strada a una sua caduta e a creare le condizioni per un compromesso.

Per trovare un compromesso bisogna anche non mancare di capire cosa ha contribuito ad arrivare a quanto oggi accade. Se Putin è diventato popolare nel suo paese ed ha acquisito tanto potere è perché ha potuto usare il senso di umiliazione subito quando alla caduta della cortina di ferro l’occidente non ha rispettato l’accordo assunto con Gorbaciov di sciogliere la Nato dopo che l’allora leader del Cremlino aveva per parte sua ritirato le truppe sovietiche da tutti i territori che avevano fatto parte del Patto di Varsavia. È allora che bisognava – cessata la guerra fredda – disegnare insieme una nuova Europa finalmente in grado di dar vita ad una cooperazione che abbracciasse il nostro continente dall’Atlantico agli Urali. E invece ha proceduto passo passo a rimilitarizzare i paesi dell’est entrati nell’Unione Europea con l’estensione della Nato, isolando la nuova Russia.

Il ruolo del movimento della pace consiste nel cercare alternative che sostituiscano rapporti fondati sulla minaccia militare. Ma per essere credibile deve non risultare subalterno all’arroganza dell’Occidente, che, quando parla di difesa dei ”nostri valori” si scorda di quanto con la partecipazione anche del nostro paese è stato fatto in Irak, in Siria, in Afghanistan, in relazione all’annessione da parte di Israele dei territori palestinesi, di come il nostro alleato Nato – la Turchia – ogni giorno fa contro il popolo kurdo. Come potremmo spiegare ai popoli del Medio Oriente la nostra piena solidarietà con il popolo Ukraino dopo aver taciuto o attivamente partecipato al massacro di quelli che stanno a sud del Mediterraneo?

Negli anni ’80 il movimento pacifista europeo diventò una grande forza, molto importante. Oggi abbiamo bisogno di ricostruire un movimento pacifista ancora più forte, perché purtroppo le nostre battaglie di allora non sono bastate. Ma non possiamo disertare, né subire in silenzio la retorica dei signori della guerra. Putin per primo, certo. Ma alla lista va aggiunto qualche altro nome.Piattaforma Arci per la manifestazione nazionale del 5 marzo

CESSARE IL FUOCO, FERMARE LA GUERRA, COSTRUIRE LA PACE

Fermare la guerra in Ucraina. Fermare tutte le guerre in tutto il mondo.

No all’invasione russa dell’Ucraina. Ritiro delle truppe. Aprire un negoziato condotto dall’ONU.

Solidarietà alla popolazione civile, agli sfollati e ai profughi. Accoglienza in tutta Europa, aiuti umanitari in Ucraina.

Protezione, assistenza, diritti alla popolazione di tutta l’Ucraina, senza distinzione di lingua e cultura.

Aprire corridoi protetti per le agenzie internazionali e le organizzazioni umanitarie per soccorsi e aiuti, in sicurezza.

Siamo al fianco di chi manifesta in Russia contro l’invasione e il regime. E con chi in Ucraina continua a opporsi alla guerra con forme di difesa civile non armata e nonviolenta.

Solidarietà alle comunità di lavoratrici e lavoratori ucraini in Italia, che tanto lavoro di cura svolgono nel nostro Paese, angosciati da quello che accade e preoccupati per parenti e amici sotto le bombe.

Dall’Italia, dall’Europa, dalla comunità internazionale devono arrivare soluzioni politiche, non aiuti militari.

Ridare all’ONU un ruolo forte e decisivo: disarmo, risoluzione dei conflitti, cooperazione internazionale.

Basta competizione per il dominio economico, energetico, militare di cui anche l’Ucraina è vittima, contesa fra Est e Ovest.

Basta blocchi militari, no agli imperialismi uguali e contrapposti: nessun allargamento della NATO a Est.

Fine al commercio di armi senza limiti e senza controlli. Si impieghino le risorse per le armi a favore della sanità, istruzione, sicurezza sul lavoro, attuazione di tutti i diritti per tutti.

Vogliamo una Europa di pace, senza armi nucleari, che fondi le sue relazioni internazionali sulla sicurezza comune e condivisa, sul disarmo, sulla neutralità attiva.

Costruiamo ponti e solidarietà tra i popoli, non con le armi ma con la democrazia, i diritti, la pace. Educazione alla pace, alla Costituzione, alla cittadinanza attiva.

Basta armi, basta violenza, basta guerra!

Scendiamo in piazza in tante e tanti per ridare fiato alla pace

Sabato 5 marzo ARCI promuove e partecipa alla manifestazione nazionale a Roma

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Anbamed, notizie dal Sud Est del Mediterraneo

03 marzo 2022.

Rassegna anno III/n. 061

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Ottavo giorno di guerra russa contro l’Ucraina. Salta il secondo round del negoziato, per l’impossibilità della delegazione ucraina di raggiungere la località sul confine con la Bielorussia.  Forse si terrà oggi. Kiev è assediata ed è stato dichiarato il coprifuoco. L’Assemblea Generale dell’ONU ha condannato a stragrande maggioranza la guerra e chiede il ritiro delle truppe russe (141 a favore, 5 contro e 35 astenuti; 12 assenti). Il Consolato dell’Ucraina a Milano ha lanciato su Fb il reclutamento di mercenari per andare a combattere. In un collegamento telefonico ci hanno confermato l’autenticità del post. I pacifisti devono opporsi a questa degenerazione.

Il 5 marzo a Roma manifestazione nazionale contro tutte le guerre.

Domenica 27 marzo 2022 ore 18:00 si terrà, in modalità online, l’Assemblea dell’Associazione “Anbamed, aps per la Multiculturalità”. Tutti gli abbonati, anche non iscritti, possono chiedere il link per parteciparvi: anbamedaps@gmail.com

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02 marzo 2022.

Rassegna anno III/n. 060

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Settimo giorno di guerra russa contro l’Ucraina. Bombardato il centro della seconda città ucraina, Charkiv. Distrutti i centri di comunicazione della Tv di Kiev.

La Costituzione italiana ripudia la guerra come mezzo di risoluzione dei conflitti. Cosa c’è nei trattati fondativi della Unione Europea che consente di rinviare armi ad un paese terzo?

Il 5 marzo a Roma manifestazione nazionale contro tutte le guerre.

Pubblichiamo una poesia di Ciro Gallo.

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Contro la guerra, cambia la vita

Dai una possibilità alla pace

Sabato 5 marzo si terrà a Roma la manifestazione nazionale unitaria per fermare la guerra in Ucraina.

L’appuntamento è dalle ore 13.30 in Piazza della Repubblica nei pressi della Stazione Termini. Il corteo partirà intorno alle ore 14 per terminare in Piazza San Giovanni dove si terrà la manifestazione vera e propria con interventi dal palco.

Anche l’Arci si ritroverà in Piazza della Repubblica nel modo più visibile già dalle ore 12. Vi invitiamo a portare le nostre bandiere e quelle della pace sapendo che anche la direzione nazionale si farà carico di portarne alcune decine in piazza.

Dopo le tante e riuscite mobilitazioni locali, la Rete Italiana Pace e Disarmo ha deciso ieri sera di rispondere alle tanti voci provenienti dal vasto mondo pacifista, associativo e sindacale per un momento di mobilitazione grande, forte, visibile, unitaria.

È fondamentale l’impegno di tutti e tutte, in tutta Italia, per organizzare una nostra partecipazione grande, forte e visibile – nonostante le difficoltà e la fatica di questi tempi, siamo come sempre un punto di riferimento essenziale del pacifismo italiano, vogliamo esserlo, e dobbiamo riuscire a dimostrarlo anche in piazza.

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Anbamed, notizie dal Sud Est del Mediterraneo

1° marzo 2022.

Rassegna anno III/n. 059

Per informazioni e contatti manda un messaggio

e visita il sito: ANBAMED

Per ascoltare l’audio clicca qui

Le vignette sono QUI

Sesto giorno di guerra russa contro l’Ucraina. Ieri il primo difficile incontro tra russi e ucraini al confine con la Bielorussia. Le delegazioni sono tornate dai rispettivi governi per consultazioni. È previsto un altro round. Kiev ha chiesto l’adesione all’UE. L’ONU chiede un cessate il fuoco immediato; i profughi hanno superato il mezzo milione di persone, metà dei quali in Polonia. Respinti africani e asiatici.

Domenica 27 marzo 2022 ore 18:00 si terrà, in modalità online, l’Assemblea dell’Associazione “Anbamed, aps per la Multiculturalità”. Tutti gli abbonati, anche non iscritti, possono chiedere il link per parteciparvi: anbamedaps@gmail.com

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