LO STRILLO giugno

VITTORIA DELLA SINISTRA IN COLOMBIA

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Apre una grande speranza per la Colombia, l’America Latina e i Caraibi!

Il Partito della Sinistra Europea si congratula con il Patto Storico e con il popolo colombiano per il trionfo alle elezioni presidenziali: Gustavo Petro e Francia Márquez diventano così presidente e vicepresidente di una coalizione di sinistra che per la prima volta in 214 anni governerà in Colombia.

Ci congratuliamo e condividiamo la gioia del popolo colombiano per la sua lunga lotta per raggiungere la giustizia sociale, la giustizia ambientale e il rispetto dei diritti umani nel paese. Oggi finisce la lunga notte del terrorismo di Stato ed è per questo che è essenziale ricordare gli scomparsi forzati, i leader sociali, i firmatari della pace, i giovani, i contadini, gli indigeni, gli afro-discendenti che sono stati uccisi e uccisi, feriti e imprigionati.

Dopo la firma di La Paz e le grandi mobilitazioni dell’anno 2021, il Patto Storico ha vinto con oltre il 3% di differenza sul candidato di destra, Rodolfo Hernández, così la Colombia ha detto SÌ alla vita, SÌ a La Paz, SÌ alla democrazia effettiva, SÌ alla giustizia sociale e alla lotta ai cambiamenti climatici.

La vittoria del Patto in Colombia è fondamentale e storica per il futuro della Colombia e per il resto dell’America Latina.

Questa vittoria deve significare un cambiamento nella politica dell’Unione europea nei confronti dell’America latina, mettendo la cooperazione e il benessere dei popoli al di sopra delle sanzioni, dei blocchi e della voracità delle multinazionali. Il Patto storico e il governo di Petro e della Francia devono essere in grado di realizzare i cambiamenti di cui la Colombia ha urgente bisogno con il sostegno del resto del mondo.

Ascolta il discorso di Francia Màrquez: colombia

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Associazione Nazionale Partigiani d’Italia

ANPI: “PER UNA PROPOSTA DI PACE DELL’UNIONE EUROPEA”

CLICCA QUI: https://www.anpi.it/a2699/

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CPR: fino a quando questa vergogna?

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E’ ORA DI SCENDERE IN PIAZZA

L’USB CHIAMA ALLO SCIOPERO GENERALE CONTRO LA GUERRA, PER I DIRITTI DI TUTT*

CLICCA qui: sciopero-usb

In piazza….allegramente incazzati

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UN’ALTRA ECONOMIA E’ POSSIBILE

L’ECONOMISTA EMILIANO BRANCACCIO CRITICA LA POLITICA ANTISINDACALE DELLA BCE

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Shireen Assassinata a sangue freddo

DAL SIT0 ANBAMED

Criminale e bugiardo. Il premier israeliano Bennett ha cambiato le regole d’ingaggio delle truppe nei territori palestinesi occupati, con licenza di uccidere. Ieri, i suoi cecchini hanno mirato all’orecchio di una nota giornalista, Shireen Abu Aqila, corrispondente di Al Jazeera, che con i suoi servizi obiettivi, cha raccontavano i fatti, ha sempre smascherato le atrocità degli occupanti. Colpita all’orecchio, sotto il casco protettivo e sopra il giubbotto antiproiettile. Chi ha sparato voleva uccidere. Le testimonianze di un collega, Alì Sammoudi, anche lui ferito al torace, ed i numerosi video che documentano gli spari contro i soccorritori e contro l’ambulanza sono documenti inequivocabili sull’intenzionalità e predeterminazione di uccidere.

Il premier israeliano e la sua macchina di propaganda hanno cercato di coprire le vergogne con le falsità. Ha pubblicato sui social un video di spari da parte di resistenti palestinesi in un quartiere lontano dal luogo dell’assassinio di Shireen Abu Aqila. L’associazione israeliana per i diritti umani B’tselem lo ha smascherato, dimostrando con un sopralluogo, riprese e collocazioni dei due luoghi sulla planimetria della città di Jenin, l’assurdità e il palese tentativo di depistaggio delle insinuazioni governative israeliane (segui in inglese). Fallito il depistaggio, il governo di Tel Aviv ha cambiato linea e ha promesso un’inchiesta indipendente. Lo hanno seguito a ruota libera le diplomazie occidentali, offrendogli una linea di credito immeritata. Ha fatto bene l’autorità nazionale palestinese a raccogliere tutte le prove e le testimonianze, per chiedere un’indagine della Corte Penale Interazionale unico organismo abilitato a inchiodare il governo Bennett alle sue gravissime responsabilità. Perché questo assassinio è un crimine di guerra.

Riposa in pace, Shireen! Hanno ucciso la tua voce, ma il tuo esempio guiderà il cammino di molti che, nel servizio per la verità, rifiuteranno di abbassare la testa di fronte al fucile. Il colonialismo francese in Algeria è durato 132 anni e poi, sconfitto da un’eroica resistenza, ha abbandonato il campo.

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Bike Pride

Vedi qui:https://fb.watch/c-32eRgm5r/

8 maggio 1978: l’uccisione di Peppino Impastato

dal sito Info Out

Nella notte tra l’otto e il nove maggio 1978, il corpo di Peppino Impastato, posto sulla linea ferroviaria Palermo – Trapani, è dilaniato da una carica di tritolo. Il suo funerale, partecipato da centinaia di giovani provenienti da tutta la Sicilia, viene aperto da uno striscione con la scritta “Con le idee e il coraggio di Peppino, noi continuiamo”.8 maggio 1978: l’uccisione di Peppino Impastato

Giuseppe Impastato nasce a Cinisi il 5 gennaio 1948 da Felicia Bartolotta e Luigi Impastato, quest’ultimo ben inserito nel contesto mafioso della provincia di Palermo (era stato inviato al confino durante il periodo fascista, mentre una delle sorelle aveva sposato il capomafia Cesare Manzella, ucciso con una giulietta al tritolo nel 1963). Ancora ragazzo, Peppino rompe con il padre, che lo caccia via di casa, e comincia a dedicarsi all’attività politica: nel 1965 fonda il giornale “L’Idea socialista” e aderisce al Psiup. Dal 1968 in poi partecipa, con ruolo dirigente, alle attività dei gruppi di Nuova Sinistra. Conduce le lotte dei contadini espropriati per la costruzione della terza pista dell’aeroporto di Palermo, in territorio di Cinisi, degli edili e dei disoccupati. Nel 1975 costituisce il gruppo “Musica e cultura”, che svolge attività culturali (cineforum, musica, teatro, dibattiti ecc.) e al cui interno trovano particolare spazio il “Collettivo Femminista” e il “Collettivo Antinucleare”

Lui stesso descrive questa intensa fase con le seguenti parole :”Arrivai alla politica nel lontano novembre del ’65, su basi puramente emozionali: a partire cioè da una mia esigenza di reagire ad una condizione familiare ormai divenuta insostenibile. Mio padre, capo del piccolo clan e membro di un clan più vasto, con connotati ideologici tipici di una civiltà tardo-contadina e preindustriale, aveva concentrato tutti i suoi sforzi, sin dalla mia nascita, nel tentativo di impormi le sue scelte e il suo codice comportamentale. E’ riuscito soltanto a tagliarmi ogni canale di comunicazione affettiva e compromettere definitivamente ogni possibilità di espansione lineare della mia soggettività”.

Nell’estate del 1973 aderisce a Lotta Continua e conosce Mauro Rostagno, di cui apprezza in particolar modo le posizioni libertarie. Nel 1976 fonda Radio Aut, emittente privata e autofinanziata che indirizza i suoi sforzi e la sua scelta nel campo della controinformazione e soprattutto in quello della satira nei confronti della mafia e degli esponenti della politica locale. Il programma più ascoltato è “Onda pazza”, trasmissione condotta da Peppino stesso, durante la quale denuncia quotidianamente i delitti e gli affari dei mafiosi di Cinisi e Terrasini, e in primo luogo del capomafia Gaetano Badalamenti, che avevano un ruolo primario nei traffici internazionali di droga, attraverso il controllo dell’aeroporto. Nel 1978 si candida nella lista di Democrazia Proletaria alle elezioni comunali, e viene eletto nel Consiglio comunale di Cinisi appena pochi giorni dopo essere stato assassinato.

Fin da subito, stampa, forze dell’ordine e magistratura parlano di atto terroristico in cui l’attentatore sarebbe rimasto vittima e, dopo la scoperta di una lettera scritta molti mesi prima, di un suicidio “eclatante”. Il 9 maggio del 1979 il Centro siciliano di documentazione (nato nel 1977 e che nel 1980 si sarebbe intitolato a Giuseppe Impastato) organizza, con Democrazia Proletaria, la prima manifestazione nazionale contro la mafia della storia d’Italia, a cui parteciparono 2000 persone provenienti da tutto il paese. Dopo diverse archiviazioni, depistaggi e ostruzioni da parte della polizia, il caso dell’omicidio viene riaperto nel 1996 grazie alle forza e alla determinazione dei compagni e della madre di Peppino e del Centro di documentazione Impastato; il 5 marzo 2001 la Corte d’Assise ha riconosciuto come colpevoli dell’omicidio Gaetano Badalamenti nel ruolo di mandante e Vito Palazzolo in quello di esecutore.

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«Avevi solo vent’anni, vivevi l’anarchia…». Per Serantini

7 Maggio 1972- 7 Maggio 2022: 50 anni dall’assassinio di Franco Serantini, 20 anni, anarchico. A noi piace ricordarlo

di Chiara Nencioni sito Pop Off

So che viso avesse e anche come si chiamava: Franco Serantini, non alto, ricciuto, gli occhiali da miope, il viso serio e sofferto, un giovane di vent’anni, sardo, anarchico, figlio di nessuno nella vita come nella morte.

La sera del 5 maggio 1972, nulla servì a salvare la sua vita dalla furia della polizia, fra la bottega del vinaio e quella del tappezziere.

Era come un destino segnato, il suo, una vita e una morte segnate, di quelle da romanzo ottocentesco, fra Dickens e Zola, lo Zola di Germinal, per la redenzione del protagonista.

Figlio di N.N., con un’infanzia infelicissima, caratterizzata da abbandoni affettivi e luoghi anonimi: lasciato dalla madre in un brefotrofio sardo, vi resta fino all’età di due anni, quando viene adottato da una coppia di anziani senza figli; dopo la morte della madre adottiva, è dato in affidamento ai “nonni materni” in Sicilia con cui resta fino all’età di nove anni quando viene nuovamente trasferito in un istituto d’assistenza a Cagliari. Nel 1968, a 17 anni, è inviato all’Istituto per l’osservazione dei minori a Firenze e da qui – pur senza la minima ragione di ordine penale – destinato al riformatorio a Pisa “per lunga carenza affettiva” “in regime di “semilibertà”.

Serantini è una giovane vittima di un’ingiustizia, un giovane che costruisce ogni giorno la sua cultura solo per la sua passione di lottare contro l’ingiustizia. Le conoscenze che Franco acquisisce ed i nuovi rapporti che allaccia lo portano a guardare il mondo con occhi diversi ed avvicinarsi all’ambiente politico: frequenta le sedi della FGCI e FGSI, quelle della estrema sinistra fino ad approdare nella seconda metà del 1970 al Gruppo anarchico “Giuseppe Pinelli”. Come molti altri studenti, Serantini è impegnato nelle manifestazioni antifasciste, nella campagna di controinformazione sulla Strage di stato, nell’esperienza del “Mercato rosso”.

Il 5 maggio 1972 partecipa alla manifestazione indetta da Lotta Continua per protestare contro il comizio dell’on. Giuseppe Niccolai del MSI (a cui la  Giunta  comunale  di  Pisa  di  centro-destra, guidata  dal  sindaco  Michele  Conti, nel 2019 ha  deciso  di  intitolare  una  rotatoria). L’iniziativa viene repressa violentemente dalle forze dell’ordine. Serantini, circondato da numerosi agenti di polizia sul lungarno Gambacorti, viene brutalmente picchiato.

“Avevi solo vent’anni,

vivevi l’anarchia,

ti han coperto d’odio,

di botte e sangue. Sì!”

(da La ballata di Serantini di Ivan Della Mea, 1972)

Successivamente è trasferito prima in una caserma di polizia e poi al carcere Don Bosco, dove, il giorno dopo, viene sottoposto ad un interrogatorio.

”Andai perché ci si crede”, rispose Franco al giudice che lo interrogava  in risposta alla domanda sul perché avesse partecipato alla manifestazione del 5 maggio.

Durante l’interrogatorio Serantini manifesta uno stato di malessere generale che il giudice, le guardie carcerarie ed il medico non giudicano “serio”. Nessuno lo visita in carcere, fino al 7 maggio, quando è già in coma.

“Chiuso nella tua cella,

cercavi invano aiuto,

ma a un figlio di nessuno

l’aiuto non si da!”

Trasportato al pronto soccorso, il medico arriva pochi secondi dopo che il ragazzo aveva smesso di respirare, alle 9,45 del 7 maggio. Il pomeriggio dello stesso giorno le autorità del carcere cercano di ottenere tempestivamente dal comune l’autorizzazione al trasporto e al seppellimento del cadavere. L’ufficio del Comune si rifiuta di concedere il benestare alla tumulazione mentre la notizia della morte di Serantini rimbalza in tutta la città e oltre, in molte città italiane si tengono manifestazioni di protesta e di denuncia delle responsabilità delle forze dell’ordine.

Le indagini per scoprire i “responsabili” della morte di Serantini affogano nella burocrazia giudiziaria italiana e nei “non ricordo” degli ufficiali di pubblica sicurezza presenti al fatto, nella grande congiura dell’omertà.

Adesso Pisa ha una biblioteca che porta il suo nome – dedicata a lui nel 1979 dai compagni anarchici ed entrata lo scorso anno nella Rete degli istituti storici della Resistenza e dell’Età contemporanea- e un monumento a suo ricordo, inaugurato nel 1982, in piazza S. Silvestro di fronte all’Istituto Thouar che lo aveva ospitato negli ultimi anni di vita.  Vorremmo che, a 50 anni dalla sua barbara uccisione, quella piazza avesse il suo nome. Per questo è stata indetta una nuova petizione. Più volte nei decenni scorsi è stata avanzata la richiesta di un’intitolazione formale della piazza a Serantini; nel 2011 sono state raccolte oltre 1100 firme e la Giunta comunale aveva deliberato che almeno i giardini della Piazza fossero dedicati alla memoria di Franco. Purtroppo a quegli impegni non sono seguiti i fatti. Adesso, dopo 50 anni, forse è giunto il momento che quella piazza finalmente si chiami “Franco Serrantini”, per ricordare il giovane anarchico  e per riparare l’ingiustizia che subì (chi vuole sostenere l’iniziativa può farlo su  https://www.change.org/p/piazza-s-silvestro-diventi-piazza-franco-).

“Tenetemi nel cuore!”

Ci grida Serantini,

“Tenete questo amore,

è amore per lottar.

Tenetemi nel cuore,

compagni e cristiani!

Tornate, partigiani,

ed io non morirò!”

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25 APRILE: LE NOSTRE RADICI, IL NOSTRO DNA. LA PREZIOSA TESTIMONIANZA DI GASTONE COTTINO

STEFANO ALBERIONE INTERVISTA GASTONE COTTINO

ASCOLTA QUI: GASTONE-COTTINO-25-APRILE-2022

Rifondazione Comunista Torino - Intervista a Gastone Cottino sul 25 aprile  | Facebook
Gastone Cottino

Gastone Cottino

Gastone Cottino, 97 anni, partigiano, nome di battaglia “Lucio”, durante la guerra di Liberazione apparteneva ai gruppi dei Giovani Liberali. Professore ordinario di Giurisprudenza all’Università di Torino, è un accademico dei Lincei, infaticabile e lucido testimone della Resistenza

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