E’ CULTURA, NIENTE PAURA

“Leggo Dostoevskij e mi rendo conto che ho il sangue nelle vene”. Dialogo con Paolo Nori

  • DAL SITO PANGEA

Paolo Nori esordisce nel 1999 con Le cose non sono le cose (Fernandel, 1999). Da allora ha pubblicato più di quaranta testi tra romanzi, antologie e il giallo Che dispiacere (Salani, 2020) che racconta di un giornale che esce solo l’indomani di una sconfitta della Juventus. Per diversi e importanti editori italiani ha anche curato la traduzione delle opere di Daniil Charms, Lermontov, Puškin, Gogol’, Turgenev, Velimir Chlebnikov, Gonĉarov, Tolstoj ed Erofeev. Con Sanguina ancora. L’incredibile vita di Fëdor M. Dostoevskij (Mondadori, 2021) Paolo Nori riesce in «un libro inaudito», come avrebbe detto Balzac, dove Dostoevskij e la sua incredibile esistenza (ingegnere frustrato, traduttore umiliato, giocatore sfortunato, scrittore dalle alterne fortune che cadde e si rialzò infinite volte) sono la travolgente lente attraverso cui leggere la vita dello scrittore, e la nostra di lettori e soprattutto di uomini. Paolo Nori costruisce un accerchiamento che ripercorre le strade tentate da Dostoevskij da un romanzo all’altro, le sue varie, disperate traiettorie, e, paragrafo dopo paragrafo, riesce a mettere sempre più a nudo Dostoevskij e lo stesso Nori, perché la grande letteratura è un coltello affilato che squarcia la realtà e a volte anche il cuore di chi legge.

In Sanguina ancora. L’incredibile vita di Fëdor M. Dostoevskij si ricorda come Puškin sia stato lo scrittore più vicino al popolo russo. Possiamo dire che Dostoevskij sia lo scrittore più dentro all’uomo? È per questo che sanguina ancora?

Io sono un appassionato di letteratura russa e il primo libro russo che ho letto è un romanzo di Dostoevskij, Delitto e castigo. Ero nella nostra casa di campagna, in provincia di Parma, avevo quindici anni e ho preso uno dei libri di mio nonno, che era quello che leggeva, in casa, senza sapere niente di questo Dostoevskij, e quando ho letto che il protagonista del romanzo, Raskol’nikov, si chiedeva «Ma io, quanto valgo? Sono come un insetto o sono come Napoleone?», mi sono fermato nella lettura e mi sono chiesto «E io? Quanto valgo. Sono come un insetto o sono come Napoleone?» e ho avuto l’impressione che quel romanzo lì, pubblicato 112 anni prima a tremila chilometri di distanza dal posto dove lo stavo leggendo, avesse aperto dentro di me una ferita che non avrebbe smesso tanto presto di sanguinare. Il titolo del romanzo è la risposta a quell’impressione di 43 anni fa. Quanto alla scrittura di Dostoevskij, Vasilij Rosanov ha detto che «Il miracolo della scrittura di Dostoevskij sta nell’eliminazione della distanza tra il soggetto (il lettore) e l’oggetto (l’autore), in forza della quale risulta il più familiare di tutti gli scrittori contemporanei, e, forse, anche di quelli futuri, di tutti gli scrittori possibili»; con il me stesso quindicenne è successo esattamente così.

In Sanguina ancora si ricorda come Antonio Pennacchi possa considerarsi all’origine di questo libro che la copertina definisce «romanzo». Ma è davvero un romanzo?

Antonio Pennacchi è stato, negli ultimi anni, un amico, ed essere amico di una persona così generosa come Antonio è stata, per me, un’inestimabile fortuna. Antonio ha molto insistito, come sapeva fare lui, perché io scrivessi qualcosa di più grande, con un editore un po’ più grande, e, grazie alla sua insistenza, è saltato fuori questo libro che io credo sia un romanzo, e provo a spiegarti il perché. Se penso al romanzo più romanzo, tra tutti i romanzi che ho letto nella mia vita, mi viene in mente Guerra e paceGuerra e pace, per me, è l’archetipo del romanzo, il romanzo più romanzesco di tutti. E sono rimasto di stucco quando, qualche anno fa, ho letto che la critica principale che fecero a Guerra e pace in Russia, immediatamente dopo la sua uscita, era il fatto che non fosse un romanzo. Perché mischiava personaggi reali, come Kutuzov e Napoleone, con personaggi di fantasia, come Pierre Bezuchov e il principe Andrej. Allora mi sembra che i romanzi che escono oggi, quelli che tra centocinquant’anni verranno considerati i romanzi caratteristici degli anni Venti del ventunesimo secolo, forse sono dei libri che a noi non sembrano tanto romanzi. Scrivere un romanzo in senso tradizionale, oggi, significa scrivere un romanzo ottocentesco; forse mi sbaglio, ma credo che Tolstoj, oggi, non riscriverebbe Guerra e pace nel modo ammirevole in cui l’ha scritto, ma in un altro modo altrettanto ammirevole ma più sorprendente, per noi contemporanei, forse.

Nel libro viene ricordato che Balzac, lo scrittore più amato da Dostoevskij, dice che un romanzo dev’essere una cosa inaudita. Nel panorama italiano, un libro come Sanguina ancora è cosa inaudita, soprattutto quando l’analisi letteraria sprofonda nella vita e nell’opera di Fëdor Dostoevskij e insieme usa la prima persona per tirare le fila dell’esperienza biografica di chi scrive, cioè di Paolo Nori. Com’è nata questa nuova letteratura nel percorso di scrittore che ha origine da una sperimentazione più narrativa che saggistica, dove l’uso della prima persona era stato sospeso solo, se non erro, con il testo precedente, il giallo Che dispiacere?

Sì, Che dispiacere è l’unico libro in terza persona che ho scritto. Quando ho cominciato a pensare a come strutturare Sanguina ancora avevo in testa due riferimenti, Limonov di Emmanuel Carrère e Il bottone di Puškin di Serena Vitale. Quando l’ho finito e l’ho riletto (è sempre un momento orribile e meraviglioso, il momento in cui rileggi un romanzo al quale hai lavorato per tre anni e ti chiedi «Chissà cos’ho scritto») poi ho chiamato Alberto Rollo, che mi ha seguito per Mondadori, e la prima cosa che gli ho detto è stata «Un romanzo così potevo scriverlo solo io»; era una constatazione, non era né una vanteria né una giustificazione, o forse era un po’ tutte e due le cose insieme.

Dostoevskij ha un percorso biografico che, prima di giungere alla scrittura professionista, lo ha visto passare dagli studi in ingegneria militare, all’attività di traduttore, con una condanna a morte scampata. In fondo, nella sua eccezionalità, è una vita esemplare nella quale, per diversi aspetti, potrebbe riflettersi anche quella di Paolo Nori autore.

Sono onorato da questa tua considerazione; ho paura che, tra 112 anni, non ci sarà nessun quindicenne russo che si senta male leggendo Sanguina ancora. Ma grazie.

Possiamo considerare Dostoevskij uno degli autori che in Sanguina ancora sono detti marginali, perché nonostante il successo, la notorietà, la grandezza continua a restare così immenso da non permettere di essere svuotato di senso e trasformato in un luogo comune?

No, Dostoevskij è un grande autore, quasi universalmente riconosciuto come tale, ma ha, bicentenario a parte, in comune con i marginali forse il solo fatto di non essere, oggi, di moda. Devo poi dire che, in questi anni di lavoro su Dostoevskij, ho incontrato un po’ di lettori forti, come si dice, che hanno di lui una pessima opinione; molti di loro, mi sembra, sono influenzati dalla pessima opinione che di Dostoevskij aveva Nabokov, che l’ha definito «un giornalista dalla lingua sciolta e un teatrante da strapazzo» e che ha sostenuto che «i suoi assassini dal cuore tenero e le sue prostitute dalla grande anima non si possono sopportare»; io, a sentire queste cose, penso a quel che si dice successe a Nabokov nel 1957, quando aveva chiesto di insegnare ad Harvard, e Roman Jakobson, che di Harvard era il rettore, si era opposto, e che, a uno dei suoi collaboratori, che aveva obiettato: «Ma è un grande scrittore», aveva risposto: «Anche l’elefante è un grande animale; lei lo chiamerebbe a dirigere il dipartimento di zoologia?». Ecco; io no.

Nel libro si tenta di spiegare perché abbia senso leggere oggi Dostoevskij. Perché un lettore oggi dovrebbe leggere Dostoevskij attraverso la lente di Nori?

Nel libro mi chiedo che senso abbia, nel 2021, leggere Dostoevskij e dico, mi sembra, principalmente due cose. Che Dostoevskij ci disegna, come siam fatti, che nei suoi libri troviamo il nostro ritratto e che ci apre delle ferite che, a distanza di anni, non smettono di sanguinare. Poi mi chiedo, anche in relazione al fatto che io, dopo aver chiuso quel libro così doloroso, per me, Delitto e castigo, ne son subito andato a cercare degli altri, mi chiedo se a me piace sanguinare e mi do una risposta un po’ articolata, a partire dal fatto che con degli altri, appassionati di letteratura, abbiamo provato a fare una rivista, a Bologna, e abbiamo scelto di chiamarla Niente. Ci piaceva il fatto di potere, uscendo di casa, rispondere alla domanda «Dove vai?», «Vado a far Niente» e ci piaceva immaginare che qualcuno andasse in libreria e chiedesse al libraio «È uscito Niente?». Oppure, ancora meglio, che rispondesse, al libraio che aveva chiesto «Cosa desidera?», «Niente? È Uscito?». E ci siamo effettivamente trovati per qualche mese e ci abbiamo lavorato, ma dopo qualche mese abbiamo rinunciato, a far Niente, perché ci siamo accorti che era un compito al di sopra delle nostre forze. Che non so se hai mai provato ma è difficilissimo, far niente. Solo che poi, le nostre riunioni ci mancavano, abbiamo deciso di farla comunque, una rivista, solo con un altro titolo, abbiamo abbassato le pretese l’abbiamo chiamata Qualcosa. Che, in sostanza, è la stessa cosa: «Dove vai?» «A fare Qualcosa», «È uscito Qualcosa?», «Cosa desidera?», «Qualcosa. È uscito?», solo che è una cosa completamente diversa, tanto è vero che quella siamo riusciti a farla, ne abbiam pubblicati due numeri, e, nel gennaio del 2020, poco prima che cominciasse la pandemia, ci siamo trovati per cominciare a lavorare al terzo, che ha come argomento le storie sentimentali finite male, i disastri sentimentali, praticamente. E quel pomeriggio lì, le venti persone che erano lì, in una sala al primo piano della Biblioteca Salaborsa di Bologna, di quei momenti che abbiamo passato tutti, che siamo stati male per amore, se così si può dire, di quei giorni così dolorosi che eravamo messi così male che ci sembrava di non esser mai stati tanto male nella nostra vita, e non ci sembrava possibile stare peggio, a ripensarci dopo degli anni, quella sera lì, a me è venuto da pensare «Ma come sono stato male, quel giorno lì. Ma che bello, essere così vivi». Ecco io, quando leggo dei libri come Delitto e castigo, mi rendo conto che ho il sangue che mi scorre nelle vene, sono consapevole di essere al mondo, che è una cosa che non mi succede spesso, devo dire.

Cinzia Bigliosi

*Per gentile concessione si pubblica l’intervista a Paolo Nori (in copertina in un ritratto di Claudio Sforza), curata da Cinzia Bigliosi, edita nell’ultimo numero di “Studi Cattolici” (733, marzo 2022), stampato dalle Edizioni Ares

<<<<<<<<<<<<<<<<<<<<<<<<<<<<<<<<<<<<<<<<<<<<<<<<<<<<<<<<<<<<<<<<<<<<<<<<<<<<<<<<<<<<<<<<<<<<<<<<<<<<<<<<<<<<<<<<<<<<<<<<<<<<<<<<<<<<<<<<<<<<<<<<<<<<<<<<>>>>>>>>>>>>>>>>

La suora

di  Maria Pia calemme – sito Trasform! Italia

Remo Bassini, autore del romanzo, La suora uscito nella collana Le vespe di Golem edizioni è stato operaio, portiere di notte in un albergo, giornalista e poi direttore del bisettimanale La Sesia di Vercelli, accompagnando una parte del suo percorso lavorativo con l’impegno di conseguire una laurea in Lettere.

Uno studente lavoratore negli anni della fabbrica con i turni di notte e non si può riconoscere che Remo non si sia dato da fare per guadagnarsi pane e toma come si direbbe in Piemonte.

So che Remo, che è un amico, perdonerà questa divagazione, lui che è toscano ma ha vissuto quasi tutta la sua vita in Piemonte e in Piemonte ha scelto ancora una volta di ambientare questa storia come altre precedenti.

Ecco un noir di casa nostra che rappresenta la provincia italiana, con tutte le sue contraddizioni, le sue perfidie e il suo perbenismo piccolo borghese.

È Romolo Strozzi il protagonista, un uomo in fuga. In fuga da che? Da se stesso potremmo dire.

Ha abbandonato la sua terra d’origine, la Puglia, l’insegnamento, per insediarsi tra i monti della Val Sesia.

Romolo Strozzi in Val Sesia scopre un altro mondo, una nuova vita. Un sangue caldo come gli abitanti del Sud non fa fatica a ambientarsi in una realtà che poco prima era per lui così distante e non avrebbe mai immaginato.

Squattrinato, s’inventa un mestiere per tirare a campare: trafficante di formaggi d’alpeggio, burro e altri prodotti della valle. Prodotti acquistati direttamente dai pastori e rivenduti in città.

La sua vita è segnata da un’ossessione amorosa. Lei è Nora, una donna che conobbe un giorno a Orta, davanti al lago.

Non sapeva che Nora stava per prendere i voti e diventare suora di clausura nell’isola di San Giulio.

La copertina del libro, infatti ritrae un acquerello della Mater Ecclesiae, la famosa abazia benedettina di clausura femminile dell’isola di Orta San Giulio, idealmente il luogo dove Nora alias Suor Beatrice si trova rinchiusa.

Quando Nora lo chiama è nel frattempo diventata Suor Beatrice e ha bisogno del suo aiuto: la madre, ottantunenne, ha ucciso un’altra donna, investendola volontariamente e riconoscendo immediatamente la sua colpevolezza.

Dopo il fatto si rifiuta di spiegare il motivo per cui ha commesso l’omicidio.

Ci sarà pur una ragione che ha guidato questo gesto? Resta un mistero perché il caso viene immediatamente chiuso e il processo, dopo ventinove giorni dal fatto, riconosce la donna, reo confessa, colpevole, condannandola a scontare la pena presso la struttura carceraria di Vercelli.

Nora, dalla clausura di Orta chiederà a Romolo di indagare per venire alla luce del caso e lui accetterà senza esitare, perché sente quanto dolore c’è in quella donna che nasconde i suoi veri sentimenti dietro una tonaca.

Però non sarà facile, ci troviamo in pieno lockdown e lui a Vercelli non conosce nessuno.

Ciò nonostante, con il suo impegno, la sua caparbietà, sorretto dal sentimento che nutre per Nora che non si è ancora spento, riuscirà a scavare e a portare a galla una storia drammatica ambientata nel 1945, gli ultimi mesi della guerra.

Si scoprirà, riga dopo riga, che Nora nasconde luci ed ombre nella sua personalità.

Il mistero si scioglie piano piano e procede, come credo sia volontà dell’autore, tenendo il lettore con il fiato sospeso fino all’ultimo.

La scrittura non lascia nulla a caso. Non si perde. Resta sull’attenti. Pronta. Non rimangono punti in sospeso. Incognite. Tutto si svela poco a poco lasciando un finale sorprendente.

Un noir di casa nostra perché rappresenta la provincia italiana e Remo Bassini non è nuovo a fare della provincia un territorio da esplorare, da scoprire e vado oltre, da far conoscere nei suoi aspetti più biechi, un mondo piccolo borghese trappola di una mentalità rigida, a tratti ottusa, che i suoi numerosi difetti ma anche con tantissimi pregi.

Un bel noir nostrano sulle immagini suggestive del paesaggio mozzafiato del lago d’Orta.

Giorgio Bona

Articoli simili

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato.