PER CHI SUONA LA CAMPANELLA e per chi neanche quella

Fare scuola in carcere

intervista di di Silvia Rosa a Gianna Cannì

INTERVISTA A GIANNA CANNÌ 
DOCENTE PRESSO LA CASA CIRCONDARIALE LORUSSO E CUTUGNO DI TORINO

 

Raccontaci qualcosa di te: di che cosa ti occupi? Come mai hai scelto di lavorare in carcere? Quali sono stati gli aspetti della realtà carceraria che ti hanno colpita di più agli inizi del tuo lavoro?

Come quasi tutte le donne mi occupo di molte cose diverse, e con uguale passione. Ma adesso voglio condividere con te il mio impegno nel mondo della scuola: in seguito all’incontro con il professor Pier Cesare Rivoltella e grazie al continuo scambio con una collega molto speciale, Enrica Bricchetto, mi sono appassionata alla didattica innovativa, con uno sguardo particolare alla didattica gender sensitive.

Da un paio di anni sono entrata nel mondo dell’istruzione per gli adulti, scegliendo di passare prima ai corsi serali della mia scuola, l’istituto Carlo Ignazio Giulio di Torino, e, da quest’anno, anche alla sezione carceraria presso la Casa Circondariale Lorusso e Cotugno di Torino. La mia scuola è presente al carcere delle Vallette da molti anni, con un progetto dal titolo “studiare vale la pena”. Studiare vale la pena è sempre stato il mio motto personale.

La realtà del carcere ti colpisce come un pugno nello stomaco sotto molti aspetti. È già stata una forte emozione oltrepassare l’enorme cancello automatico che dà l’accesso ai padiglioni, percorrere i lunghissimi corridoi che portano alla “rotonda”. Ma sicuramente la cosa che colpisce di più sono le persone, le loro storie. Non puoi non rimettere in discussione tutto quello che pensi della società e degli uomini, entrando in carcere. Fai la scoperta che l’essere umano è infinitamente “di più” delle sue azioni.

Come si svolge l’attività scolastica in carcere, di solito? Quali percorsi e quali attività sono proposte? Quali difficoltà incontrano docenti e studenti?

L’attività scolastica è subordinata ai tempi del carcere: l’ora d’aria, gli appelli, i pasti a cella chiusa a metà mattina e metà pomeriggio. È anche subordinata agli spazi, pochi e piccoli, da dividere con le altre scuole. Costruire un orario didatticamente sensato, per esempio, è un’impresa molto difficile. E poi c’è la contraddizione di base: nonostante la scuola sia centrale nella progettazione educativa dell’Area Trattamentale, non ci sono le condizioni materiali necessarie allo svolgimento delle lezioni. Gli studenti non hanno il materiale didattico (libri, cancellerie), non ci sono strumenti digitali di nessun tipo, manca uno spazio dove poi possano studiare in tranquillità. Tuttavia gli insegnanti sanno inventarsi, anche con niente, delle lezioni coinvolgenti: la relazione umana, qui più che altrove, è tutto.

Il nostro è un corso di istruzione superiore articolato in tre periodi didattici di Servizi per la Sanità e l’Assistenza Sociale. Invita al lavoro su se stessi, alla riflessione sui bisogni dei più fragili. Credo che sia una buona opportunità per vedere la realtà da un altro punto di vista.

Nella tua esperienza di insegnante hai individuato delle motivazioni ricorrenti tra le e i detenuti che decidono di intraprendere un percorso di studi? Ci sono state storie che, nel bene e nel male, ti hanno colpita in modo particolare?

Le motivazioni sono varie. Credo che la prima motivazione sia quella di riempire il tempo, di strutturare le giornate. Poi c’è il desiderio di incontrare persone che vengono dal mondo di fuori. Man mano che procedono nello studio, però, molti di loro scoprono il piacere di conoscere cose nuove, di mettersi in gioco, di immaginarsi diversi e di poter progettare un futuro che prima non immaginavano.

Il carcere è pieno di storie che colpiscono profondamente. La storia che forse mi ha emozionato di più è quella di uno studente con un passato di grandi violenze, che da quasi analfabeta ha intrapreso la scuola, studiando praticamente solo da metà anno (dopo che è stato spostato in un padiglione in cui non siamo presenti come scuola). Si è appassionato alla letteratura, alle lingue, alla psicologia e ora immagina un futuro da medico. Ecco, è questo che pensi sempre nel carcere: che è tutta questione di opportunità, che non è vero che le nostre scelte sono libere.

Come sappiamo, l’emergenza sanitaria per il Covid- 19 ha comportato la chiusura delle scuole e l’avvio della didattica a distanza, di cui sentiamo parlare ormai da almeno due mesi. Che cosa è successo in carcere in questo frangente? Come e con quali mezzi, risorse e inconvenienti si continua a fare didattica?

Da fine febbraio non siamo potuti più entrare in carcere e le lezioni sono state sospese. Abbiamo cercato delle soluzioni, ovviamente, pur con i pochi mezzi a disposizione. Innanzi tutto abbiamo ripensato la programmazione individuando attività trasversali che potessero sostituire la didattica delle singole discipline: in questo modo sarebbe stato più facile far avere loro materiali e indicazioni con l’aiuto degli educatori. Poi abbiamo attivato degli account mail, con una servizio specifico per il carcere gestito da Zero Grafica. In questo modo abbiamo potuto interagire con un gruppo di studenti, che fanno da tramite per le comunicazioni con il resto della classe. Infine, insieme con tutte le altre scuole presenti in carcere, abbiamo iniziato una collaborazione con Radio Antenna 1, che ci offre un piccolo spazio quotidiano per fare didattica a distanza, via radio. Il progetto si chiama “Libere frequenze”.

Tutto ciò non rappresenta vera didattica, perché manca la dimensione della relazione educativa, ma è meglio di niente. La situazione sanitaria in carcere è molto difficile, non è certo il luogo in cui si può rispettare il “distanziamento fisico”, visto anche il sovraffollamento. Siamo infatti molto preoccupate per i nostri studenti e per tutti i detenuti in genere. Attivare queste piccole iniziative didattiche è servito però a mantenere un contatto, che speriamo di riprendere presto con diversa forza e significatività.

Di che cosa avrebbero bisogno, secondo te, le e gli studenti del carcere? Ci sono attività o progetti che ritieni interessanti per la loro formazione?

Gli studenti in carcere avrebbero bisogno di molte cose: maggiori iniziative educative e creative, laboratori musicali e teatrali, spazi verdi dove trascorrere l’ora d’aria, condizioni di vita più salubri. Non credo che bruttezza e squallore possano produrre cambiamenti positivi nelle persone. È vero, sono in carcere, ma il carcere è un luogo di custodia dello Stato e lo rappresenta.
Limitandomi all’ambito dello studio: avrebbero bisogno di libri scolastici (anche solo in prestito), di uno spazio per studiare, di un orario flessibile per poter dedicare più ore alle lezioni, di risorse tecnologiche. È dunque necessario dotare le classi di strumenti per innovare la didattica e renderla più coerente alle esigenze di studenti adulti e provenienti da percorsi di studio e di vita assai differenti.

La distanza dal mondo reale, che è parte integrante della condizione detentiva, richiede che almeno a scuola si possano mettere in campo compiti complessi attraverso la dimensione simulata e i diversi linguaggi propri del mondo digitale, introducendo gli studenti alle multiliteracies. Inoltre, soprattutto per studenti adulti che riprendono gli studi dopo molti anni è fondamentale supportare l’apprendimento – in presenza e a distanza – con infografiche, presentazioni, mappe interattive, videolezioni fruibili attraverso LIM e smart tv. La nostra scuola ha appena ottenuto un piccolo finanziamento all’interno del Piano Operativo nazionale per comprare strumenti digitali per la didattica con un progetto dal titolo “Fuoriclasse: liberi di imparare”: non vediamo l’ora di poter “tornare dentro” per allestire le nostre classi con queste tecnologie e riprendere le lezioni.

 

Gianna Cannì (1972) è laureata in Filologia classica e dottoressa di ricerca in Storia delle Scritture femminili nel 2005. Parallelamente alla passione per la letteratura, che coltiva come studiosa e saggista e come insegnante, inizia ad occuparsi di innovazione didattica e nel 2008 si specializza come media educator. Dal 2003 tiene corsi e laboratori di letteratura, didattica e critica presso l’Università di Torino e presso l’Università Cattolica di Milano.

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