CRONACHE ANATOLICHE

Notizie e approfondimenti dalla Penisola Anatolica

L’ANGOLO DI MURAT CINAR

 Il lato B di Erdogan: una Turchia in miseria

MEDIO ORIENTE. Inflazione al 115%, salari da fame, mega progetti infrastrutturali che arricchiscono le aziende vicine al governo e saccheggiano il denaro pubblico. L’altro volto di un Paese che gioca alla guerra, dimenticando quella che ha in casa: la crisi economica

Il mercato delle spezie di Istanbul – Ap/Francisco Seco

Murat Cinar

La Turchia sta attraversando la crisi economica più profonda della sua storia. L’inflazione è alle stelle, la lira non era stata mai svalutata così tanto e la fiducia sul futuro è così bassa che milioni di giovani vorrebbero lasciare il Paese appena possibile. Di fronte a questo quadro disperato il governo centrale ha deciso di ignorare il problema oppure diffondere menzogne.

Tutto sembra iniziare nel mese di settembre del 2021 quando la Banca centrale ha deciso di abbassare gli interessi seguendo la linea politica del governo: «Gli interessi sono contro l’etica religiosa e distruggono l’economia produttiva», disse il presidente Erdogan.

POCHI GIORNI DOPO, la lira turca è stata svalutata del 55%. Da allora la moneta continua a perdere il suo valore, gli stipendi valgono sempre meno e il potere d’acquisto è a terra.

Secondo la professoressa Esra Nur Ugurlu dell’Università di Massachusetts Amherst le radici dell’attuale crisi sono lontane e tra le prime ci sarebbe la «ricetta» del Fondo monetario internazionale applicata quasi al 100% dall’attuale governo sin dall’inizio della sua carriera, ossia dal 2002.

«Mentre si effettuava una notevole riduzione sulla spesa pubblica con l’obiettivo di abbassare l’inflazione, che all’epoca era alle stelle, sulla produttività e su come incentivare gli investimenti Ankara non aveva nessun programma».

L’indebitamento individuale nel 2002 era del 3%, nel 2014 la cifra era arrivata al 20% e il disavanzo primario, nel 2013, era sopra la media degli anni ‘90. Le politiche economiche di Ankara erano basate sull’indebitamento e l’iniezione di denaro proveniente dall’estero. Un sistema economico poco sostenibile.

LA CRISI GLOBALE del 2008, le dinamiche geopolitiche sempre più fragili nel Medio Oriente a partire dal 2011, la forte mancanza di stabilità politica all’interno della Turchia e le sanzioni economiche emesse dagli Usa sono stati alcuni deii motivi della recessione iniziata nel 2016.

Gli investimenti stranieri o sul territorio nazionale pian piano si riducevano (decisione in parte anche della Banca centrale Usa) a causa della crisi globale e Ankara non aveva risposte.

Ugurlu sottolinea che gli interventi straordinari, irregolari e non trasparenti della Banca centrale sul mercato locale della moneta straniera hanno provato a rallentare la svalutazione della Lira ma senza successo.

Una delle campagne politiche più importanti dei partiti d’opposizione era quella di indagare sulla scomparsa dei 128 miliardi dollari dalle casse della Banca centrale (contabilità presente sul sito web dello stesso ente), molto probabilmente venduti per iniettare nel mercato lira turca. Ankara ha presentato diverse versioni e in contraddizione tra di loro.

Ozgur Karabulut è il presidente generale del principale sindacato dei lavoratori edili, Dev-Yapi-Is. «Le scelte politiche del governo centrale si basano sulla cementificazione. Questo piano viene attuato dallo Stato o con il sistema Built-Operate-Transfer (Bot). Circa il 75% del debito estero è costituito da opere in cemento».

SECONDO KARABULUT, in tutto il Paese, sono circa 40 aziende edili che lavorano direttamente con Ankara e portano avanti numerose opere di cementificazione, creando una sorta di lobby/monopolio.

«Nei cantieri di queste aziende, le condizioni di lavoro sono terrificanti. Dal vitto all’alloggio, dai contratti di lavoro fino al sistema dell’esternalizzazione siamo davanti a una situazione drammatica».

Secondo Karabulut la scelta di Ankara di investire sul cemento aveva tre principali motivi: trasformare i contadini in operai edili creando un benessere non sostenibile, ottenere più voti con lo sciovinismo delle grandi opere e incassare liquidità da iniettare nel sistema dell’assistenzialismo.

«Il progetto non ha retto. Oggi, anche se il Paese è un cantiere a cielo aperto, contiamo circa 1,5 milioni di operai edili. Nel 2016 erano circa 2,5 milioni». Karabulut sottolinea che i piani di cementificazione prevedevano la trasformazione in zona edile di boschi incendiati, siti archeologici e coste. Un piano economico che ha devastato l’ambiente.

Secondo Karabulut, in Turchia, per un lungo periodo gli investitori stranieri hanno acquistato molti immobili costosi, una scelta politica che non dava soluzioni alle vere esigenze del popolo.

«I piani di gentrificazione hanno cambiato i profili demografici e sociologici delle città. Le zone centrali, e non solo, di varie metropoli sono state trasformate in grandi blocchi di cemento in vendita. A questo va aggiunto il piano di costruzione di aeroporti inutili, ponti inutilizzati e ospedali che lavorano con la garanzia del numero dei pazienti. In certi casi abbiamo notato che con l’affitto annuale di alcuni ospedali è possibile costruire nuovi ospedali».

UN VERO LAVORO di saccheggio del denaro pubblico per mantenere il potere economico e politico. «Oggi i costi del settore edile sono aumentati del 300%, tuttavia i nostri operai lavorano con gli stipendi del 2017. I datori di lavoro cercano di non pagare il Tfr, gli straordinari o le varie indennità. Infine, il fatto che circa il 10% dei lavoratori sia sindacalizzato rende più difficile la battaglia».

Deniz lavora come ricercatore nel campo dell’economia in un’università pubblica, ha 40 anni e abita in una casa di proprietà. Non deve affrontare l’aumento sproporzionato degli affitti. Secondo una ricerca del portale di notizie Dunya, si tratta di un aumento pari al 250% registrato in questi ultimi quattro anni.

«Vari miei colleghi hanno deciso di dare in affitto alcune camere delle loro case per affrontare le spese». Nel 2022 il prezzo della corrente elettrica a uso domestico è cresciuto del 50% e il gas metano del 25% rispetto al 2021.

DENIZ HA DOVUTO limitare radicalmente la sua vita sociale e cambiare la sua alimentazione da quando la crisi è diventata più profonda. «Trasporto pubblico, cinema, teatro e libri sono alcune cose che costano molto di più oggi. Faccio una grande fatica a consigliare certi libri ai miei studenti per il costo cresciuto in modo drastico in questi ultimi mesi».

Secondo la Banca centrale turca a luglio 2022 l’inflazione ha superato la soglia del 79%; secondo i sindacati la cifra reale sarebbe al di sopra del 115%.

Secondo Deniz il governo ha approfittato della crisi economica (con la scusa di ridurre la spesa pubblica) per non rinnovare i contratti precari di diversi ricercatori universitari, in realtà il vero motivo è che erano iscritti ai sindacati oppure avevano fatto parte di qualche manifestazione politica.

Seda è una musicista che vive tra Ankara, Istanbul, Eskisehir e Urgup: «Durante la pandemia, per circa due anni, per i musicisti non è stato possibile lavorare. Dopo circa un anno e mezzo lo Stato ci ha donato 3mila lire una tantum (circa 200 euro), non sufficiente nemmeno per un mese di affitto. In quel periodo il proprietario di casa mia a Ankara ha deciso di aumentare l’affitto in modo radicale, ho dovuto rinunciare. Oggi lavoro tra Ankara e Istanbul e vivo a casa dei miei amici oppure di mia mamma a Urgup».

SEDA AGGIUNGE anche che gli aumenti fatti dal governo centrale sul salario minimo garantito hanno aumentato il costo del lavoro nei locali di intrattenimento che hanno deciso di tagliare i costi della musica dal vivo. Seda e musicisti come lei hanno perso diverse occasioni di lavoro.

«Oggi circa il 60% del mio guadagno va per le spese fondamentali. Ho dovuto rinunciare alla mia vita sociale e fatico molto a sostenere i costi del trasporto pubblico tra una città e l’altra e questo ha conseguenze negative sul mio lavoro». Il prezzo del carburante (nel 2021 4,2 lire a litro) a giugno 2022 è salito a 22,37.

In Turchia, nel 2001, circa 5,5 milioni di persone avevano un lavoro con un contratto regolare. Oggi il dato supera i 15 milioni. Tuttavia, secondo l’Istituto di Previdenza sociale (Sgk), nel 2020 più di sei milioni risultavano lavorare con il salario minimo garantito che oggi ammonta a circa 355 euro.

Secondo il sindacato confederale Turk-Is, in Turchia una famiglia composta da quattro persone al mese deve spendere almeno 350 euro per non morire di fame, quindi il salario minimo garantito basta solo per coprire quelle spese vitali. L’affitto, il trasporto oppure lo studio, per quelle sei milioni di persone, restano ancora come delle spese da affrontare. Sempre secondo Turk-Is restare al di sopra del limite della povertà significa guadagnare almeno 1.137 euro.

DI FRONTE a questo quadro drammatico, Ankara ignora il problema o trova il colpevole altrove. Secondo il governo centrale si tratta di una crisi economica locale conseguenza di quella globale causata dalla pandemia e della guerra in Ucraina; l’aumento dei prezzi di prima necessità sarebbe colpa di alcuni produttori e rivenditori locali; la disoccupazione è in crescita perché la popolazione è choosy.

E se c’è qualcuno che se ne vuole andare all’estero per trovare un lavoro migliore «chi se ne frega, se ne vadano pure» (marzo 2022, presidente della Repubblica).

Le ricerche dimostrano che la popolazione tra i18 e 29 anni vuole lasciare la Turchia per prendere al volo la prima proposta di lavoro all’estero: secondo quella dell’Università di Yeditepe il 76%, per quella della fondazione tedesca Konrad-Adenauer-Stiftung circa il 73%.

Significa che la Turchia, oltre a perdere le sue migliori menti per la repressione politica schiacciante oggi perde anche i suoi giovani per una depressione politica e sociale.

Pubblicato sul Manifesto del 21 agosto 2022

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La Nato e le mosse di Erdogan

di Murat Cinar

L’accordo di Madrid, che apre le porte della Nato alla Svezia e alla Finlandia, comprende una serie di novità importanti che potrebbero segnare sul futuro del Medio Oriente, e non solo.

Dall’altra parte l’accordo rappresenta anche un valore politico e storico importante per la famiglia della Nato ma anche per la sopravvivenza del regime in Turchia e per il futuro di Rojava.

Dalla rivista Edizioni dell’Asino di agosto.

Un giorno prima del vertice della Nato, lo scorso 28 giugno, Turchia, Svezia e Finlandia hanno firmato un accordo che celebra l’approvazione di Ankara dell’adesione al Patto transatlantico di questi due paesi baltici. In modo molto riassuntivo possiamo dire che sia la Svezia che la Finlandia, con quest’accordo, confermano che collaboreranno con la Turchia nella sua lotta contro il “terrorismo”, in diversi modi. Inoltre la Turchia sarà sostenuta nella sua adesione al mega progetto militare Pesco. In cambio Ankara toglierà il suo veto per l’adesione alla Nato di questi due paesi.

La Turchia era l’unico paese tra gli alleati a opporsi all’adesione di Stoccolma e Helsinki. Grazie a quest’accordo, almeno per il momento, sembra che l’ostacolo sia stato superato. Ovviamente le reazioni, dopo ciò che è accaduto al vertice a Madrid, sono state molteplici.

In Svezia in particolare, ma anche in Finlandia, vari partiti di opposizione e numerose associazioni, insieme a una notevole parte dell’opinione pubblica, hanno definito l’accordo come un atto di tradimento nei confronti delle forze armate “curde” che sono in Turchia e in Siria (è importante spiegare perchè scrivo “curde” tra virgolette: non è molto corretto che le unità di protezione popolari, Ypg/J, e il Partito dell’Unione democratica, Pyd, siano definite come due forze politiche o armate “curde”; queste realtà, nate tra il 2003 e 2004, inizialmente si sarebbero potute definire come forze curde ma oggi hanno un profilo molto più internazionalista e comprendono diverse “etnie” presenti in zona). Anche le prime reazioni che arrivano da queste confermano che l’accordo sia stato percepito come una decisione non gradita. Invece secondo il governo svedese e quello finlandese non si tratta di un cambiamento radicale che scombussolerebbe le loro storiche posizioni politiche. Mentre per i paesi baltici si tratta di un successo con pochi danni, per Ankara si tratta di una vera propria “vittoria”: il giorno dopo l’accordo, in Turchia, i mezzi di propaganda del governo parlavano di un risultato storico molto importante.
Si tratta di un accordo più politico che tecnico. Sembra che queste tre parti abbiano portato a casa un risultato – momentaneamente – soddisfacente e utile. Invece per le forze armate “curde” come Pkk, Ypg/J oppure il partito politico Pyd ma anche i membri della comunità di Gulen si può parlare dell’inizio di un percorso politico pericoloso e rischioso.
Per analizzare bene il profilo politico di quest’accordo ricordiamo come sono andate le cose in questi ultimi mesi.

Le prime reazioni russe…
Pochi mesi dopo l’inizio della guerra in Ucraina, sia la Svezia che la Finlandia, nel mese di maggio, hanno espresso pubblicamente la loro volontà di aderire alla Nato, principalmente per motivi di sicurezza. In risposta dalla Russia arrivano due messaggi netti: eventuali sanzioni economiche nei confronti di questi due paesi e l’aumento delle forze armate nella regione di Kaliningrad che si trova davanti alle coste finlandesi e svedesi. Non dimentichiamo il fatto che uno dei motivi dell’invasione dell’Ucraina da parte della Russia fosse l’eventuale adesione di Kiev alla Nato e i progetti di allargamento di questa organizzazione. Senz’altro, quattro mesi dopo, oggi, per una Russia stanca di fare guerra, non solo in Ucraina, e in profonda crisi economica la situazione potrebbe essere diversa. Ossia non è detto che l’intenzione di prendere una misura militare contro Stoccolma e Helsinki sia ancora realistica. Va però tenuto in conto che Vladimir Putin oggi si trova con poche via di uscita ed è un leader più vendicativo che revisionista, quindi le follie sono sempre dietro la porta.

… e ad Ankara
Dopo la preghiera di venerdì del 13 maggio, il Presidente della Repubblica di Turchia, Recep Tayyip Erdogan esprimeva il suo parere negativo in merito all’adesione alla Nato di questi due paesi. Dopo quest’introduzione prudente, Erdogan pronunciava parole molto forti definendo i suoi futuri alleati come due paesi che “sostengono e ospitano le organizzazioni terroristiche come Pkk e Dhkp-C e addirittura danno loro spazio nei loro Parlamenti nazionali”. Dal giorno successivo fino all’incontro di Madrid, la posizione di Erdogan è diventata più forte: “Non c’è bisogno che i loro rappresentanti vengano in Turchia per convincerci. Secondo noi le porte sono chiuse per loro”. Anche la lista delle organizzazioni “terroristiche” diventava più lunga, ogni volta che il Presidente si pronunciava a proposito di questo tema, e venivano inserite le Ypg/J, PYG e la comunità di Gulen. La posizione di Erdogan nei giorni successivi diventava la voce comune del governo. Il Ministro degli Esteri, Cavusoglu, il Ministro della Giustizia, Bozdag e anche il Ministro della Difesa Nazionale, Akar, in diverse occasioni assecondavano le dichiarazioni di Erdogan.
Prima di passare alle motivazioni che stanno dietro i comportamenti di Ankara sarebbe ideale analizzare bene l’accordo di Madrid.

Ambiguità costruttiva
La prima frase dell’articolo 5 dice: “Sia la Finlandia che la Svezia confermano che il Pkk sia un’organizzazione terroristica e vietata”. Nulla di nuovo: dal 2002, per l’intera Unione Europea, ufficialmente la posizione è questa.
Lo stesso articolo continua dicendo che questi due paesi promettono d’impegnarsi per impedire ogni tipo di attività del Pkk, di altre organizzazioni “terroristiche” e dei loro sostenitori. Questa è un’affermazione che possiamo definire come “ambiguità costruttiva” come ci ha insegnato l’ex Ministro degli Esteri degli Usa, Henry Kissinger. Una dichiarazione sì ambigua ma contemporaneamente anche “soddisfacente” per l’interlocutore che sarebbe Ankara in questa circostanza.
Nell’articolo 4 vediamo un passaggio importante: “Finlandia e Svezia non sosterranno le organizzazioni Pyd/Ypg e Feto”. Qui non si legge la parola “terroristica” quindi possiamo dire che non tutte le richieste di Ankara siano state soddisfatte. Tuttavia il giorno dopo l’accordo, i mezzi di propaganda del governo hanno raccontato diversamente le cose dicendo che le Ypg/J e il Pyd erano state definite come delle organizzazioni “terroristiche”. Inoltre, per la prima volta, la comunità di Gulen (Feto) è stata definita come un “organizzazione” con la quale è meglio non avere dei legami. Infatti una delle “vittorie” del governo turco è stata questa. Il Ministro degli Esteri, Cavusoglu, il 4 di luglio, in diretta tv raccontava questa prima volta come un successo storico del governo.

Nello stesso articolo si parla della fondazione di un “meccanismo di collaborazione” che avrebbe l’obiettivo di verificare se le promesse saranno mantenute o meno. Questo punto assume un’importanza notevole, se teniamo in considerazione che per l’adesione dei paesi baltici serve l’approvazione di questa richiesta presso i parlamenti nazionali di tutti i 30 membri della Nato. Quindi se le cose non andassero come desidera Ankara, potrebbe nascere una nuova crisi tra pochi mesi. Questa crisi potrebbe essere molto probabile tenendo in considerazione che in Turchia, nel giugno 2023, si svolgeranno le elezioni nazionali con quelle presidenziali. Erodgan potrebbe usare una crisi diplomatica-politica per ricattare i suoi alleati nel periodo elettorale e portare a casa sia una vittoria concreta sia un po’ di voti dell’elettorato ultra nazionalista e fondamentalista.

Nell’articolo 7, i paesi baltici promettono che non emetteranno nessun embargo militare contro la Turchia. Quindi il parziale embargo emesso dalla Svezia nel 2019 per protestare contro l’invasione di Rojava da parte della Turchia è stato sospeso. Si tratterebbe di un’altra vittoria per la Turchia oggi e una piccola garanzia per il futuro nell’ottica di un nuovo intervento militare in Rojava già annunciato nel mese di maggio dal Presidente della Repubblica.

Infine anche nell’articolo 8 sarebbe nascosta una vittoria per Ankara, ossia il suo inserimento nel progetto internazionale di sicurezza militare, Pesco, e il sostegno dei paesi baltici in questo percorso. Nel terzo paragrafo di quest’articolo i due paesi si impegnano, nel rispetto della Convenzione europea sul rimpatrio, a ricevere e analizzare le richieste di rimpatrio emesse dalla Turchia in merito alle persone accusate di attività terroristica. Rispetto a questo punto non si può parlare di una novità e nemmeno di una promessa che vincola fortemente i due paesi baltici. Da tempo, tra Ankara e il Consiglio d’Europa e la Cedu c’è un enorme disaccordo nella definizione dell’accusa di “terrorismo” pronunciata in numerosi processi e questo punto è un’altra vittoria politica per Ankara. Qualche giorno prima dell’incontro di Madrid sulla prima pagina di alcuni giornali venivano pubblicate le liste delle persone accusate di terrorismo, che il Ministero della Giustizia voleva presentare sia alla Svezia che alla Finlandia. Quelle liste piene di nomi, cognomi e foto, secondo il Ministro della Giustizia, Bozdag, sono state mandate a Stoccolma e Helsinki il giorno dopo l’accordo di Madrid. Quindi da ora in avanti Ankara attenderà i rimpatri e avrà la possibilità di creare nuovi ostacoli all’adesione alla Nato di questi due paesi nel caso in cui non saranno consegnate le persone indicate.

Cosa vuol dire per la Turchia e per la Nato?
Ankara ha ottenuto, soprattutto a livello mediatico, e non solo, quasi tutto ciò che voleva. Le sanzioni rimosse, due nuovi alleati nella sua lotta contro il “terrorismo”, le future eventuali operazioni militari in Siria forse più tranquille e meno osservate, l’inserimento nel grande giro di affari Pesco, una nuova carta per ricattare gli alleati con l’obiettivo di ottenere qualcosa in futuro e un’ondata di propaganda mediatica.
Il Patto transatlantico prosegue con il suo piano di allargamento “a tutti i costi”. Anche se Ankara ha portato a casa un elemento che in parte consolida la figura di Erdogan, la Nato si allargherà. Forse quel “dittatore utile” non è proprio così cattivo come si pensa.

I leader dei futuri nuovi membri della Nato a proposito delle reazioni mediatiche e pubbliche che hanno ricevuto a casa hanno sottolineato alcuni punti dell’accordo che tutelano le loro posizioni e scelte storiche. Non c’è nessun punto preciso in cui si specifica che alle Ypg/J saranno tolti gli aiuti umanitari che soprattutto la Svezia indirizzava. Questo è un dettaglio importante tenendo in considerazione che nelle galere in Rojava ci sono parecchi cittadini svedesi appartenenti all’Isis e la Svezia non vuole il loro rimpatrio. Sono circa 300 e del loro caso parla in modo dettagliato e realistico la serie Netflix, Califfato. In merito ai rimpatri devono essere tenute in considerazione le convenzioni internazionali.
Infine, e soprattutto per la Finlandia ma anche per la Svezia, il risultato è un passo importante, per il momento. Le mosse di Putin hanno un significato molto diverso per le persone che vivono in quella zona rispetto a noi che viviamo nel sud dell’Europa. Particolarmente per la Finlandia il “pericolo russo”, con l’adesione del paese alla Nato, potrebbe non essere così temibile. Un tema storico molto delicato per questi due paesi che oggi sembra abbia trovato una sorta di “soluzione” nell’adesione. Ovviamente questo cambiamento storico avrà anche delle ripercussioni politiche all’interno dei parlamenti nazionali.

E i curdi?
Senz’altro con l’accordo di Madrid sia la Svezia che la Finlandia hanno concesso una serie di cose a Ankara nella sua guerra contro il Pkk ma anche contro le Ypg/J e Pyd. Inoltre, finché il parlamento turco non approverà l’adesione di questi due paesi alla Nato con la Turchia potrebbe venire fuori un ballo molto pericoloso. In quest’ottica in merito alle forze politiche o armate “curde” potremmo assistere a una serie di cambiamenti di posizione da parte dei paesi baltici.
Uno dei membri del Comitato Esecutivo del Consiglio Democratico Siriano, Hasan Mohammed, afferma di essere in contatto con la Svezia e la Finlandia per capire meglio le loro intenzioni reali. Şiyar Ali, il rappresentante dell’amministrazione autonoma della Siria nord-orientale in Svezia, afferma di essere stato rassicurato dal governo per il fatto che la posizione storica di Stoccolma non cambierà.
Dall’altra parte secondo Aldar Halil, membro del Comitato esecutivo del Movimento per la Società democratica in Rojava, l’accordo di Madrid potrebbe essere definito come un lasciapassare per un nuovo intervento militare di Ankara.

In merito all’accordo di Madrid, una serie di artisti e intellettuali di Jazira in Rojava, il 2 luglio, hanno pubblicato una lettera aperta dicendo che “la Nato vuole legittimare i crimini e l’aggressione della Turchia”. Anche dalle montagne di Zap, dal Pkk, è arrivato un breve comunicato in cui la mossa della Nato veniva definita come “un atto di ostilità contro il popolo curdo”.
Le dinamiche della guerra per procura in Siria tendono a cambiare. La Russia è sempre più debole e meno presente sul territorio. Le spese di questa lunga guerra pesano molto sulle spalle dello Stato che non riesce ormai ad affrontare la crisi economica. L’Iran deve inventarsi nuove soluzioni dato che sarà sempre più isolato in Siria. Infatti il primo luglio, il Ministro degli Esteri iraniano, Abdullahiyan era a Ankara per incontrare il suo collega. Alla fine di quest’incontro Abdullahiyan ha espresso il sostegno del suo governo a Ankara nella sua lotta per la “sicurezza nazionale” e ha proposto una serie di mosse per ripristinare i rapporti con Damasco.

In quest’ottica il regime siriano guidato da Bashar al-Assad, si trova in un momento in cui può valutare le proposte di collaborazione che arrivano da Rojava. Infatti nell’ultimo congresso del Pyd, il 20 giugno, è stata sottolineata l’importanza di una nuova Costituzione democratica per risolvere i problemi nazionali e strutturare una collaborazione strategica con Damasco per affrontare le minacce di guerra di Ankara.
Quindi “i curdi” sembra che abbiano già iniziato a studiare bene le dinamiche in evoluzione e a valutare le nuove soluzioni, soprattutto tenendo in considerazione che il sostegno dell’occidente ha una sua scadenza.

Provare a capire Ankara
In poche parole Ankara cerca di determinare l’andamento di alcune dinamiche internazionali che potrebbero cambiare il futuro del governo centrale. Inoltre vuole ottenere nuove vittorie per consolidare il potere del disegno economico e politico che in parte rappresenta Erdogan. Nel fare questo Ankara vuole ricordare al mondo che ha tuttora un capitolo aperto con i suoi vecchi alleati, oggi nemici numero uno, ossia la comunità religiosa guidata dall’ex imam Fethullah Gulen. Centinaia e migliaia dei suoi adepti sono stati licenziati, arrestati, denunciati e i loro beni sono stati confiscati dallo Stato durante lo stato d’emergenza dal 2016 al 2018 perché Ankara accusa la comunità di Gulen di essere l’esecutrice del fallito golpe del 2016. Il punto centrale di questo desiderio di Ankara è legato al fatto che Gulen sia in auto esilio da circa 20 anni in Pennsylvania negli Usa e non è stato consegnato alla Turchia nonostante numerose richieste fatte in questi anni. Inoltre migliaia di adepti di Gulen hanno trovato rifugio in diversi paesi europei (per esempio Germania, Grecia e Svizzera) in questi anni e solo pochi hanno collaborato con la Turchia per la loro estradizione (per esempio Bosnia e Kosovo). Quindi Erdogan deve portare a casa “qualche testa”, se lo aiutano i suoi alleati, per ottenere un po’ di sostegno.

Erdogan inoltre vuole ricordare al mondo che il conflitto armato in atto da 40 anni con il Partito dei Lavoratori del Kurdistan (Pkk) non è mai stato “compreso” dai suoi alleati come ha sempre desiderato lo “Stato turco”. Come risultato di una propaganda anti americana, in Turchia è molto diffusa l’idea che in primis Washington ma anche la Grecia, Germania, Francia e Italia sostengano economicamente, politicamente e militarmente quest’organizzazione. Ovviamente con la dichiarazione del Confederalismo Democratico in Rojava-Siria, nel 2014, e con il protagonismo delle unità di protezione popolari Ypg/J nella lotta contro l’Isis questa “ferita” ha avuto una nuova piaga. La rivoluzione avvenuta in Rojava senz’altro è il frutto di lavoro politico e militare del leader storico del Pkk ossia Abdullah Ocalan e di diverse forze politiche locali. Quindi già nel 2014 per Ankara era nato un nuovo “nemico” oltre il confine, ossia le Ypg/J. Il sostegno internazionale (economico, militare ma soprattutto politico) espresso verso le Ypg/J nella loro lotta contro l’Isis ha messo Ankara in una posizione molto difficile. Per uscire da questa “solitudine” Ankara non ha percorso la strada del dialogo, anzi, il governo turco ha deciso di avviare numerose operazioni militari sul territorio siriano, in coordinamento con Mosca e Tehran e in collaborazione con le bande jihadiste. Anche queste operazioni hanno attirato le reazioni negative dei suoi alleati e non solo. La crisi più grande fu con l’ex Presidente statunitense, Trump, ma anche l’embargo militare emesso dalla Svezia in quest’ottica va ricordato.

Quindi una serie di problemi interni della Turchia, non risolti in questi anni, in diverse occasioni hanno messo in “difficoltà” e “isolato” Erdogan e il suo governo. Come reazione il governo centrale ha deciso di trasformare questi problemi in scenate di vittimismo ma anche in armi di vendetta invece che lavorare per la riconciliazione e la democratizzazione del paese. Quindi, ignorando le reazioni provenienti dall’estero ma ignorando anche una serie di convenzioni internazionali, ha deciso di lanciare una vera “crociata” dentro e fuori dalla Turchia. In questa sua missione Erdogan, mediaticamente, non è stato sostenuto quasi per niente dai suoi alleati. Quindi a Madrid, l’adesione di questi due paesi baltici alla Nato è stata un’occasione di ricatto e vendetta per Ankara.

Senz’altro Ankara vuole ottenere più sostegno e acquisire più credibilità e rispetto nella politica estera dove si trova isolata. Inoltre vuole ricucire i suoi rapporti con gli Usa dato che da tempo sono in atto una serie di sanzioni economiche e militari (come le Caatsa). Ovviamente Ankara vuole approfittare dell’occasione della guerra in Ucraina per ricordare ai suoi alleati che potrebbe fare da tramite con Putin, ma anche con i paesi medio orientali, nel campo dell’energia e non solo. Oltre alla sua relazione forte con la Russia, la Turchia ha pian piano ricucito i suoi rapporti anche con gli Emirati, Israele e l’Arabia Saudita.
Tutto questo piano diventa molto importante se teniamo in considerazione che nel giugno 2023, quando la Repubblica compirà 100 anni, si svolgeranno le elezioni politiche e presidenziali in Turchia. Il Partito dello Sviluppo e della Giustizia, Akp, insieme al suo alleato al governo, il Partito del Movimento Nazionalista, Mhp, sono ai minimi storici. Dopo le elezioni amministrative perse nel 2019 e con una crisi economica senza precedenti, Erdogan rischia decisamente di andare all’opposizione. Questa eventuale sconfitta elettorale rappresenta un rischio grosso per un disegno politico ed economico criminale e fascista come quello che rappresenta e, in parte, guida Erdogan.

A tutta questa enorme “insalata” ovviamente va aggiunta la questione dei rifugiati siriani. Le condizioni abitative, sociali e lavorative dei siriani in Turchia sono precarie e la loro vita è soggetta ai continui linciaggi razzisti. C’è una diffusa xenofobia che sta entrando anche nei programmi elettorali dei partiti d’opposizione che potrebbero vincere le elezioni del 2023. Quindi il piano di rimpatriare circa 1 milione di siriani dei quasi 4 milioni presenti sul territorio verso il nord della Siria, potrebbe essere riproposto da Erdogan come una mossa elettorale. Un piano che lui stesso presentò nel vertice dell’Onu nel 2019 negli Usa ma mai assecondato dai suoi alleati. Quindi Erdogan è alla ricerca della “legittimità” per la sua futura azione militare nel nord della Siria che avrebbe quest’obiettivo. Pretende sostegno se non almeno il silenzio da parte dei suoi alleati per compiere un’azione che servirebbe a calmare le acque in Turchia e salvare le prossime elezioni.

L’ANGOLO DI MURAT CINAR

CONTRO LA GUERRA: GLI OBIETTORI DI COSCIENZA IN TURCHIA

di Murat Cinar

Tayfun Gönül, il primo obiettore di coscienza al servizio militare

“Ho paura mamma, mi sono cresciute le mani, gli stivali e le strade sono più grandi ora. Mi chiamano all’esercito, mi dicono di sdraiarmi e di alzarmi, mi dicono che può scoppiare la guerra, mi dicono di uccidere”.

Questa è la famosa canzone “Mamma” del cantautore Yasar Kurt. È un piccolo esempio per comprendere come vive un giovane maschio in Turchia. Come prevede la legge, i giovani maschi che compiono 20 anni devono presentarsi presso l’ufficio di leva più vicino. Il servizio militare è ancora obbligatorio in Turchia e il diritto all’obiezione di coscienza non è riconosciuto dalla Costituzione.

Per coloro che si oppongono a questo sistema militarista e nazionalista è prevista una vita molto complicata. La legge prevede che i militari si occupino dei latitanti, prendano con la forza i cittadini che si oppongono al servizio militare e li portino all’ufficio più vicino oppure in una caserma militare. Se da parte dell’obiettore la resistenza continua non è raro il maltrattamento all’interno della caserma. Successivamente all’obiettore spetta un percorso legale che prevede la detenzione e anche una multa salata. Finché il cittadino non riesce a dimostrare che per via di impegni straordinari previsti dalla legge (salute, carriera accademica o lavoro all’estero) non può svolgere il servizio militare deve assolutamente aderire all’esercito. Nel caso in cui il cittadino non avesse l’intenzione o la possibilità di presentare una scusa e se avesse l’obiettivo di dichiarare la sua obiezione di coscienza gli spetta una vita di morte civile. Un futuro da invisibile che vede la negazione di una serie di diritti civili fondamentali.

In un paese come la Turchia dove l’istruzione, i media, la vita quotidiana in tutti i sensi e anche le parole d’ordine e i programmi elettorali di quasi tutti i partiti parlano di quanto sia bello morire per la patria, di quanto sia importante difendere i confini nazionali, di quanto importante sia lottare contro il terrorismo e di quanto sia stato utile versare il sangue per fondare la Repubblica, ovviamente è difficile ma anche altrettanto importante opporsi alle politiche di guerra, alla cultura militarista quindi al servizio militare. Infatti la Turchia insieme alla Bielorussia e all’Azerbaigian sono gli unici paesi, tra i 47 che fanno parte del Consiglio d’Europa, che non riconoscono il diritto all’obiezione di coscienza.

Il movimento contro la guerra diventa un movimento di obiettori di coscienza in Turchia verso la fine degli anni 80. I primi obiettori che hanno dichiarato la loro obiezione pubblicamente sono Tayfun Gönül e Vedat Zencir. Questi due giovani hanno dovuto fare i conti con la giustizia, con il maltrattamento delle guardie, con l’emarginazione e l’esclusione sociale, con una vita passata tra le aule del tribunale, la casa e l’ufficio di leva. Sia loro sia i successivi obiettori di coscienza hanno conosciuto le mura fredde del carcere, alcuni ci sono rimasti per due o tre mesi, altri per più di tre anni. I primi obiettori di coscienza, trovando spazio nei media mainstream, in quegli anni sono riusciti per la prima volta a rendere pubblica la loro posizione politica, e come conseguenza quei giornalisti che hanno cercato di attirare attenzione su questo diritto non riconosciuto dalla Costituzione in Turchia sono stati denunciati, processati e successivamente condannati.

Proprio in quel periodo nasce la Savaş Karşıtları Derneği (Associazione contro la guerra) che si trasforma nella Vicdani Red Dernegi (Associazione degli obiettori di coscienza). Secondo l’associazione, l’obiettore di coscienza è colui che si rifiuta di partecipare all’esercito per via della sua religione, delle sue idee politiche o della sua posizione etica/morale. Dunque l’associazione definisce l’obiezione di coscienza come un atto di disobbedienza. Anche se la costituzione turca riconosce il diritto alla libertà di culto e alla libertà di coscienza, il diritto all’obiezione di coscienza militare non è riconosciuto. Nonostante il fatto che la Turchia abbia firmato la Carta europea dei diritti dell’uomo, dove sarebbe riconosciuto il diritto all’obiezione di coscienza, la posizione di Ankara non viene né penalizzata dalla CEDU, né resa pubblica nelle occasioni e nelle sedi opportune dagli alleati di Ankara.

Dalla fondazione dell’Associazione, in Turchia il 15 maggio di ogni anno viene celebrata clandestinamente la giornata degli obiettori di coscienza. In diverse città come Istanbul, Ankara, Izmir e Antalya vengono organizzati dei presidi che si concludono con l’intervento della polizia. Nel 2001 per la prima volta in Turchia durante lo svolgimento del servizio militare, presso una caserma, il cittadino Mehmet Bal dichiara la sua obiezione di coscienza. Sempre nel 2001 il cittadino Mehmet Tarhan decide di dichiarare la sua obiezione di coscienza prima di tutto per via della sua posizione contro la partecipazione militare della Turchia nella guerra in Afghanistan. Successivamente, l’orientamento sessuale di Tarhan diventerà un elemento importante per la sua obiezione di coscienza. Con questi casi e gli altri analoghi all’inizio degli anni 2000 il movimento degli obiettori di coscienza si arricchisce sempre di più con la partecipazione di coloro che si oppongono alle politiche di guerra e alle politiche omotransfobiche istituzionali in Turchia. Infine nel 2007 il cittadino Enver Aydemir dichiara la sua obiezione di coscienza definendo il servizio militare obbligatorio come una proposta contro i principi dell’Islam quindi Enver diventa il primo obiettore di coscienza della Turchia per via della sua religione musulmana.

In Turchia gli obiettori di coscienza devono fare i conti con una serie di problemi, complicazioni, percorsi legali, maltrattamenti. I percorsi legali vengono seguiti spesso e volentieri dai tribunali militari. Inoltre gli obiettori di coscienza vengono processati secondo il codice penale con l’accusa di fare propaganda contro il servizio militare obbligatorio, articolo 318. Quest’ultimo incubo ha colpito anche alcuni personaggi mediatici e pubblici importanti che anche in un modo indiretto e velato si sono dichiarati contro l’obbligo di svolgere il servizio militare in Turchia.

Secondo l’ultimo report preparato dall’Associazione nel 2021 in Turchia ci sono 85 cittadini obiettori di coscienza che devono fare i conti con multe salate, il rischio di finire in carcere e con una vita di morte civile. Tuttavia è importante sottolineare il numero elevato di quei cittadini che pur non dichiarando la loro obiezione di coscienza cercano di evitare il servizio militare obbligatorio. Nel 2019 in base ad un’inchiesta parlamentare il Ministro della Difesa nazionale, Hulusi Akar, dichiarò che in Turchia c’erano più di 370.000 persone che non si sono presentate in tempo presso gli uffici per il servizio militare per svolgere la leva, e non hanno nemmeno dichiarato una scusa per rimandare. Quindi queste persone possono essere definite come latitanti. Quest’ultima non è una notizia nuova per la Turchia, infatti sia per recuperare la forza umana nell’esercito, sia per trasformarla in un’energia economica, i governi precedenti e anche quello attuale, diverse volte si sono rivolti alla soluzione del condono. Ovvero coloro che rientrano in alcuni criteri possono pagare una cifra abbastanza elevata per non svolgere il servizio militare oppure per aver la possibilità di fare il servizio breve. Questa opzione, dato che è una sorta di sanatoria, prima di tutto è soggetta alla propaganda elettorale come promessa da realizzare nel caso di una vittoria elettorale, e ovviamente è un’opzione riservata a coloro che hanno soldi. Dunque, in Turchia, svolgere il servizio militare obbligatorio è un’opzione inevitabile prima di tutto per i poveri.

Oggi, l’Associazione degli obiettori di coscienza porta avanti la sua attività informando la popolazione in merito a questo diritto non riconosciuto, inoltre porta avanti a livello nazionale ed internazionale i percorsi legali per la difesa del diritto all’obiezione di coscienza. Oltre a creare una rete nazionale e internazionale tra gli obiettori di coscienza, l’Associazione porta avanti anche un grosso lavoro di formazione e aggiornamento in merito ai cambiamenti legislativi locali e internazionali. Infine, l’Associazione degli obiettori di coscienza in Turchia, in collaborazione con le associazioni sorelle presenti all’estero, realizza manifestazioni, presidi e conferenze dal vivo oppure online, con il fine di organizzare e arricchire una cultura contro la guerra. L’esempio più evidente di quest’ultimo impegno si è manifestato nel conflitto azero-armeno, nel conflitto siriano e infine nella guerra in atto tra l’Ucraina e la Russia. L’Associazione turca ha divulgato e diffuso i comunicati stampa, le notizie, gli articoli e le dichiarazioni video degli obiettori di coscienza presenti in questi paesi.

Murat Cinar

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L’INCREDIBILE ACCANIMENTO DELLA MAGISTRATURA TURCA VERSO PINAR SELEK

PINAR SELEK

L’incubo giuridico di Pinar Selek che ebbe inizio nel 1998 è ancora in corso, purtroppo. Dopo quattro assoluzioni, oggi l’Assemblea Generale Penale della Corte Suprema in Turchia vuole riaprire il suo caso. Selek vive in esilio da circa nove anni e questa storia kafkiana non la lascia vivere in pace.

Tutto iniziò l’11 luglio del 1998, quando Selek fu presa in detenzione provvisoria e portata in un commissariato di polizia per via delle interviste che faceva per le sue ricerche scientifiche. Gli intervistati erano coinvolti nella guerriglia tra PKK e lo Stato turco. Negli interrogatori decise di tenere riservati i nomi dei suoi interlocutori. Questa decisione non fu accolta positivamente e Selek venne torturata durante la detenzione.

Qualche giorno dopo la polizia dichiarò di aver trovato materiale esplosivo nello studio in cui Selek svolgeva dei laboratori con i ragazzi di strada. Successivamente fu scoperto che il materiale citato fu portato dalla stessa polizia nel suo studio 22 ore prima della “scoperta”.

Inoltre, due giorni prima della prima detenzione, ossia il 9 di luglio del 1998, avvenne una grande esplosione in uno degli ingressi del Mercato delle Spezie di Istanbul. L’esplosione causò, purtroppo, la morte di sette persone e 127 altri cittadini rimasero feriti. Nel corso delle prime indagini il procuratore identificò Selek come la responsabile dell’esplosione e nelle carte investigative il drammatico evento venne registrato come “attentato”. In quel periodo Selek era trattenuta nel carcere di Umraniye e nei suoi confronti era già aperto un processo con l’accusa di “appartenere a un’organizzazione terroristica”. A Selek venne impedito il diritto di avere un avvocato e non le venne rivolta nessuna domanda in merito all’esplosione di Istanbul durante il processo.

Da questo momento in avanti la magistratura si servì di due elementi per chiedere l’ergastolo a condizioni aggravate per Selek e per trattenerla in carcere. Il primo fu “la presenza di materiale esplosivo trovato nell’esplosione del Mercato delle Spezie”. Quindi i giudici insistettero che non si trattasse di un’esplosione ma di un attentato organizzato da Selek. Questo primo elemento fu smentito da tre diverse relazioni preparate da tre diversi esperti nominati dallo stesso collegio di giudici, relazioni che tuttavia non ebbero nessun valore per quegli stessi giudici. Il secondo elemento invece fu la dichiarazione di un altro imputato, Abdülmecit Öztürk, che disse di essere sicuro che fosse stata Selek a mettere “la bomba” davanti al Mercato delle Spezie.

Successivamente Öztürk dichiarò di essere stato torturato durante il suo interrogatorio e di aver pronunciato quelle parole sotto minaccia. Inoltre Öztürk affermò di non conoscere assolutamente Selek, e alla fine nel 2006 fu assolto.

I dettagli assurdi del processo a Selek sono parecchi. Ci sono altri casi di dichiarazioni false o mai esistite. Un processo che è durato quasi 15 anni e in questo periodo diverse volte Selek è stata arrestata e torturata. In totale per ben quattro volte è stata assolta e quando fu condannata non tutti i giudici presenti nel collegio votarono a favore della condanna. Di fatti il processo fu una sorta di partita di ping pong tra vari tribunali penali di Istanbul e la Cassazione.

Il caso della Selek rappresenta quasi perfettamente come si sia ridotto il sistema giuridico in Turchia e quanto sia diffusa la possibilità di creare processi politici. Alcuni altri casi esemplari sono i processi del gruppo musicale Grup Yorum, dell’ex parlamentare Selahattin Demirtas, del filantropo Osman Kavala, del poeta Ilhan Comak e dei giornalisti Nedim Türfent e Deniz Yucel.

Selek senz’altro fu presa di mira per le ricerche sociologiche che faceva ma anche per la resistenza che ha dimostrato. Ovviamente la grande rete di solidarietà, soprattutto femminile, nata attorno a lei fu un elemento molto positivo ma contemporaneamente creò anche una forte pressione sulla magistratura che in nessun modo voleva “perdere”. Infatti nonostante varie prove scientifiche, percorsi giuridici e la totale mancanza di prove, la magistratura tuttora è convinta che Pinar Selek sia una “terrorista” e sia stata lei a mettere la bomba nell’attentato del Mercato delle Spezie di Istanbul nel 1998.

Lo scorso 21 giugno l’Assemblea Generale Penale della Corte Suprema ha deciso di riaprire il suo caso anche se nel 2014 la Camera numero 9 della stessa Cassazione aveva deciso di annullare la condanna all’ergastolo della Selek e aveva deciso di assolverla. Adesso si attende che le carte arrivino al Tribunale Penale numero 15 di Istanbul, e si ripartirà da capo sia per Selek, che per Abdülmecit Öztürk.

Nel mentre Selek si è pronunciata in merito a questa novità, tramite una lettera indirizzata alla redazione in lingua turca dell’emittente britannico, BBC. Le sue parole sono state:

“Questa decisione non ha nulla a che fare con la legge. Poiché la decisione motivata non è stata ancora emessa, non posso commentare ulteriormente. Lotterò fino alla fine contro questa ingiustizia”.

Murat Cinar

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TURCHIA: GLI ACCADEMICI CHE DIFFONDONO LA CULTURA DELLA PACE

di Murat Cinar

Serdar Degirmencioglu
Serdar Degirmencioglu

L’iniziativa “Accademici per la pace” è una realtà che esiste dal 2012 ed è composta da migliaia di persone impiegate nel mondo universitario in Turchia. Il loro principale obiettivo è quello di costruire le basi di una società pacifica e contribuire alla risoluzione dei conflitti presenti in Turchia.

Sul sito ufficiale dell’iniziativa leggiamo questa breve dichiarazione che riassume perfettamente gli obiettivi e le metodologie di questo gruppo: “Lavorare per un processo di pace in Turchia e di contribuire ad esso producendo conoscenze e informazioni su argomenti come processi di pace e conflitti, pratiche di pacificazione, ruolo delle donne nel processo di pace, educazione nelle lingue native e distruzione dell’ambiente attraverso la guerra”. Si tratta di un’ambiziosa iniziativa che nel mese di novembre del 2012 ha deciso di compiere la prima azione dando voce alla richiesta di “pace” di numerosi prigionieri curdi presenti in diversi centri penitenziari in Turchia. La loro richiesta, in quei giorni, si trasformava in uno sciopero della fame diffuso. 264 professori e professoresse di 50 diverse università hanno firmato una petizione per attirare l’attenzione dell’opinione pubblica su questo momento storico.

In quel periodo lo Stato e l’organizzazione armata PKK avevano appena iniziato, dietro le quinte, a svolgere degli incontri con l’intento di trovare una valida soluzione alla “questione curda”. In Turchia, anche se non si tratta di numeri certi, vivono circa 20 milioni di persone che si definiscono “curdi”, tuttavia queste persone sono quasi del tutto invisibili. Il diritto all’istruzione in lingua madre non è riconosciuto dalla Costituzione, nel Parlamento nazionale la lingua curda non trova spazio nei registri quindi un intervento fatto nella lingua curda passa come “un intervento fatto in una lingua non identificabile”, le anagrafi si rifiutano di registrare i nomi curdi dei neonati, spesso la propaganda in lingua curda nel periodo elettorale non è permessa oppure viene ostacolata, e infine né le leggi né la Costituzione riconoscono l’esistenza delle persone “non turche” residenti e presenti in Turchia. Quindi esiste, non solo per i curdi, un enorme vuoto legislativo, pratico e culturale di riconoscimenti e tutele. Il Partito dei Lavoratori del Kurdistan, PKK, nasce nel 1978 con l’obiettivo di “lottare contro queste politiche di assimilazione” e lo fa con le armi. Una formazione armata riconosciuta come “organizzazione terroristica” dallo Stato turco e dai suoi numerosi alleati internazionali.

Purtroppo quel momento storico ha avuto una durata breve e sono stati ottenuti pochi risultati positivi. I tentativi di dialogo tra una piccola commissione parlamentare e il leader del PKK, Abdullah Ocalan, condannato all’ergastolo e in isolamento presso l’isola di Imrali, sono stati interrotti nell’estate del 2015. Le motivazioni di questa rottura sono numerose, d’altra parte si trattò di un momento importante per l’iniziativa degli “Accademici per la Pace”. Partendo dal mese di luglio del 2015 gli scontri tra le forze armate della Repubblica di Turchia e le milizie, dirette o indirette, del PKK sono ripresi e numerose località sono state distrutte con migliaia di persone sfollate.

Nel mese di gennaio del 2016, più di due mila accademici hanno firmato una lettera che invitava tutte le parti a cessare il fuoco e tornare al tavolo delle trattative. L’appello si chiama “Non faremo parte di questo crimine”.

Da quel giorno la petizione “Non faremo parte di questo crimine” è stata presentata attraverso una conferenza stampa, ed i firmatari, il cui numero all’epoca superava già i 2000, hanno subito molti attacchi. Centinaia di loro sono stati licenziati, i loro passaporti sono stati annullati e confiscati, è stato impedito loro di trovare lavoro, molti sono stati minacciati fisicamente e verbalmente, altri sono stati presi in custodia cautelare, quattro di loro che hanno letto un comunicato stampa che condannava queste violazioni sono stati arrestati, a centinaia di questi firmatari è stato negato il diritto al lavoro nel settore pubblico attraverso decreti governativi e, infine, tutti si trovano attualmente con un processo giuridico in corso. In breve, i firmatari si trovano in a una situazione di “morte civile” grazie al governo, la commissione per l’istruzione superiore e le direzioni universitarie, esattamente come hanno suggerito di fare i giornalisti schierati con il Partito della Giustizia e dello Sviluppo, AKP, che strozza la Turchia da più di 20 anni.

Serdar Degirmencioglu è uno di questi firmatari. Dopo aver perso il suo lavoro da Presidente di dipartimento presso l’università privata di Dogus a Istanbul, ha deciso di lasciare la Turchia. Il processo in cui era coinvolto per lui rappresentava il rischio di essere arrestato e vivere in “morte civile” in Turchia. Dopo lungo vagabondare si è stabilito ad Atene, dove vive tuttora con la sua compagna, entrambi da rifugiati politici.

“Le università sono state sempre luoghi di libertà dove è stato possibile allargare l’orizzonte della società. Le università non sono alla ricerca di ciò che c’è ma ciò che non c’è. Qui si discute e si parla di temi radicali e sperimentali. Insomma, l’esatto opposto della religione. Quindi i regimi neoliberali attualmente al potere cercano di distruggere, oppure trasformare, le università”, Serdar descrive così l’importanza dell’università, in una società.

Secondo Serdar la petizione che hanno lanciato è stata usata come mezzo da parte del governo centrale per creare un’ondata di repressione così capillare che tutti i decani delle università sono stati obbligati a dimettersi. In totale 1577 decani hanno presentato le dimissioni perché il Consiglio per l’educazione superiore (YOK, agenzia governativa) l’aveva ordinato.

“Dunque silenziare o anestetizzare le università ha l’obiettivo di trasformarle in aziende, in luoghi di produzione di obbedienti. I regimi non vogliono che le università creino dei punti interrogativi nelle teste delle persone”. Serdar lavora nel campo della psicologia e si occupa di come la cultura di una nazione viene resa militarista. Racconta numerosi casi di militarizzazione della società presso il quotidiano nazionale Evrensel da più di 20 anni. Nel 2021 ha scritto una serie di articoli per l’agenzia di stampa internazionale Pressenza, analizzando come le università statali e private in Turchia siano diventate megafoni di propaganda militarista.

“In alcuni casi in modo evidente e visibile le università sostengono le operazioni militari del governo centrale. Negli ultimi anni i siti web di parecchie università, gli account Twitter dei rettori e i canali YouTube delle facoltà hanno lavorato per elogiare le operazioni militari in Siria. In altri casi invece la libertà accademica è stata limitata utilizzando il capitale d’investimento dei privati e i fondi statali come ricatto. Numerosi accademici, quindi, o hanno deciso di far parte del gioco, oppure si sono messi in secondo piano e hanno deciso di preferire il silenzio”.

Appunto in questo momento storico l’iniziativa degli “Accademici per la pace” diventa un’azione libera e critica che cerca di diffondere la cultura della pace, lavorare per risolvere i conflitti armati e scardinare la cultura militarista che si diffonde sempre di più e crea notevoli danni culturali, economici e psicologici nell’intera società.

“Questo clima di paura che il governo centrale cerca di diffondere in Turchia c’è in parte anche in Europa, con diverse sfumature, ma c’è. Le università sono sempre più staccate dal resto della società e gli accademici si perdono tra un articolo accademico e la ricerca di nuovi fondi. Noi, professori in esilio, dovremmo continuare a criticare la società, anche quella che ci ha accolto. Bisogna parlare sempre di più e in un modo diffuso della libertà accademica, ovunque, perché le università sono la garanzia della democrazia in un paese”.

Murat Cinar

IN TURCHIA LE PERSONE TRANS FANNO RETE CONTRO SOPRUSI E VIOLENZE

di Murat Cinar

L’associazione di solidarietà lgbtq+ Pembe Hayat è stata la prima organizzazione in Turchia a battersi per i diritti delle persone trans. Fondata il 30 giugno 2006 ad Ankara, l’associazione prende il nome dal film del 1997 “Ma vie en rose”, diretto da Alain Berliner, che racconta la storia di una ragazza nata in un corpo maschile.

Oggi Pembe Hayat progetta e fornisce servizi di supporto a persone trans vittima di discriminazione, crimini d’odio, violenza ed esclusione sociale contro le persone trans e porta avanti le sue attività di advocacy in ambito nazionale e internazionale.

Buse Kilickaya, la fondatrice dell’associazione, racconta così il periodo storico in cui è stata fondata l’organizzazione: “Ero un’attivista, come tante altre persone trans lavoratici del sesso, presso la storica associazione di Ankara, KaosGL. Dopo anni di esperienza abbiamo deciso di fondare una nostra associazione sia perché nel mondo omosessuale non eravamo ben accettate sia perché era necessario che fossero le persone trans a lottare per i loro diritti sotto un’organizzazione fondata da loro stesse”.

In quegli anni a Ankara nascevano le prime bande criminali, come Balyoz, che cercavano di controllare il mercato del lavoro del sesso. Queste bande, in particolare nel quartiere di Eryaman, agivano con violenza in collaborazione con diverse formazioni politiche e la polizia locale. Buse sottolinea che la lotta che hanno messo in piedi per rivendicare il loro diritto alla vita è stata la scintilla per fondare la Pembe Hayat.

“Dopo la nascita della nostra associazione il movimento per la rivendicazione dei diritti delle persone trans in Turchia si è rafforzato. Era un movimento già esistente ma in diverse città grazie a noi questo movimento ha trovato ulteriore coraggio e sono nate nuove associazioni piccole e grandi”.

Buse specifica che la Pembe Hayat, sin dalla sua nascita, non ha mai pensato di essere una realtà di “categoria”, infatti ha seguito i processi di diversi casi di femminicidio, ha realizzato varie manifestazioni di protesta per la rivendicazione dei diritti delle persone gay e lesbiche e contro il razzismo diffuso nei confronti di coloro che non sono “turchi” come gli armeni, i curdi e i rifugiati.

“Con il passare del tempo la nostra associazione era diventata sempre più grande e ad un certo punto abbiamo attirato l’attenzione dello Stato. Abbiamo subìto una pressione mediatica e politica che ha generato un processo per la chiusura della nostra associazione. Penso che sia un riconoscimento anche questo, perché così avevamo dato una visibilità dignitosa alle persone trans in Turchia”.

Secondo la relazione annuale Rainbow Index, dell’associazione ombrello Ilga Europe, nel 2020 la Turchia era il secondo paese europeo meno vivibile per le persone lgbtq+. E, secondo il lavoro di monitoraggio che porta avanti la Transgender Europe dal 2008, la Turchia è in cima alla classifica europea per il numero delle persone trans assassinate: più di 55 in 14 anni.

Il fatto che le storiche marce come Gay Pride e Trans Pride di Istanbul siano vietate dal 2013 e ogni tentativo di ripristinarle riceva la violenta risposta della polizia aiuta un po’ a capire la situazione. A questa condizione bisogna anche aggiungere il fatto che in numerose città, compresa la capitale Ankara, sono state impedite tutte le attività delle associazioni lgbtq+ per almeno due anni, sia durante lo stato d’emergenza che dopo, dal 2016 al 2019. Tutto questo viene accompagnato dalla sistematica campagna di linciaggio mediatico portato avanti dai principali media main stream fondamentalisti, da numerose comunità religiose e da vari esponenti del governo sia centrale che locale.

Buse cita alcuni importanti lavori che hanno realizzato in questi anni nell’ambito della lotta per i diritti umani: “Offriamo in continuazione un importante sostegno legale a tutte le persone trans vittime di discriminazione e violenza. Abbiamo una campagna di raccolta vestiti, trucchi e ormoni per le persone detenute trans e un’iniziativa dedicata a Dilek Ince, una donna trans assassinata nel 2008 dalle bande criminali nel quartiere di Ankara Eryaman. Collaboriamo con numerose associazioni, sindacati e partiti politici sia a livello politico sia fornendogli dei corsi di formazione. Infine rispondiamo alla discriminazione con le produzioni artistiche. La dimostrazione più grande di questa visione è il KuirFest che è il primo festival cinematografico di cultura queer realizzato in Turchia da un’associazione trans”.

Tra le vittorie di Pembe Hayat dobbiamo inserire il duro lavoro che hanno portato avanti dal 2006 nel maxi processo, ancora in corso, sulle bande criminali di Eryaman. Grazie al lavoro capillare dell’associazione, per la prima volta in Turchia un giudice ha riconosciuto che anche le persone trans possono essere vittime di crimini d’odio. Un risultato che farà da esempio per i futuri casi.

Pembe Hayat oggi continua con le sue attività di advocacy sia in parlamento che a livello internazionale per l’inclusione dell’identità di genere e per lottare contro il linguaggio dell’odio sull’orientamento sessuale. Inoltre l’associazione fornisce servizi di consulenza gratuita sui diritti, sull’istruzione, sulla salute e sui processi di transizione per le persone trans in diverse parti della Turchia. Pembe Hayat organizza il “Trans Camp” dove le persone trans dalla Turchia si riuniscono per parlare dei loro problemi e cercare soluzioni.

Murat Cinar

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Turchia, l’attivista Kavala resta in carcere

Con l’accusa di avere avuto un ruolo nel tentato golpe del 2016

 © ANSA

ISTANBUL, 21 FEB – I giudici della 13/esima sezione penale del tribunale di Istanbul hanno deciso che l’attivista per i diritti umani Osman Kavala resterà in carcere fino alla prossima udienza che è stata fissata per il 21 marzo.

Kavala si trova in prigione da oltre 4 anni con l’accusa di avere avuto un ruolo nel tentato golpe del 2016.    Ankara non ha mai liberato l’attivista nonostante la sua scarcerazione sia stata chiesta dalla Corte europea dei diritti dell’uomo a dicembre 2019. A causa della mancata scarcerazione, il Consiglio d’Europa ha aperto a inizio mese una procedura di infrazione contro la Turchia. (ANSA)

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L’ANGOLO DI MURAT CINAR

Su Il Manifesto articolo di Murat Cinar sulle storie di persone colpite dai decreti di legge emessi durante lo stato d’emergenza in Turchia, private dai loro diritti, emarginate e spinte verso la morte civile. Oggi cosa fanno e che vita conducono? Chi, come resiste e cosa ha ottenuto?

Ai margini della Turchia

Medio Oriente. Dal fallito golpe del 2016 oltre 125mila militari, accademici, dipendenti pubblici sono stati arrestati o licenziati. Con lo stato d’emergenza Erdogan ha fatto piazza pulita del dissenso: decine di migliaia di persone espulse dal mercato del lavoro, aggredite da linciaggi mediatici e politici ed escluse dalla società

Febbraio 2017, agenti anti-sommossa turchi fermano la protesta all’Università di Ankara contro il licenziamento di 330 professori
 Febbraio 2017, agenti anti-sommossa turchi fermano la protesta all’Università di Ankara contro il licenziamento di 330 professori © Ap

Murat Cinar

Durante lo stato d’emergenza, dal 2016 al 2018, in Turchia sono state sospese, licenziate, denunciate e arrestate più di 125mila persone. Mentre qualcuno è riuscito a tornare a condurre la vita di prima, per, la maggior parte iniziava una nuova vita da morte civile.

CROCIATA NEL MONDO ACCADEMICO. Come disse in diretta tv già nel mese di febbraio del 2016 Cem Küçük, giornalista/propagandista del governo centrale: «Non c’è bisogno di rivolgersi alla giustizia, dobbiamo attivare quei meccanismi che portano queste persone alla morte civile».

Nella sua dichiarazione Küçük si riferiva a quei 2.212 accademici universitari firmatari dell’«appello per la pace», diffuso a gennaio del 2016 in cui invitavano lo Stato turco e le forze armate del Pkk a fermare gli scontri in atto da circa sei mesi e a riaprire il canale del dialogo. Da quel momento fino ad oggi una buona parte degli «accademici per la pace» vive in quello stato da morte civile che gli aveva augurato Küçük.

Cansu Akbas Demirel è una dei firmatari dell’appello: «Siamo stati definiti come dei traditori della patria, abbiamo subito diversi attacchi verbali e fisici da alcuni colleghi e studenti. Siamo stati licenziati». Anche Asli Davas è una dei firmatari e descrive così la situazione in cui si trova: «Restare senza lavoro comporta un danno economico e l’esclusione sociale è una situazione terribile. Siamo stati definiti terroristi e siamo diventati bersagli grazie al linciaggio mediatico e politico che abbiamo subito».

Feride Aksu Tanik, un’altra firmataria: «Ci hanno impedito di lasciare il Paese. Siamo stati espulsi da diversi comitati accademici e dalle commissioni di ricerca internazionale. In più siamo stati privati dell’accesso a fondi e bandi».

A tutto questo va aggiunta l’esclusione totale dal sistema della provvidenza sociale, la fedina penale sporca (anche se non condannati in via definitiva), l’impossibilità a ottenere un impiego pubblico e, come unica soluzione, un lavoro senza nessun tipo di contratto e assicurazione. Secondo una relazione preparata dalla Fondazione per i Diritti umani di Turchia (Thiv), un «accademico per la pace» su tre si trova in depressione e coloro che sono tornati a lavorare hanno subito mobbing ed esclusione anche nel mondo accademico.

Forse Mehmet Fatih Tras è l’esempio più estremo di ciò che affrontano queste persone. Dopo l’espulsione dall’Università di Cukurova, per la firma messa a quell’appello, per un lungo periodo è rimasto senza lavoro ed è entrato in una depressione che l’ha portato, nel febbraio 2017, a soli 34 anni al suicidio.

EX ALLEATI, NUOVI NEMICI. La repressione avviata prima del fallito golpe del 2016 ha trovato una base legale grazie allo stato d’emergenza. Le misure radicali sono state giustificate per motivi di «sicurezza nazionale». Ovviamente a finire nel mirino c’era anche la comunità religiosa guidata da Fethullah Gulen, imam e predicatore anticomunista nonché ex alleato del Partito dello Sviluppo e della Giustizia (l’Akp del presidente Erdogan) che strozza la Turchia da ormai quasi 20 anni.

Il fallito golpe del 2016, secondo il governo centrale, era opera di Gulen e dei suoi fedeli presenti in diversi apparati del sistema burocratico, come l’esercito. Inoltre secondo l’Akp, Gulen si era mosso in collaborazione con diversi attori stranieri e locali, come gli Stati uniti e gli Emirati.

La situazione senz’altro è stata frutto di una resa dei conti tra Gulen e Akp, i due attori di un progetto fascista e mafioso in corso da parecchi anni. In ogni caso, lo stato d’emergenza dichiarato dopo il fallito golpe è stato una grande occasione per il governo per far fuori numerosi membri della comunità di Gulen. Ma ad essere colpite sono state numerose persone che non c’entravano con questa faida interna.

«Non ci arrenderemo», corteo a Istanbul contro l’arresto di accademici e giornalisti (Ap/Halit Onur Sandal)

Più di 20mila membri dell’esercito e più di 16mila studenti delle scuole militari sono stati sospesi e/o arrestati. Ragazzi minorenni, in diversi casi trascinati fuori nella notte del 15 luglio con svariati raggiri, da quasi sei anni conducono una vita molto difficile. 355 di questi sono tuttora in carcere, anche se in vari casi i giudici hanno confermato la mancanza di relazione tra questi e la comunità di Gulen. Umit Can Ozorman è uno dei giovani colpiti dai decreti di legge (Khk) emessi durante lo stato d’emergenza direttamente dal Presidente della Repubblica.

«Abbiamo una macchia su di noi, nessuno ci dà lavoro, ci sono ancora diverse inchieste di sicurezza contro di noi. Io pretendo un risarcimento dei danni e rivoglio la mia vita». Ozorman è anche l’autore del libro Soffro di sclerosi multipla, signore, in cui racconta ciò che ha vissuto e la malattia che l’ha colpito dopo quello che gli è capitato. «Sono ormai invalido al 48%. In questo libro cerco di spiegare la situazione in cui ci troviamo noi, ex studenti dei licei militari».

Ozorman la sera del golpe è rimasto nel dormitorio del liceo militare e dice di non aver mai fatto parte né della comunità di Gulen né di altre: «Sono alla ricerca della giustizia e di una vita normale, come quella di prima. Lotto anche perché regni la meritocrazia in questo Paese».

KHK, UN’ ARMA ANCHE CONTRO LA SINISTRA. Con i decreti legge, il governo centrale è riuscito a zittire anche le voci dell’opposizione di sinistra. Un esempio: 1.602 insegnanti appartenenti al sindacato Egitim-Sen sono stati sospesi e licenziati. In totale, durante lo stato d’emergenza, sono stati chiusi definitivamente 19 sindacati.

Per protestare contro questa ondata di repressione, in Piazza Yuksel a Ankara da circa cinque anni diverse persone scendono in strada. La risposta della polizia è sempre la stessa: portare in commissariato i manifestanti e rilasciarli lo stesso giorno oppure il giorno dopo. Le proteste vengono spesso accerchiate da transenne alte per impedire la partecipazione dei passanti. Azioni di questo genere si sono diffuse in diverse città e sotto diverse forme in questi anni.

Turkan Albayrak è una di queste persone, lavoratrice nel settore della sanità e sindacalista. Il 15 luglio del 2018 ha scoperto di essere una delle vittime dei Khk, così ha perso il suo lavoro. Ha quasi immediatamente deciso di fare un presidio permanente dentro il parco cittadino Ogretmenler, nel Comune di Sariyer a Istanbul, località in cui lavorava. Albayrak per 22 mesi ha resistito con 200 proteste, finendo in detenzione provvisoria 102 volte.

Dopo questa lunga lotta ha ottenuto l’annullamento della sua sospensione e tre anni dopo, il 28 dicembre del 2021, la Corte costituzionale ha risposto al suo ricorso definendo ciò che ha subito come un «tentativo per impedire la libertà di espressione» e condannato il ministero della Giustizia a pagarle 8mila lire turche di risarcimento danni (516 euro).

Osman Zabun, presidente provinciale dell’Akp per la città d’Isparta, a ottobre 2016, in diretta tv pronunciò queste parole, in merito alle persone colpite dai decreti emessi durante lo stato d’emergenza: «Questo paese non ha nulla da offrire loro, possono andarsene oppure mangiare le radici degli alberi per sopravvivere». Le parole di Zabun rappresentano la situazione in cui si trovano migliaia di persone oggi in Turchia, private di una serie di diritti, emarginate, rese povere, depresse, invisibili e spinte verso la morte civile.

Che ci fa la Turchia in Ucraina?

di Murat Cinar

milizie ucraine

Il presidente della repubblica di Turchia, Recep Tayyip Erdoğan, ha incontrato il presidente dell’Ucraina, Volodymyr Zelensky, il 3 febbraio, ufficialmente con l’intento di svolgere il ruolo di mediatore nella crisi in corso tra Kiev, Mosca e Nato.

L’apparente confusione frenetica dei movimenti strategici di ogni protagonista – le 5 ore di incontro tra Putin e Macron, il contemporaneo volo di Scholz da Biden; le agenzie e gli allarmi che fanno gioco alla pressione della Nato sui confini russi, che spingono Putin a partecipare alle cerimonie olimpiche di Xi Jinping; la Nato è la pietra dello scandalo, e un suo membro scandalosamente energivoro, che ormai da alcuni anni gioca da fuori, s’insinua in ogni conflitto per vendere i suoi micidiali ordigni senza pilota, o per appropriarsi di energia – di cui è ghiotto. La Turchia, in crisi economica e con inflazione a due cifre abbondanti, è protagonista a tutto campo e quindi anche nello scacchiere più esplorato dall’inizio del 2022 troviamo l’attivismo di Erdoğan e dei suoi droni. Perché? Murat Cinar s’ingegna a spiegarcelo e per farlo ha bisogno di mantenere l’aspetto economico scevro dalla fuffa di pseudolegami tra Ucraina e Turchia: crisi, bilancia commerciale, traffici di armi, droga e gas… la capacità di trasformare le crisi in opportunità.


Perché Ankara?

Il governo turco ha preso posizione schierandosi dalla parte di quello ucraino quasi sin dall’inizio del conflitto, 2004, soprattutto sostenendo i tentativi di autonomia della popolazione tatara che si trova in Crimea e dopo dieci anni di scontri è passata sotto il controllo di Mosca.

Ankara sostiene la tesi della sistematica discriminazione che la popolazione tatara subisce dagli abitanti russi presenti in zona. Ormai è risaputo come Ankara si propone come “portavoce del mondo musulmano” su molte piattaforme e in differenti zone. Anche se questo ruolo ha registrato svariati problemi di coerenza (e anche di opportunità politica che ha dettato le scelte in momenti diversi) in Egitto, Cina, Siria e Palestina. Considerando che la maggior parte dei tatari sono musulmani, le strategie di Ankara assumono una forma vicina al governo centrale ucraino e rientrano quasi automaticamente nell’ottica “antirussa”.

Non è solo una questione romantica

Ovviamente la posizione, a livello geopolitico, molto interessante dell’Ucraina ha fatto sì che questi due paesi condividessero una serie di punti in comune. Il processo per l’integrazione nell’Unione europea, l’Onu, l’Osce, la Blackseafor e l’Operazione Black Sea Harmony sono alcune realtà molto importanti in cui Kiev e Ankara si trovano alleate.

Senz’altro un’eventuale guerra tra Russia e Ucraina danneggerebbe fortemente la Turchia prima di tutto in termini economici poi a livello politico: il paese è soffocato da una profonda crisi economica in corso dal 2018 e il rapporto commerciale che ha costruito il governo centrale con Mosca in questi ultimi dieci anni è enorme. Come era stato comunicato nell’ultimo incontro pubblico del Consiglio di Lavoro Turchia-Russia, l’obiettivo è raggiungere per il 2022 la soglia dei 100 miliardi di dollari statunitensi come volume commerciale.

Dipendenze asimmetriche

Ankara dipende fortemente dalla Russia prima di tutto nel campo energetico ma anche in altri settori. All’inizio di questa crisi economica la svalutazione della Lira nel 2018 aveva colpito il prezzo della carta dei giornali perché la Turchia paga circa 53 milioni di dollari all’anno per acquistarla dalla Russia, questo volume costituisce circa il 65% del fabbisogno nazionale. Il discorso si espande senz’altro su altri campi come il turismo, il nucleare e le spese militari soprattutto tenendo in considerazione che Ankara in questi ultimi anni si è allontanato sempre di più, a livello politico e commerciale, dai suoi storici partner economici: Unione europea e Washington.

Questo rapporto commerciale in crescita vale anche per l’Ucraina. Secondo la Camera di Commercio di Istanbul (Ito) nel 2021 il volume commerciale superava i 7,4 miliardi di dollari Usa e nel 2022 l’obiettivo è raggiungere i 10. Solo nell’ultimo incontro avvenuto il 3 febbraio sono stati firmati ben 8 accordi commerciali tra Erdoğan e Zelensky. La collaborazione tra questi due paesi è in forte crescita anche nel campo militare.

Droni Bayraktar Siha turchi venduti all'Ukraina
Bayraktar SİHAs, che Ankara ha venduto all’Ucraina lo scorso anno, ha suscitato la reazione della Russia. Mosca aveva avvertito che questi UAV non dovrebbero essere usati contro i filorussi nell’Ucraina orientale.

Come ha specificato qualche giorno fa il primo ministro ucraino, Denys Šmihal’, tra i progetti c’è anche quello di costruire una fabbrica sul territorio ucraino per produrre i droni armati Made in Turkey. Quei famosi droni infami che in diverse parti del mondo stanno cambiando l’andamento dei conflitti armati. In particolare quelli che vende Ankara sono prodotti della famiglia Bayraktar, quella del genero di Erdoğan. Questi droni armati, i Bayraktar SİHA, che Kiev aveva già acquistato e usato contro i separatisti filorussi nell’Est, saranno utilizzati durante l’esercitazione militare del 10 febbraio.

Il tema dei droni è un tema molto caldo. Infatti nel mese di aprile del 2021, Mosca in un video in cui presentava il suo nuovo drone kamikaze simulava un attacco fatto contro un drone armato, prodotto dalla Turchia. Diverse volte i vertici del governo russo si sono espressi per comunicare la loro amarezza in merito alla vendita dei droni turchi a Kiev. La questione è diventata ultimamente molto interessante perché John Kirby, il portavoce del Ministero della Difesa nazionale statunitense, ha sostenuto, il 4 febbraio, durante l’ordinaria conferenza stampa, che Mosca si stava preparando per divulgare un finto video in cui avrebbe sostenuto che i droni turchi comandati da Kiev avrebbero colpito le postazioni russe così la Russia avrebbe legittimato un eventuale intervento militare in Ucraina. Un po’ come le foto taroccate che l’ex segretario di stato statunitense, Colin Powell, mostrò il 5 febbraio del 2003 dinanzi al Consiglio di sicurezza dell’Onu per legittimare l’invasione dell’Iraq da parte degli Usa.

Un conflitto, un problema e un guadagno per Ankara?

Ovviamente un’eventuale guerra in Ucraina metterebbe Ankara in una posizione molto difficile dato che in questi ultimi anni ha provato a fare tutto il possibile per curare rapporti sia con Kiev sia con Mosca. Per via della sua posizione all’interno della Nato, Ankara potrebbe trovarsi con la necessità di attuare un embargo commerciale nei confronti di Mosca e questo sarebbe il colpo di grazia per mandare in bancarotta l’economia turca e molto probabilmente confermerebbe la fine della carriera politica di Erdoğan che è già molto vicina al capolinea, visto il malessere collettivo e gli ultimi sondaggi elettorali (elezioni presidenziali si svolgeranno nel 2023).

In particolare questo scenario per la famiglia Erdoğan sarebbe una disgrazia poiché è fortemente coinvolta nel commercio di droga, lo spaccio di petrolio illegale e la forte corruzione.

L’incontro avvenuto tra Erdoğan e Zelensky è stato il decimo incontro sotto l’ombrello del Consiglio Strategico di Alto Livello. Si tratta di un incontro che era stato anticipato da numerosi inviti inoltrati dal presidente della repubblica di Turchia, rivolti a tutte le parti interessate da questa crisi. A prima vista sembra che Erdoğan abbia una forte intenzione di svolgere quel ruolo di “mediatore”. Tuttavia non va ignorata anche l’esistenza di quella posizione complicata e difficile in cui si trovano le relazioni internazionali di Ankara. Dunque oltre la crisi economica, che è un punto fondamentale da tenere in considerazione, molto probabilmente anche il gioco di “mantenere gli equilibri sensibili” è stato uno degli obiettivi perseguiti da Erdoğan.

Bombardamenti nella regione di Idlib

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Gli azzardi bellici nell’ultimo lustro

Infatti le scelte politiche, militari ed economiche che Ankara ha fatto in questi ultimi 5 anni, prima di tutto in Siria poi in Libia, sono state molto pericolose e fragili. Ankara, pur in conflitto politico ed economico con il regime di Assad, sostenuto da Mosca, è riuscita a ottenere l’autorizzazione da Putin di entrare sul territorio siriano almeno 5 volte con un gruppo di mercenari jihadisti. Una scelta e un’alleanza molto critiche che hanno causato addirittura la morte di 33 soldati turchi nel mese di febbraio del 2020 a causa di un bombardamento russo.

La presenza della Turchia anche in Libia è una scelta molto delicata dato che Ankara ufficialmente, economicamente, politicamente ma soprattutto militarmente ha sempre sostenuto il governo di Tripoli ossia al-Sarraj che è stato in guerra aperta con il generale Haftar sostenuto in tutti i modi da Mosca.

Oltre questo “equilibrio” molto delicato anche in Libia il ruolo dei droni turchi è stato determinante perché al-Sarraj potesse vincere il conflitto armato.

L’ultima mossa pragmatica e molto delicata di Ankara è stata quella di sostenere Baku nel conflitto armato tra Azerbaijan e Armenia. Un’altra guerra in cui, in teoria, Ankara e Mosca si sarebbero trovate in conflitto dato che Erevan riceveva il sostegno politico di Putin. Tuttavia anche in questo conflitto l’appoggio militare ed economico della Turchia è stato determinante, almeno a livello mediatico, e la guerra si è conclusa con una serie di “vittorie” per Baku. L’accordo per la “pace” è stato firmato a Mosca e in  seguito e per il futuro il territorio sarà controllato da Mosca collegando l’Azerbaijan tramite un corridoio con la Turchia.

Il ruolo assunto da Ankara non si è concluso ancora, il rischio per un conflitto armato che potrebbe coinvolgere altri attori anche al di fuori del territorio ucraino esiste tuttora. Ma per Ankara è assolutamente necessario che la situazione si calmi dato che ha bisogno sia di Kiev sia di Mosca per motivi politici, economici e militari. Inoltre Ankara resta ancora un membro importante della Nato e risulta un partner strategico per Washington.

Infatti il primo messaggio di congratulazioni è già arrivato da Jens Stoltenberg, il segretario generale della Nato: «Ho sentito il presidente Erdoğan e l’ho ringraziato per il suo personale e attivo sostegno volto a trovare una soluzione politica e per il suo sostegno pratico all’Ucraina».

Se non funziona?

Ovviamente gli scenari sono tanti ma se la mediazione di Ankara non funzionasse e la crisi diventasse più profonda senz’altro Mosca potrebbe decidere di usare la carta del “gas” contro l’Unione europea. Esattamente come ha fatto in tutti questi anni, Erdoğan, insieme al suo partito e ai suoi imprenditori, potrebbe decidere di attivare nuovi piani per trasformare la crisi in un’opportunità. Si è visto con che velocità, lo scorso autunno, sono stati ripristinati i rapporti politici, economici e militari con gli Emirati, quel paese ch’era stato accusato da Ankara di essere uno dei progettisti del fallito golpe del 2016.

Alternative

Infatti sono giorni che Ankara dedica spazio e tempo alla diplomazia per capire se il gas azero, qatariota o addirittura quello israeliano può essere portato in Turchia e rivenduto ai paesi europei. Nel mese di gennaio, Kadri Simson, Commissaria europea per l’Energia, aveva annunciato che la Commissione stava sondando anche Baku per valutare l’opzione del gas azero. Si tratta del famoso Corridoio meridionale del gas (conosciuto come Tap Tanap) che attraversa tutto il territorio della Turchia per concludere il suo flusso in Salento.

Il progetto del gasdotto Tap Tanap.

Una seconda opzione sarebbe il gas israeliano. Infatti nella sua visita in Albania il presidente della repubblica di Turchia aveva parlato di quest’opzione, rilasciando quest’affermazione apodittica: «Non si può portare il gas israeliano senza coinvolgere la Turchia». Lo stesso tema è stato riproposto dallo stesso presidente anche al rientro in Turchia dopo la visita in Ucraina:

«Nel mese di marzo il presidente israeliano Herzog sarà in Turchia, parleremo dell’idea di portare il gas israeliano in Turchia. Dopo averne usato per la nostra necessità nazionale siamo disposti a rivenderlo all’Europa».

Quindi anche in questo caso il disegno economico e politico che strozza la Turchia da più di 20 anni è un attore importante e potrebbe acquisire maggior ruolo soprattutto grazie a una cultura politica, economica e militare perversa e distruttiva che diventa sempre più dominante nel Medio Oriente e in Europa.

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NESSUNO E’ STRANIERO PER SEMPRE

È stata pubblicata, questo mese, sulla rivista Messaggero di sant’Antonio, l’intervista di Murat Cinar al neoeletto consigliere comunale torinese Abdullahi Ahmed

Abdullahi Ahmed, storia del primo rifugiato eletto consigliere a Torino: dallo sbarco a Lampedusa alle 1.112 preferenze
Abdullahi Ahmed
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“Limitazione della libertà accademica in Turchia, il caso di Can Candan”

È passato un anno da quando è partita la resistenza universitaria di Bogaziçi contro le misure dittatoriali attuate per limitare la libertà accademica e d’espressione.

Caro amico, professore universitario e regista Can Candan è stato lasciato senza lavoro e allontanato dai suoi studenti e dalla sua università. Cancan in tutto questo periodo ha sostenuto la lotta ed è stato uno dei pilastri di questo percorso di resistenza.

L’ho intervistato per Città Futura on-line

Intervista a Can Candan

di Murat Cinar 

Il 2 gennaio del 2021, con un decreto emesso dal Presidente della Repubblica, Melih Bulu è diventato il nuovo rettore di una delle università più prestigiose della Turchia, ossia l’Università di Bogaziçi. Questa mossa, anche se risulta tuttora “legale” a causa di una Costituzione problematica, eredità della dittatura militare del 1980, non è stata accettata né dagli studenti né dai professori dell’università. Con questa manovra, seppur simbolica, nei primi giorni dello scorso anno il Presidente della Repubblica ha ignorato le elezioni interne dell’università.

Rettori consumati come calzini

Dunque da quel giorno è passato un anno e nel frattempo sono state organizzate diverse manifestazioni di protesta dentro e fuori dal campus universitario. Diversi studenti sono stati malmenati, presi in detenzione provvisoria, denunciati e arrestati. Sono state aperte due nuove facoltà nella stessa università sempre, e soltanto per decisione del Presidente della Repubblica. Infine Melih Bulu, sette mesi dopo, il 15 luglio del 2021, al quinto anniversario del fallito golpe militare, sempre con un decreto emesso dal Presidente della Repubblica è stato sospeso. Al posto suo è stato nominato Naci Inci, il suo vice.

Melih Bulu resterà nei ricordi come un obbediente alle richieste del potere politico, con i suoi discutibili post su Twitter, con le sue contraddittorie e false dichiarazioni televisive e con le firme che ha messo su una serie di verbali e autorizzazioni che hanno aperto la porta verso lo smantellamento dell’autonomia accademica a Bogaziçi.

Il caso Can Candan

Nel mentre, né gli accademici né gli studenti hanno smesso di lottare per il diritto alla protesta e per costruire un’alternativa: dalle proteste contro i presidi, dalla presenza nelle aule dei tribunali all’attivismo sul web, dal volantinaggio alle lezioni all’aperto e dalle conferenze alle feste. Tra queste anime resistenti c’è una persona che si chiama Can Candan.

Candan, oltre essere un regista cinematografico, è anche uno dei professori dell’Università di Bogaziçi. In questi mesi di grande cambiamenti la sua vita è stata decisamente scombussolata.

“Sin dall’inizio della nomina di Bulu, ogni giorno di lavoro gli accademici facevano un presidio dentro il campus, voltando le spalle all’ufficio del rettore. Io, in quanto documentarista, ho sempre documentato il presidio, soprattutto perché nel campus non era benvenuta la stampa. In questo modo, tramite il mio materiale, i media venivano a conoscenza della protesta”.

Candan ha voluto contribuire così, e non solo, alla protesta che si organizzava dentro uno dei campus di Bogaziçi dove lavorava da 14 anni. “Ciò che facevo aveva un senso importante perché questo presidio è anche la dimostrazione fisica del nostro dissenso. Inoltre, questa è un’università pubblica quindi i contribuenti devono sapere ciò che succede qui dentro e cosa facciamo. Abbiamo fatto sempre bene il nostro lavoro infatti la nostra università è una delle migliori del paese”.

Candan, tramite le foto e le riprese rendeva pubblica la protesta e a volte rispondeva alle domande poste dai media locali e stranieri per raccontare ciò che succedeva dentro. Forse questa sua attività ha dato fastidio a qualcuno, riferisce Candan: “Il 16 luglio ho ricevuto una mail, il giorno dopo la sospensione del rettore. Si sosteneva, in questa mail, che io non avevo fatto la domanda necessaria per il rinnovo della mia posizione. E’ strano perché in 14 anni di lavoro si è sempre rinnovato automaticamente il mio incarico, non avevo mai fatto la domanda. Poi si sosteneva che non svolgevo lezioni in quantità sufficiente. E’ strano anche questo perché non è il professore a decidere quante lezioni deve tenere in un semestre. Sono cose che vengono decise dal dipartimento e dalla facoltà. Quindi il numero di lezioni che tengo non lo decido io. Inoltre nella lettera si sosteneva che io avessi insultato i miei supervisori. Specificavano che gli insulti fossero dei tweet che ho mandato io ma non si dice quali fossero. Infine sono venuto a sapere, sempre tramite questa mail, che avevano aperto un’inchiesta contro di me, tuttavia subito dopo ho scoperto che non esisteva nessuna inchiesta”.

Così, dopo 14 anni di lavoro e 1 anno di proteste, Can Candan resta senza lavoro, cacciato dalla sua Bogaziçi. Candan rende subito pubblico questo caso di ingiustizia. Sparge la voce, e dichiara pubblicamente che è anche uno dei professori di questa università e voleva svolgere le sue lezioni in autunno.

“Per fortuna, varie persone e università, dentro e fuori dalla Turchia, mi hanno dimostrato la loro solidarietà. Ho ricevuto numerose lettere di protesta e di solidarietà. Ho ricevuto il sostegno anche dal mondo dei documentaristi. E’ stata aperta una petizione online sul sito Change.org”.

Candan, un mese dopo, chiede l’immediata interruzione dell’esecuzione della decisione e pretende la restituzione del suo lavoro. Prima il tribunale locale rifiuta le richieste. Poi Candan si rivolge al tribunale regionale che sblocca il rigetto di quello inferiore. Però quest’ultimo non si pronuncia sul licenziamento e passa il diritto di decidere al tribunale inferiore.

Nel mentre si inizia ad assistere una storia kafkiana. Il tribunale regionale chiede a quello locale l’esistenza di un’eventuale inchiesta avviata contro Candan. Quindi si conferma il fatto che Candan sia stato accusato di una serie di errori ed è stato licenziato senza un’inchiesta. Così il tribunale locale, si sente obbligato, a dicembre, a chiedere al rettore le carte legate al caso. Dopo cinque mesi Candan viene convocato per depositare la sua difesa all’interno dell’inchiesta. Insomma se Can Candan non si fosse “lamentato” il percorso del licenziamento sarebbe avvenuto senza base giuridica.

“Quindi da quasi 7 mesi lotto per i miei diritti e cerco di convincere il tribunale che si tratta di un caso irregolare e la decisione debba essere ritirata”.

Nuove notizie

Tuttavia ciò che è capitato a Can Candan non si limita a questa irregolarità giuridica. “Volevo comunque portare avanti le mie lezioni e non tenere i miei studenti privati del loro professore. In modo ufficioso abbiamo fatto un paio di lezioni online. Però ad un certo punto abbiamo deciso di tenere una lezione all’aperto”. Proprio l’11 ottobre quando Candan si reca all’università con l’intento di svolgere questa lezione dal vivo, gli si nega la possibilità di entrare al campus e le guardie di sicurezza privata lo trattengono fuori dai cancelli. “Ho notato anche i membri della digos presenti. All’improvviso ho visto arrivare due bus pieni di poliziotti antisommossa. Così mi hanno trattenuto tutto il giorno fuori dai cancelli”. Nel mentre un collega di Candan, che nota il problema, si reca alla direzione e dal rettore Naci Inci per avere informazione, la risposta che ha ricevuto era scioccante “se lo faccio entrare dentro non posso più dirigere questa università”.

“Ma io non sono una persona così pericolosa” dice Candan a proposito la posizione del rettore. Quel giorno si conclude senza risultati positivi e da quel giorno ossia dall’11 ottobre finora Candan ha provato alcune volte ad entrare, ma l’hanno sempre rifiutato. Due suoi colleghi l’hanno invitato come professore ospite per una lezione ma anche in quel caso non gli è stata permessa l’entrata. Anche alcuni suoi studenti l’hanno invitato per una conferenza, ma anche in quel caso è stato tenuto fuori. Oltre a questi tentativi un’altra conferenza è stata organizzata, frutto di collaborazione tra due dipartimenti. Quando il rettore ha visto che avrebbe preso la parola anche Can Candan, insieme ad un’altra collega già espulsa, ha chiesto agli organizzatori di togliere i loro nomi dalla lista altrimenti non avrebbe approvato e permesso la conferenza.

“Questi sono degli interventi che limitano nettamente la libertà accademica. Inoltre io sono anche il rappresentante sindacale dell’Egitim-sen in questa università. Nel mese di dicembre per svolgere il mio lavoro sindacale ho provato ad entrare, gli altri delegati sono stati ammessi ma io no. Mi dicevano le guardie che era il rettore a non darmi il permesso per entrare. Quindi mi hanno impedito di svolgere il mio lavoro sindacale, il che va contro la legge. Ho denunciato tutte queste violazioni e reati. Non ci sarebbe nessun motivo per impedire la mia presenza dentro al campus, ma facendo così fermano le attività scientifiche, quelle degli studenti e anche quelle sindacali. Poi dentro il campus ho il medico di base, la mia banca e la biblioteca. Mi impediscono di accedere anche a questi servizi”.

Altri casi di ingiustizia

La crociata politica e professionale non ha colpito solo Can Candan. Oltre numerosi studenti malmenati, denunciati e arrestati, anche le attività del collettivo lgbtq+ dell’università sono state sospese nel mese di febbraio 2021. Candan era il consulente accademico di questo collettivo. Infine nel 2012, Candan insieme a diversi colleghi, avevano creato una commissione di lavoro e di ricerche per costruire nuove politiche di lotta contro la violenza sulle donne dentro l’università. Questa commissione in poco tempo ha dato vita a un ufficio di consulenza, l’unico del suo genere per le università in Turchia. Tuttavia la scorsa primavera il collega di Can Candan che lavorava in questo ufficio è stato sospeso. Quindi un servizio così utile è stato negato a chi ne aveva bisogno. Secondo Candan è un passo indietro per prevenire i casi di le molestie sessuali. Inoltre tutte le corrispondenze tra questo ufficio e coloro che si rivolgevano al servizio sono finite nelle mani dei nuovi dirigenti, il che è una forte violazione della privacy.

Quindi all’università di Bogaziçi in un anno ci sono stati diversi impedimenti al diritto, alla libertà accademica e all’attività universitaria.

In questi 12 mesi, oltre a Can Candan, anche al professor Mohan Ravichandran non è stato rinnovato il contratto. Così due accademici a tempo pieno e 3 a part time sono stati sospesi e allontanati dall’Università di Bogaziçi.

Le azioni legate contro i professori non si sono limitati con questi casi purtroppo. Per via di una cartella appesa fuori dall’edificio del rettore 16 professori sono stati convocati dal procuratore per un interrogatorio.

E ora?

Candan è stato convocato per il 29 dicembre per un interrogatorio, quando ha scoperto che era Fazil Onder Sonmez a firmare alcune delle carte della sua inchiesta. Sonmez era uno dei due ex vice rettori dell’ex rettore Melih Bulu, ha continuato ad esserlo anche con il nuovo rettore e poi è stato nominato decano per ben 3 facoltà di Bogaziçi. Secondo Candan si tratta di una vera spartizione di lavori tra conoscenti.

Adesso Can Candan aspetta che il tribunale locale si pronunci di nuovo per la sua richiesta di ritirare l’esecuzione della sua sospensione. Tuttavia oggi Candan è senza lavoro e stipendio, in poche parole è disoccupato. Riceve il sostegno del suo sindacato Egitim-Sen, e anche un sostegno economico dai suoi colleghi.

Ma la lotta continua. “Io continuo a fare i miei corsi online. Ho diversi studenti da tutte le parti della Turchia e del mondo. Questa è un’esperienza molto bella. Poi continuo a distribuire foto e comunicati che ricevo dall’interno dell’università verso gli addetti della stampa. Quindi faccio da tramite per la resistenza e li condivido anche sui social media”.

Murat Cinar

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Il momento è arrivato: libertà per Öcalan

Il tempo della libertà è arrivato: Appello per una mobilitazione in Italia il 12 febbraio per la liberazione di Abdullah Öcalan

Da 23 anni Abdullah Öcalan è stato imprigionato a seguito della cospirazione internazionale del 15 febbraio 1999. Per oltre dieci anni è stato l’unico prigioniero nell’isola fortezza di Imrali. Nonostante le condizioni indescrivibili del suo isolamento non ha mai smesso di sperare in una soluzione pacifica ai conflitti in Medio Oriente. Per diversi anni Öcalan è riuscito a negoziare con il governo turco per raggiungere questo obiettivo. La stragrande maggioranza della popolazione curda vede Abdullah Öcalan come proprio rappresentante, e ciò è stato confermato dalla raccolta di firme di oltre 3,5 milioni di curdi nel 2005.

Ocalan è un attore politico e il suo status ha anche dimensioni politiche più ampie. La società curda, così come gli analisti politici, lo considerano un leader nazionale e il rappresentante politico dei curdi. La prigione dell’isola di ?mral?, gestita dallo stato turco, continua ad essere sottoposta ad uno status straordinario. Il continuo isolamento di Ocalan, che dura già da 23 anni, si basa su pratiche considerate illegali sia dalla magistratura turca che dal sistema giuridico internazionale.

Le Nazioni Unite hanno la responsabilità di garantire che la Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo si applichi e venga applicata anche per Ocalan. Il sistema ?mral? può continuare ad esistere solo con il consenso, o almeno il totale disinteresse di istituzioni internazionali come l’ONU.

Lo Stato turco sta attualmente sottoponendo Abdullah Öcalan a un regime di isolamento che non ha precedenti. Ogni visita dei suoi avvocati o dei suoi familiari è resa possibile solo attraverso lunghe lotte e mobilitazioni. Nel 2019, ad esempio, è stato possibile rompere l’isolmento attraverso lo sciopero della fame di migliaia di prigionieri politici nelle carceri turche e di esponenti della società civile durato diversi mesi.

Per la prima volta dopo molti anni gli è stato possibile entrare in contatto con i propri familiari e i propri avvocati. L’ultima breve telefonata tra Abdullah Öcalan e suo fratello è avvenuta nel marzo 2021, ma è stata improvvisamente interrotta. Il fatto che da allora non sia stato ricevuto un solo segno di vita fa temere per le sue condizioni di salute.

In tutto il paese le pratiche adottate sull’isola di Imrali sono state estese per ridurre al silenzio ogni voce di dissenso, ogni forma di opposizione che veda nella soluzione politica della questione curda una svolta per una trasformazione democratica di tutto il Medioriente. Attraverso Imrali lo Stato turco si sta sforzando non soltanto di isolare fisicamente Abdullah Öcalan come persona, ma di sopprimere i risultati democratici che sono emersi dalle sue idee.

Infatti il Confederalismo democratico introdotto da Abdullah Öcalan ha prodotto il risveglio della società in tutto il Kurdistan. I valori di uguaglianza di genere e di credo, per una società democratica ed ecologica, sono alla base di importanti processi di trasformazione democratica fondati sull’autogoverno come nel caso dell’Amministrazione autonoma della Siria del Nord-Est e dell’autogoverno degli yazidi di Shengal.

Sia che si tratti della guerra di invasione del Kurdistan del sud (nord Iraq), sia che si tratti dell’invasione del Rojava e o delle politiche fasciste del governo dell’AKP contro il popolo curdo in Turchia, questo modello democratico e partecipativo è sottoposto a pesanti attacchi da parte della Turchia e delle forze della modernità capitalista.

Per questa ragione oggi è più che mai necessario far sentire la nostra voce. Rompere l’isolamento e la liberazione di Abdullah Öcalan significano dare una prospettiva di pace e di democrazia a tutti i popoli del Medioriente.

Il tempo della libertà è arrivato: Invitiamo tutti i partiti, le organizzazioni sindacali, gli esponenti della società civile e del mondo della cultura a partecipare alla giornata di mobilitazione nazionale del sabato 12 febbraio 2022 a:

Roma: Piazza la Repubblica Ore 14:30
Milano: Largo Cairoli Ore 14:00

Per adesioni: info.uikionlus@gmail.com info@retekurdistan.it

Comitato ‘’Il momento è arrivato; Libertà per Öcalan’’ Ufficio d’informazione del Kurdistan in Italia Rete Kurdistan Italia Comunità curda in Italia


La via per la pace: Ocalan libero e Pkk fuori dalla black list

di Chiara Cruciati

Kurdistan: intervista a Ibrahim Bilmez, uno degli avvocati del leader curdo in carcere su un’isola turca da 23 anni. Sabato i cortei in Italia: «Se il Pkk non fosse più considerato terrorista, si aprirebbe la strada a una soluzione democratica della questione curda con Ocalan come primo interlocutore»

Sono trascorsi 23 anni dal 15 febbraio 1999 quando i servizi segreti turchi – in un atto che sarà definito di pirateria internazionale – catturarono Abdullah Ocalan a Nairobi. Le immagini del fondatore e leader del Partito curdo dei lavoratori (Pkk) bendato e ammanettato fecero il giro del mondo. La Turchia lo condannò a morte, pena poi tramutata in ergastolo, e trasformò un’isola del mar di Marmara in una prigione per un uomo solo.
Come ogni anno in Italia si terranno manifestazioni per chiederne la liberazione, appuntamento il prossimo sabato alle 14.30 in piazza dell’Esquilino a Roma e alle 14 a Largo Cairoli a Milano. Oggi alla conferenza stampa alle 11 a Stampa Romana sarà presente anche Ibrahim Bilmez, membro del team legale di Ocalan.

Chiara Cruciati intervista Ibrahim Bilmez, avvocato di Abdullah Ocalan

Da quanto tempo non fate visita a Ocalan? La Turchia continua a rispedire al mittente le vostre richieste di incontro.
Non riusciamo ad avere notizie su di lui e sugli altri tre prigionieri detenuti sull’isola di Imrali. Le ultime risalgono al 20 marzo 2021, gli ultimi incontri fisici al 2019. Facciamo richiesta di visita due volte a settimana, sia per il team legale che per la famiglia. Non le accolgono mai. Prima del 2011, lo Stato prevedeva un incontro a settimana della durata di un’ora, il mercoledì. In media riuscivamo ad andare 20-25 volte l’anno, spesso ce lo impedivano citando le condizioni meteorologiche.
Dal 1999 al 2009 Ocalan era il solo detenuto nel carcere di Imrali, in isolamento totale. Poi, grazie alle pressioni delle opinioni pubbliche internazionali, la Turchia ha trasferito lì altri prigionieri del Pkk. Sull’isola non ci sono costruzioni civili, né case né villaggi. Già prima dell’arrivo di Ocalan era sede di un carcere «aperto», si vede nel film Yol di Yilmaz Güney: i prigionieri potevano uscire. Da 23 anni non è più così: nemmeno i pescatori possono avvicinarsi alle coste di Imrali.

Quando lo ha incontrato l’ultima volta?
Il 27 luglio 2011. Quell’anno siamo stati arrestati nella più vasta operazione contro degli avvocati in Turchia: 45 arresti, tra cui noi legali di Ocalan. Al processo si disse che dal 2004 al 2011 l’avevo incontrato 52 volte, come fosse prova di un reato. Con l’accusa di appartenenza a organizzazione terroristica e alla dirigenza del Pkk, siamo stati detenuti per due anni e mezzo. Il processo è ancora in corso, ma gli attori sono cambiati: procuratore, giudice, alcuni poliziotti coinvolti nelle indagini sono stati tutti arrestati per terrorismo con l’accusa di essere parte della rete dell’imam Gülen.

Ci può descrivere Imrali?
Per raggiungere Imrali partivamo dal porto di Gemlik, a Bursa, alle 5 del mattino. Imbarco alle 8. A Gemlik la gendarmeria procedeva alla prima perquisizione: in fila passavamo per il metal detector che suonava sempre. Ci spogliavano e in un stanza controllavano tutto il nostro corpo, anche nella bocca e nei capelli. Dicevano di cercare esplosivi ma è ovvio che volevano solo umiliarci. Salivamo su una piccola barca, la Imrali 9, per un viaggio di due ore. Sull’isola venivamo sottoposti ad altre due perquisizioni, una al porto e una a 200 metri di distanza, all’ingresso della prigione, nonostante fossimo stati sempre in compagnia dei gendarmi. Passati i controlli, attendevamo in una sala di circa 12 metri quadrati. Accanto c’era un’altra stanza, più o meno delle stesse dimensioni, il luogo dell’incontro. Al di là, c’era la cella di Ocalan.

In che condizioni vive Ocalan, almeno fino a quando avete potuto incontrarlo?
Dalla piccola finestra della stanza in cui si tenevano le visite, si poteva vedere lo spazio per l’ora d’aria, piccolo quanto la sua cella di 12 metri quadrati, con muri altissimi: si intravedeva solo il cielo, nient’altro. Una volta a Imrali andò un’avvocata e nella zona d’aria Ocalan raccolse un ciuffo d’erba che era cresciuto nel cemento. Glielo donò perché lo portasse alle compagne fuori. All’uscita i gendarmi glielo hanno confiscato. Fino al 2004 gli incontri con noi avvocati erano segreti. Poi hanno introdotto una legge che ha permesso allo Stato di essere presente con suoi rappresentanti. Stavano in mezzo a noi e registravano tutta la conversazione.
Prima di entrare ci avvisavano: non più di 60 minuti e nessun contatto fisico. Finché non sono arrivati altri prigionieri, per dieci anni, Ocalan non ha avuto contatti con nessuno se non con le guardie. Che avevano però l’ordine di non parlargli: per un decennio le uniche voci di un altro essere umano che sentiva erano le nostre. Nonostante ciò, l’ho visto poche volte di cattivo umore. Dopo pochi minuti dall’inizio dell’incontro, sembrava non stessimo più lì ma fossimo soli e liberi.

In questi 23 anni c’è stato anche un periodo di «apertura» dello Stato, con l’avvio del processo di pace guidato da Ocalan dal carcere. Cambiò qualcosa in quella fase?
Dopo il nostro arresto, si aprirono i negoziati. In quel periodo a incontrare Ocalan andava sia una delegazione dello Stato turco che una dell’allora Bdp (Peace and Democracy Party, antesignano dell’Hdp, ndr). Gli stessi prigionieri che erano stati condotti a Imrali, rompendo l’isolamento totale, erano quadri del Pkk che prendevano parte ai negoziati, una sorta di segreteria. All’epoca gli fecero avere anche una tv che prendeva solo i canali statali, non sappiamo se ce l’abbia ancora.
Ogni mese gli mandiamo libri, riviste e giornali, ma non sappiamo se e quando gli vengono sempre consegnati. Sappiamo però che se c’è pubblicato qualcosa relativo alla questione curda, lo tagliavano via con le forbici. Mantiene comunque una grande capacità di analisi politica e conosce molto bene la storia del Medio Oriente. Ricordo alcune sue previsioni che all’epoca ci sembravano impensabili ma poi accadevano davvero. Come il massacro a Shengal: aveva suggerito di prendere precauzioni a difesa degli ezidi già prima della guerra siriana.

La campagna per la liberazione di Ocalan si accompagna a quella per togliere il Pkk dalla lista dei gruppi terroristici. Due temi profondamente legati. È individuabile una priorità?
Come avvocati il nostro obiettivo è far liberare Ocalan e non possiamo prendere parte a campagne organizzate da altre realtà. Ma le sosteniamo con il nostro lavoro, fornendo informazioni e materiale. La campagna per cancellare il Pkk dalla black list è legata a quella per la liberazione di Ocalan. Se non fosse più considerato terrorista, si aprirebbe la strada a una soluzione pacifica della questione curda con Ocalan come primo interlocutore. Sono obiettivi che si nutrono a vicenda. Per questo l’opinione pubblica democratica europea è importante per entrambe le campagne. Anche per la Turchia Ocalan è una chance, lo è per lo Stato e per la società in generale, per giungere a una soluzione pacifica e democratica.

In Turchia esistono partiti, al di là dell’Hdp, propensi a un suo rilascio?
Dal 1999 e per tutta la durata del processo, all’opinione pubblica turca è stata imposta l’immagine di Ocalan come un mostro, la radice di ogni male. Questo ha creato un pregiudizio e portato a due estremi: i curdi lo vedono come un salvatore, mentre gran parte dell’opinione pubblica turca lo reputava il peggiore dei terroristi. Ma con il tempo, quando il suo pensiero nel periodo del processo di pace è arrivato alla società, questo pregiudizio ha iniziato a sgretolarsi e sono successe cose inimmaginabili. Un esempio: il discorso che inviò a un Newroz fu tramesso dai canali tv turchi senza che scoppiasse il finimondo. A quel punto la parte democratica della società turca, i partiti di sinistra ma anche socialdemocratici, hanno abbandonato quel pregiudizio. Si era anche iniziato a discutere di tramutare la pena in arresti domiciliari.
Il problema resta la propaganda nera dello Stato e l’uso che di Ocalan fanno i governi turchi: l’Akp (il partito di Erdogan, ndr) ha usato il processo di pace come strumento elettorale, come accaduto con il voto del giugno 2015, per mostrarsi come forza propulsiva di una soluzione. Poi però quando ha perso la maggioranza assoluta a causa del boom dell’Hdp, ha deciso di rovesciare il tavolo dei negoziati.

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